Il sesto senso, ogni tanto, funziona. Il sesto senso è quello che ti fa desiderare un posto, un disco, un festival anche se del posto non hai mai visto nulla, il disco non l’hai mando sentito, il festival non ci sei mai stato. Bene: Jazz & Wine of Peace, e in generale tutto quanto fatto dall’associazione Controtempo in quei territori da anni a questa parte, ha sempre fatto parte di quest’ultima categoria per me. Non è un’esagerazione dire che è almeno un decennio, se non oltre, che questa “entità” aveva sul sottoscritto un’attrazione fortissima, “Ah ecco, vedi che bravi che sono lì, vedi che cose che fanno…”.
Come mai? Proviamo a tracciare le coordinate. Di festival jazz in Italia (per fortuna) ce ne sono parecchi; e se qualcuno ogni tanto pare ritagliato su coordinate abbastanza prevedibili coi “soliti” nomi, quello che arrivava dai territorio del Collio, nell’isontino, al confine – e da qualche anno pure oltre il confine – con la Slovenia, aveva sempre un sapore particolare. Un piglio più internazionale, ecco. Più vivo. Più dinamico.
Prendiamo un pugno di edizioni a caso, tra il 2017 e il 2019, e facciamo una review al volo: c’erano i nomi storici per rassicurare gli appassionati di vecchia data del genere musicale, spesso un po’ accigliati e conservatori come ben si sa (Art Ensemble of Chicago, Arild Andersen, John Scofield – e peraltro già questo è un trio di qualità molto sopra la media, come acutezza di scelta, come classe); c’erano chicche assolute di artisti pazzeschi e “mondialisti” che in Italia non girano tanto spesso (Egberto Gismonti o Zakir Hussain, per dire); c’era una notevole rappresentanza della “generazione di mezzo” del jazz, da Steve Coleman ad Avishai Cohen, passando per Craig Taborn, tanto per pescare nelle programmazioni); c’era anche una attenzione al “nuovismo” un po’ furbo, ma in quanto furbo anche accattivante e coinvolgente (gli strepitosi The Bad Plus e The Thing, o Moses Boyd, o Yussef Dayes, o Nubya Garcia, o The Comet Is Coming, quest’ultimi quattro corredo immancabile dei neofiti del jazz); c’era comunque l’attenzione agli italiani più meritevoli, dinamici ed affilati (Filippo Vignato, Francesco Diodati, giusto per fare un paio di nomi – peraltro maledettamente bravi – che nel 2017, 18, 19 non erano ancora fra i “soliti sospetti” come magari sono ora).
Ecco: c’era tutto questo assieme.
Pescando a caso nel mazzo di un pugno di edizioni.
Che questi nomi li conosciate o meno, perché magari state leggendo sì ma il jazz non è vostro pane abituale, sappiate che: di regola, i festival jazz italiani o sono grandi grandi di dimensioni e di riferimento cittadino, e/o ben appoggiati da istituzioni e contributi comunali (vedi Torino Jazz o JazzMI o il Roma Jazz Festival, e si badi bene questo è un merito, non una critica) e quindi riescono a combinare di tutto un po’ in quanto possono lavorare su una certa scala di dimensioni, oppure si concentrano a coprire decentemente solo una di queste macro-aree.
Jazz & Wine of Peace, beh, la città più grande in cui gli capita di operare è Gorizia, non esattamente una metropoli, ed il suo cuore pulsante è a Cormons, che metropoli lo è ancora meno. Ma nonostante questo, ha sempre avuto questa ricchezza attitudinale e progettuale, nel DNA. Lavorando sul piccolo (come conurbazioni) e di fino (scegliendo le location spesso tra castelli, chiese e cantine locali), ha fatto insomma cose incredibili. E questo non da un pugno di anni, ma da decenni. Costruendosi quindi un seguito di pubblico fedele e soprattutto transnazionale: line up così piene di gusto e di competenza finiscono insomma naturaliter coll’attirare pubblico anche dalle confinanti Austria e Slovenia.
(Jazz & Wine of Peace: più vigneti che grattacieli, come dimostra la foto di Luciano Rossetti; continua sotto)

Ho sempre desiderato insomma andare a Jazz & Wine of Peace quindi, e praticamente ogni anno che veniva fuori il programma saliva in me un profondo senso di ammirazione. Unito a un: e come diavolo fanno? Sì, il territorio è ricco (in primis per la produzione dell’ottimo vino, ovviamente), il fatto di poter attingere anche dal bacino di appassionati d’oltreconfine è un plus che non tutti hanno, va bene. Ma restava un caso più unico che raro. Lo stesso tipo di sorpresa che provi insomma quando vedi Ypsigrock a Castelbuono, Dancity a Foligno, Jazz:Re:Found a Vercelli: eccellenze assolute, di livello internazionale, che nascono in territori insospettabili.
Come fanno? Se sei un minimo sgamato e un minimo osservatore, capisci subito qual è la chiave – una passione ed una competenza fuori dal comune, da parte di chi il festival l’ha voluto, l’ha pensato, l’ha strutturato.
Un festival Jazz & Wine od Peace però rispetto ai succitati – non è una classifica di valore, è una constatazione – ha però sulla carta una cosa in più: scompagina appunto gli ambiti e i target del proprio bacino di competenza, ne combina di diversi, abitualmente non in comunicazione tra di loro. Stando sempre agli esempi, Ypsigrock, Dancity e Jazz:Re:Found sono strepitosi, sono festival che amiamo e per cui a ragion veduta ci butteremmo nel fuoco se ci venisse chiesto di farlo, ma in qualche modo operano su solchi ben chiari: raramente spiazzano, raramente combinano pubblici che di solito non si parlano fra loro, parlano insomma a una comunità ben precisa e ben codificata.
In Italia ci piace sentirci al sicuro “nel gruppo”. All’estero amano di più, quando c’è di mezzo l’idea di “festival”, unire tribù diverse fra loro, combinare, chiamare alla mescolanza. Anche quando ci sono di mezzo le nicchie, non solo i calderoni che devono fare numeroni. Jazz & Wine of Peace lo ha fatto, negli anni, con bei colpi, con scelte intelligenti: catturando così l’attenzione anche di uno come chi vi scrive che solitamente si occupa di elettronica e hip hop (ma al jazz è legato molto, come background, come passione, fin da ragazzino).
(Quando gli spazi della cantina vinicola più grande della zona sono la venue, qui col trio di Louise Knobil fotografato da Luciano Rossetti, altro che Forum, altro che Fabrique o Alcatraz; continua sotto)

La cosa si è confermata nell’edizione di quest’anno. Un’edizione importante perché vede l’esordio di Enrico Bettinello come direttore artistico, a rimpiazzare quello storico – l’immenso Mauro Bardusco – che purtroppo non è più tra noi. L’eredità è stata raccolta nel modo migliore. Anche perché va detta una cosa: abbiamo spiegato quanto Jazz & Wine of Peace fosse prezioso come apertura mentale nelle scelte artistiche, e lo ribadiamo; ma ad un certo punto, senza nascondere la polvere sotto il tappeto, il suo bacino d’utenza si era e si è probabilmente un po’ cristallizzato. Come se l’evento fosse “dato per scontato”. E ormai, come dire, ci si veniva e ci si viene per fiducia e per abitudine. A prescindere.
Risultato? Un invecchiamento del pubblico. Che poi è il problema del jazz. In Italia, e non solo in Italia. Una musica che di costituzione, di origini e di mentalità sarebbe giovane e fiammeggiante, ma per mille motivi è diventata invece un po’ patrimonio dell’adultità, della borghesia benestante e matura, dell’establishment, di un “cicolo del bridge” un po’ selettivo. Un pubblico quello del jazz che, badata bene, se si fida di te promoter o musicista e se tu sei sempre la solita faccia, la solita garanzia, accetta allora anche le sfide, accetta anche la Nubya Garcia accanto alla Sun Ra Arkestra; se non lo sei, improvvisamente si sente attaccato nella sua purezza e nella sua nobiltà, e s’infastidisce. Dimenticando che al jazz si era magari avvicinato in avvicinato lui per primo perché era altro, era alternativa, non perché era establishment, conservazione, prevedibilità, salotto buono.
(Sold out per gli “usurpatori” Calibro 35 al Teatro Comunale di Cormons, qui in azione fotografati da Luciano Rossetti; continua sotto)

Si spiegano così le poltrone vuote a tre quarti di concerto dei Calibro 35 quest’anno, a fronte di un teatro che comunque era sold out. Ci sono state. Però ecco, in quello stesso concerto, c’erano – e lo possiamo confermare di prima mano – persone che mai prima erano venute a Jazz & Wine of Peace, e mai avrebbero pensato di venirci. I Calibro infatti fanno una filologica opera di ricostruzione di jazz-funk-soul-cinematica per un pubblico che arriva essenzialmente dall’indie, non dal jazz, e questo lo senti chiaramente da come suonano, da come amplificano gli strumenti, da come non si concentrano sugli assoli e su certe liturgie ma lavorano su livelli diversi, essenzialità diverse, intensità diverse. Anche qui: non è né un pregio né un difetto, è una caratteristica. Di sicuro, con la loro presenza e il loro nome hanno attirato al festival un pubblico nuovo, e/o che di solito prende sottogamba la ricchezza dell’attività di Controtempo sul territorio, una ricchezza enorme.
(Una delle cose più belle viste a Jazz & Wine of Peace 2025, qui “catturati” a Berlino in showcase registrato al Gretchen quattro anni fa; continua sotto)
(Quasi) di sicuro non avete sentito nominare Y-OTIS: soprattutto dal vivo, più ancora che su disco, il math-jazz meticciato da funk e hip hop “jdilliano” che offrono è una cosa strepitosa, da balzare in piedi sulla sedia ad urlare felici, soprattutto quando nella seconda metà del cocnerto c’è più carne e sangue e meno cerebro. (Quasi) di sicuro non siete mai incappati in un live degli australiani The Necks, che – molto più di un disco di Rosalía, ahem – è qualcosa che scompagina le regole e che vi può cambiare la vita restando per sempre impresso nella memoria e nel cuore, con un ordine-disordine pieno di miniature e riff ripetuti ma in costante modificazione che ti trasporta letteralmente in un altro universo percettivo, e soprattutto sposta uno degli organici più classici del jazz – il trio pianistico – in una dimensione radicalmente nuova, ipnotica. Una dimensione destrutturata prima, ed elevata, intensissima poi. Meraviglioso.
Ancora: (quasi) di sicuro non sapevate nulla del pianismo della greca Tania Giannouli, in delicato ed intenso equilibrio tra jazz acustico e world music, (quasi) di sicuro non avete incontrato nelle vostre peregrinazioni il talento scoppiettante di Luise Knobil al contrabbasso o Anaïs Drago al violino, (quasi) di sicuro anche se vi interessa la canzone al femminile non avete mai intercettato nei vostri radar l’interessante Simona Severini.
(Tania Giannouli, in una delle escursioni oltreconfine – a Nova Gorica, al Kulturni Dom – di Jazz & Wine of Peace; foto di Luca A. d’Agostino)

Vi hanno gettato degli ami, a voi turisti o neofiti del jazz, e quegli ami sono i nomi sdoganati da certi giri gillespetersonosi come Nubya Garcia, Maria Chiara Argirò, Rosa Brunello, gli stessi Calibro 35: sono ami di qualità solida, peraltro. Quindi già così, bene. Ma se vi fate trascinare da essi, se Jazz & Wine of Peace diventa un’opzione come festival pure per voi perché magari è novembre e Jazz:Re:Found o Festivalle o Viva! o Gaeta Jazz Festival già vi mancano, quello che succede appunto è che scoprite molto altro. Vedi l’elenco appena fatto poco più sopra.
E magari scoprite anche un altro tipo di pubblico: quello del jazz. Quello storico, accanito del jazz.
…più agée, sì. Ma è gente che a cinquanta e passa anni si informa, legge, ha una curiosità media più che discreta (sì, c’è chi si alza per i Calibro 35, ma quanti fan dei Calibro 35 reggono un concerto intero di James Brandon Lewis e del suo codificatissimo jazz-da-intenditori?); segue e s’identifica in una corrente ed ecosfera musicale che non vive sui social, non vive di reel, te la devi andare a cercare, vive cioè di approfondimento, non di impressions, ed è ahimé molto carente in quanto a coolness, sia negli ascolti che negli outfit. E sapete che c’è? È benefico, è salutare, stare a contatto un lungo weekend con un pubblico così… È non solo bello ma – scusate l’aggettivo poco sexy – civile.
Ci lamentiamo che in Italia non c’è cultura, viene dato poco peso alla cultura: dovremmo ricordarci quanto è bello stare in mezzo ad un pubblico acculturato, invece di sfotterlo e basta perché è un po’ impolverato, un po’ poco attuale, un po’ vestito male.
(Y-OTIS hanno catturato l’attenzione di tutti, in una sala completamente sold out, la foto di Luca Valenta parla chiaro; continua sotto)

E il pubblico del jazz? Come potrebbe reagire alla calata dei barbari, cioè di chi preferisce i Calibro all’intellettualissimo post-bop accademico da poll di Downbeat di Brandon Lewis? Il pubblico del jazz, a furia di temere i barbari, si è costruito addosso un serio problema di ricambio generazionale. Deve iniziare ad affrontarlo seriamente. I più intelligenti fra musicisti, promoter, direttori artistici ed addetti al settore se ne sono accorti, e hanno anche compreso la gravità e l’urgenza di questa sfida. Molti però sono convinti che è meglio conservare che innovare, partendo dal presupposto che tutto ciò che è innovazione ed apertura è giocoforza annacquamento e banalizzazione. La cosa divertente è che non è nemmeno decisivo decidere se questo sia vero o meno: ci sono festival jazz che sono ancora in salute, e Jazz & Wine of Peace con la sua lunga teoria di sold out – quattordici su diciassette spettacoli! – è fra questi (ok, venue non grandissime, capienze nell’ordine delle centinaia e non delle migliaia, ma un sold out è un sold out), è sicuramente uno di questi, ma se questa salute si basa su uno zoccolo duro che negli anni ’70 aveva vent’anni e oggi, beh, fate un po’ voi i conti, allora in prospettiva un problema c’è, c’è eccome. Morire puri e perfetti, ma morire, non è mai una soluzione particolarmente efficace e soddisfacente. Checché se ne dica.
(Maria Chiara Argirò è vivissima, qui fotografata in azione da Luca A. d’Agostino; continua sotto)

Occorre insomma instaurare un dialogo serio tra il jazz degli esperti preparati ed accigliati e il jazz degli appassionati casual hipster modaioli gioiosi. Accidenti se occorre. Ora molto più di prima, per entrambe le parti in questone. Un dialogo serio, e continuato nel tempo. Un dialogo in cui ciascuna parte non rinunci a delle proprie bandiere (di suono, di attitudine, di scelta, di appartenenza), ma al tempo stesso capisca che ci sono dei confini e delle alterità da esplorare, con cui interagire.
Un festival come Jazz & Wine of Peace, che peraltro sconfina anche fisicamente, vedi le date in Slovenia, ed è affascinante vedere un concerto in Italia, uno all’estero e uno di nuovo in Italia nell’arco di un pomeriggio ed una sera, ha oggi ancora di più le carte per far accadere tutto ciò prima di altri, meglio di altri.
Gli volevamo bene prima di conoscerlo. Ora, gliene vogliamo ancora di più.
L’anno prossimo, fateci più di un pensiero come meta possibile per un weekend. E non solo perché il vino è dannatamente buono, da quelle parti lì; e non solo perché in line up vedete qualche nome che conoscete già. C’è di più. C’è del bello. C’è della civiltà. C’è un po’ di mondo così come vorremmo che fosse, tutti quanti, tutto quanto, al di là della musica che ascoltiamo di più, che ci piace di più.