Quello di ieri sera al Forum di Assago era senza dubbio uno degli eventi più attesi dell’anno: la one-night del Neffa redivivo, che seguiva un periodo piuttosto lungo lontano dai riflettori – per citare il Mario Brega di “Bianco, rosso e verdone” – poteva essere piuma o essere ferro. Il buon Chico Snef, come suo solito, se n’è sbattuto il cazzo e ha scelto di essere entrambi. Il risultato è sembrato soddisfare più meno tutti i presenti che oggi affollano le bacheche social con riverenze dalle svariate gradazioni. Ma come siamo arrivati lì?
Dopo aver vergato un comeback album – diviso in due parti – che aveva lasciato non pochi interrogativi in mezzo a un mare di featuring dai connotati più disparati, il timore era che la prima volta LIVE del Neffa rapper potesse togliere a quelli della mia generazione – ormai quasi quarantenni – un po’ di quella magia tramandata dai fratelli maggiori nei nostri anni formativi. C’era, in effetti, diffusa contezza che potesse davvero essere un disastro o un capolavoro. Infatti il prepartita, iniziato quasi un anno fa quando erano usciti i biglietti, è stato quasi interamente scandito da questa sorta di “Neffa di Schroedinger”: rimasto chiuso nella scatola per un sacco di tempo, chissà se ci sarebbe stata ancora vita sul pianeta del nativo di Scafati.
E’ bastata la reazione del Forum a quel “E’ il ritorno del guaglione sulla traccia” con cui si è aperto il concerto, per capire che sarebbe stata una notte memorabile: Neffa è stato sul palco due ore e mezza pressoché filate, alternando metriche taglienti come rasoi e virtuosismi puramente rap – con a fianco un’altra leggenda come DJ Double S – alla veste più pop e cantautoriale della sua seconda epopea, accompagnata da una vera e propria band, anche piuttosto numerosa.
Tutto questo confrontandosi con un caleidoscopio folle di oltre venti ospiti, appartenenti a generazioni molto diverse fra loro, con cui però non ha mai dato la sensazione di sfigurare o sembrare fuori posto, anzi. Ha saputo essere il centro gravitazionale per mantenere equilibrata una carrellata di epiche e momenti diversi, frutto sia di un vissuto artistico molto eclettico che di una dichiarata volontà di confrontarsi con le tante evoluzioni che il rap e il pop hanno avuto nel corso degli anni, tutte molto ben rappresentate fra i guest.
La sensazione è che la notte di ieri al Forum di Milano sia servita, a Neffa come a noi, soprattuto per rimettere tutto al proprio posto. Ricordarsi cosa vuol dire stare bene con la musica, renderci conto che ci possono essere modi diversi di convogliare un messaggio – vedi chi si emoziona sulla critica sociale, mai così attuale, de “Lo straniero”, così come chi urla a squarciagola insieme a Giuliano Palma sul ritornello di “Aspettando il sole”
Forse il più grande complimento che gli si possa fare – oltre ai dovuti salamelecchi ricevuti da chiunque sia passato dal palco – è stato saper trasporre in maniera estremamente credibile dal vivo un album che aveva dato la sensazione di andare in troppe direzioni diverse per i motivi sopracitati, col risultato di annacquare un po’ l’essenza del tutto. Non giriamoci intorno: dopo tanti anni a fantasticarci sopra, la gente voleva percepire l’aura di Neffa, e ieri sera ha potuto finalmente farne una bella scorpacciata.
E’ stato evidente come convivessero due anime distinte anche all’interno del pubblico accorso numeroso ad Assago: non soltanto i fan del Neffa rapper e quelli del Neffa popstar – talvolta sovrapposti su autentici inni come “La mia signorina” ma piuttosto distinguibili rispetto ai macro-blocchi in cui è stato suddiviso il concerto – ma soprattutto generazioni di ascoltatori e artisti che per la prima volta hanno potuto condividere l’esperienza di stare sotto lo stesso tetto in maniera naturale, nel nome di un riferimento comune. Peraltro, chi l’aveva vissuto ai tempi forse ha sentito un po’ di quel brivido antico che solo certe controculture di un po’ di anni fa hanno saputo cavalcare. Molti, come me, erano lì per chiudere il cerchio dopo anni di ascolti compulsivi e sentiti dire. Un parterre abbastanza agée ma estremamente coinvolto è stato il centro nevralgico di un’esperienza davvero emozionante; con picchi assoluti come il tributo a Deda, visibilmente emozionato sul palco, e Kaos. Figli di un mondo ormai difficile da immaginare, ma ancora vivo nel ricordo di chi ne ha portato avanti lo spirito in tutti questi anni. Qualcosa che oggi permette a gente come Ele A o Nayt o Izi di essere credibili quando dicono che Neffa è praticamente loro padre. Potrebbe in effetti esserlo anche anagraficamente, ma sul palco ci sa ancora fare: perché con quella flemma tipica di chi non si deve agitare per convincere la gente a seguirlo, il chico sulla traccia ha dimostrato che, pur dopo tanti anni, può ancora tranquillamente essere un punto di riferimento su come proporre sia il rap alla vecchia maniera che il pop senza essere schiavi dei trend e della faciloneria. Lo ha fatto dimostrando rispetto e appartenenza a una scena estremamente ruvida che comunque non l’ha mai realmente ripudiato neanche quando ha deciso di fare il pop, ma allo stesso tempo è stato assolutamente a suo agio nel mostrarsi in tutte le sfaccettature che lo hanno reso a suo modo forse un unicum nel panorama nazionale.
Questo vuol dire che Neffa debba tornare a tempo pieno per indicarci il futuro visto che è ancora fortissimo su un palco? Probabilmente no. La sensazione è che la notte di ieri sia servita, a lui come a noi, soprattuto per rimettere tutto al proprio posto. Ricordarsi cosa vuol dire stare bene con la musica, renderci conto che ci possono essere modi diversi di convogliare un messaggio – vedi chi si emoziona sulla critica sociale, mai così attuale, de “Lo straniero”, così come chi urla a squarciagola insieme a Giuliano Palma sul ritornello di “Aspettando il sole” – e va bene così. Non è sempre necessario essere piuma o ferro per sentirci noi stessi. Neffa l’ha capito prima di molti, ed è tornato per ribadirlo.