Nonostante una tonsillite che mi ha tenuta soggiogata ad antibiotici, sono stata all’edizione Linecheck 2025 per raccontarvi non solo della musica, ma per darvi uno spunto su tutte quelle riflessioni che sto portando avanti da tanto tempo attraverso interviste e partecipazioni a festival di piccole e medie dimensioni in tutta Italia.
L’edizione di quest’anno si chiamava A Beautiful Presence. Questo perché Linecheck si propone da sempre come promotore della musica come presenza, come partecipazione attiva da parte non solo del pubblico, ma anche di chi di musica si occupa, in tutti i settori. È un punto d’incontro tra addetti ai lavori e proposte musicali che guardano non solo alla contemporaneità, ma che aprono una finestra verso il futuro prossimo. Tra chi la musica la vuole fare e chi la ascolta. Damir Ivic ne ha raccontato in modo molto puntuale nell’articolo a questo link: la capacità di creare connessioni è vitale, per un evento come questo, che raccoglie da tutta Europa personalità influenti, che dovrebbero attirare chiunque voglia partecipare al sistema musicale italiano.

Ho avuto la possibilità di parlare con Dino Lupelli, direttore generale di Music Innovation Hub e Anna Zò, direttrice generale di Linecheck da quest’anno. Abbiamo fatto il punto sulla musica in Italia nel 2025, con un focus su Milano, prendendo in considerazione vari aspetti, primo tra tutti, il pubblico.
“Milano è una città in cui il pubblico si rigenera costantemente, una città che perde un terzo degli abitanti in dieci anni, sono tutte nuove generazioni che arrivano e in qualche modo vanno tra virgolette educate agli ascolti. Devo dire che oggi la città non attrae più i creativi come un tempo, ma richiama perlopiù gente che magari è inserita nella dimensione della consulenza. Questi sono i nuovi milanesi. Se metti anche insieme la quantità di stimoli che una città come Milano offre, a una popolazione tutto sommato ridotta dal punto di vista numerico, viene logico pensare che non è che Milano non riconosce le cose interessanti, ma è come se ci fosse un gap tra un underground che oggettivamente è di ricerca, che ha sempre la sua attenzione, la sua nicchia, penso a Terraforma, a Lost, che alla fine è una creatura milanese, e dall’altra parte, il pubblico più adulto, che invecchia e perde un po’ quel gusto di ritrovarsi in situazioni dove magari non c’è ancora quell’abitudine di mescolarsi tra generazioni che c’è in altri capitali”.
Questo crea un po’ una linea di confine tra quello che viene un po’ raccontato dall’alto, attraverso chi parla di musica, e quello che in realtà succede intorno a noi.
Lo scopo di Linecheck è quello di abbattere questo confine, per imparare a muoversi in modo molto più orizzontale e trasversale tra i generi, e a riscoprire quella necessità di diversità.
E lo fa partendo soprattutto dalla line up, creata in modo sinergico da tre persone, non solo Dino Lupelli, ma da Lorenzo Puchetti e da Silvana Paparella che, come mi ha raccontato Dino, sono due persone che hanno due gusti musicali personali distanti tra loro: mentre Lorenzo Pochetti si approccia a un pop più colorato, vede quella forma di intrattenimento come motore di gioia non solo per chi sta sul palco ma soprattutto per chi sta sotto il palco, Silvana Paparella propone una parte più oscura, più emotiva, molto più sotterranea.
E questo si percepisce in modo chiaro nella selezione dei nomi che si sono avvicendati sui vari palchi di BASE. Una line up che è fatta, prima di tutto, da chi la musica la ama, la ascolta e la va attivamente a ricercare. Un compito che, nell’epoca attuale, è complesso: siamo troppo abituati a prendere acriticamente quello che ci arriva dall’alto, determinando una pigrizia intrinseca anche nello spostarsi fisicamente per poter vedere un live. Attività che invece, anche solo 15 anni fa, erano richieste se volevi avere la possibilità di sentire musica dal vivo, soprattutto se venivi dalla provincia e non avevi accesso a una serie di realtà cittadine.
Quest’anno ho avuto la possibilità di vedere dal vivo due artisti che negli ultimi due anni mi hanno colpito per il loro approccio contemporaneo e non scontato, a due generi diversi tra loro come l’elettronica e il pop: Nick León e Judeline.
Il primo, produttore di Miami che ha collaborato anche con Rosalía, sta portando un suono che ha il sapore di una spiaggia d’inverno. La sua “Tropical Entropy” spazia da ritmi ballabili a un nodo nostalgico, quasi freddo, di malinconia. Il suo set è stato uno dei migliori di musica elettronica che ho avuto modo di sentire quest’anno: riedita i suoi brani dando respiro ai beat, trascinando la folla in un viaggio tra ricordi che non sappiamo nemmeno di avere, ci porta nel suo mondo e non ci lascia andare.
(Un assaggio dell’entropia di Nick León; continua sotto)
Judeline fa quello che, sempre per citare il nome del momento, ci saremmo aspettati da Rosalía. E mentre tutte le testate parlano della cantante catalana, sembra strano che la sua compaesana, altrettanto talentuosa e nota, in Italia passi quasi in sordina, eppure anche lei è portavoce di una ricerca personale che racconta di amore, rotture, affermazione di sé e rapporto col divino, alternando reggaeton e flamenco, suoni tradizionali e sperimentazioni. Sul palco lei non ha bisogno di visual spettacolari: bastano quattro luci e un ballerino che interagisce con lei per tutta la durata dello show, portandoci in una performance quasi di teatro-danza. La sua presenza sul palco è magnetica: il pubblico, ammettiamolo, per la maggior parte straniero, si unisce ai cori e tutto diventa magia.

Rita Payés ha inaugurato il martedì sera di BASE con special guest La Niña, e qui lancio una piccola provocazione: il nome che avrebbe dovuto far correre le persone a BASE, quella sera, non avrebbe dovuto essere la cantante nostrana, in hype ovunque, o quantomeno, non soltanto lei, ma sicuramente le Tarta Relena, che ci portano tra i suoni del Mediterraneo, in un continuo scambio sonoro che lega i vari mondi musicali e li unisce.
Ma non solo, ho avuto modo anche di scoprire, e lo dico su tutti, una delle artiste italiane più interessanti del momento, che è Nava, che ho sentito molto simile a livello di sonorità a un’altra grandissima artista che ho avuto il piacere di sentire nell’anteprima di Linecheck a giugno, Ela Minus.

La line up è stata costruita con una visione di varietà di generi che dialogano tra loro, dove la sperimentazione guarda al pop e l’elettronica pensa al futuro. Joy Orbison è sempre una certezza, mentre Baby Morocco e Sega Bodega lasciano il pubblico meravigliato.
È proprio qui che sta la chiave di lettura: il sapersi muovere in modo fluido tra i generi, tra la ricerca e la scoperta. Le nuove generazioni in questo sono brave e hanno tanto da insegnare a noi della “vecchia guardia”, che poco siamo avvezzi a lasciare andare suoni confortevoli e preferiamo la certezza del conosciuto.
Ho letto ultimamente di questi articoli ripostati da tantissime pagine sul fatto che a 33 anni si smetta di ascoltare musica nuova. Questo per me non ha valore, ma dovrebbe farci porre delle domande. Perché si dovrebbe smettere di ascoltare musica nuova dopo i 33 anni?
Gli emergenti come possono emergere, se non c’è nessuno che li racconta? Qual è il compito di un giornalista che si occupa di musica? Raccontare il nome del momento, o essere il primo a parlare del prossimo fenomeno nascente?
Soprattutto chi si occupa di musica dovrebbe avere il coraggio, come mi ha detto Dino Lupelli, di andare oltre ciò che arriva dall’alto e muoversi in modo orizzontale, per comprendere e parlare dei fenomeni attuali, più che dell’hype e del nome conosciuto.
Siamo ben consapevoli che ci sia un problema oggettivo in Italia che colpisce sia la diversità della proposta musicale, con pochi locali, con radio che raramente passano novità interessanti che vanno oltre il mainstream, sia la critica, non più abituata a guardare oggettivamente a queste proposte, ma persa quasi più a polarizzare le opinioni o a parlare sempre delle stesse cose che funzionano bene sulle piattaforme. Questo dovrebbe darci uno spunto di riflessione collettivo: non pretendo di avere risposte, ma di sollevare domande.
Gli emergenti come possono emergere, se non c’è nessuno che li racconta? Qual è il compito di un giornalista che si occupa di musica? Raccontare il nome del momento, o essere il primo a parlare del prossimo fenomeno nascente?
Anche se ci mettiamo nei panni di noi in qualità di pubblico, siamo troppo abituati a vedere il cosidetto “nome grosso” perché non abbiamo più una cultura del consumo culturale consapevole, curioso: come ripeto spessissimo, invece di spendere 50 euro in cocktail al bar sotto casa, si può andare a vedere un concerto di un artista che magari non conosciamo, o di cui sappiamo poco, ma mal che vada, anche se non mi è piaciuto ciò che ho visto, è stato utile per formare un’opinione critica e costruttiva, e a poter di conseguenza discernere ciò che è il mio gusto.
Questa dovrebbe essere la base da cui bisogna ripartire, per poter eliminare quella linea di confine di cui abbiamo parlato.
Sempre dalle parole di Lupelli: “Linecheck in qualche modo prova a creare situazioni che sono delle piattaforme live, dove il gusto è proprio quello di andare a scoprire cose che magari non conosci e non ti aspetti. La sfida che unisce secondo me il mondo delle piattaforme, del music contest e gli addetti ai lavori è proprio la dimensione più importante, quella dell’essere dei professionisti della musica, cioè cercare sempre di portare nuova linfa in un mercato che ha bisogno di diversità”.
E lancia una sfida: “Tanto ci annoiamo lo stesso di tutto. Sun Ra una volta disse: c’è così tanta bella musica da ascoltare che non ha senso ascoltare due volte un brano. Che è una frase che fa male al cuore di un fan, ma il fulcro è proprio questo: la curiosità e la capacità, da parte di chi la musica la racconta, di traghettare le persone da un punto all’altro, per cambiare punti di vista e far ritrovare la dimensione della costante scoperta”.
Viviamo in un’epoca storica unica: abbiamo infinite opportunità di poter scoprire, ma per farlo serve la presenza attiva.
Quindi A Beautiful Presence, in questo senso, è un claim davvero positivo e propositivo, perché significa che se siamo presenti e non facciamo solo presenzialismo si crea davvero un circolo virtuoso di scambio e di scoperta. Magari scopriremo qualcosa che non è il nostro genere, magari riusciremo a uscire dalla nostra comfort zone, solo così possiamo decostruire quella linea di confine che c’è tra l’esserci per esserci e l’esserci per arricchirci.