C’è un gioco, quasi un rito della notte, che porto avanti da anni con Vittorio (Obagevi, Osc2x). Consiste nello spedirci gli screenshot di Shazam. Le regole non sono scritte ma ferree: vince chi riesce a scovare e inviare all’altro l’artista con il minor numero assoluto di ascolti, di shazammate. È una caccia all’oro, una perversione tutta indie per certificare di aver raschiato il fondo del barile dei sotterranei globali prima di chiunque altro. È aver pescato la chicca. Ecco, il POP Montreal è l’esatta trasposizione fisica e urbanistica di questo gioco.
Dal 23 al 27 settembre 2026, senza contare gli eventi collaterali degli ultimi mesi, questo festival non si è limitato a montare transenne in un prato, ma si è preso l’intera metropoli, trasformando la caccia alla band sconosciuta in un’esperienza collettiva. È un modello showcase e multidisciplinare di cui a Bologna (città che per vocazione, dimensioni e storia avrebbe tutte le carte in regola per replicarlo) parliamo da decenni davanti alle birre, ma senza mai concretizzarlo. E un po’ mi dispiace perché sogno si possa diventare apripista di un cambiamento.
(La line up di POP Montreal; continua sotto)

In Italia siamo capiscuola nell’organizzare il festival fieristico: nelle situazioni più efficienti recintiamo o affittiamo un’area, mettiamo i palchi, i food truck, stacchiamo i biglietti, ci rompiamo i coglioni coi token ed estraiamo l’evento dal tessuto urbano. Lo distacchiamo. Come fosse lì, ma in realtà da nessuna parte.
A Montréal – e certamente non serve spostarsi fin quaggiù per capirlo – la filosofia è opposta, in maniera radicale: il festival è la città. Roba che in questo periodo, e solo in campo musicale, ho contato MUTEK (agosto), POP Montréal (settembre), MUZ (ottobre), M pour Montréal (novembre) e Mundial Montréal (novembre). Il POP ti dice di camminarla la città, certamente di consumarti le suole tra il Mile End e i boulevard, infilandoti nei bar, nelle gallerie d’arte, nei club storici e nei parchi. Anche se le temperature crollano e i giornali locali giurano che potrebbe nevicare prima di Halloween, il quartiere fibrilla ed è interamente esplorabile.
Questa espansione fagocita tutto: non ci sono solo i concerti, ma il cinema indipendente (Film POP), le mostre (Art POP), i panel per l’industria discografica (POP Symposium), le attività per i bimbi (Kids POP) e l’artigianato locale (Puces POP). Viene quindi da farsi una domanda, osservando questo formicaio culturale dal lato opposto della riva oceanica: perché qui funziona? Perché questo modello diffuso, capace di far convivere il panel mattutino sui diritti d’autore con la volumella notturna di tutto un rione, in Italia sembra fantascienza?
(Le Ren, foto di Charles-Antoine Marcotte; continua sotto)

Forse la risposta sta nel patto blindato tra istituzioni e strada. In Italia, i club spesso si cannibalizzano a vicenda, guerreggiano e si sentono isole; la sopravvivenza della musica dal vivo è trattata come un fastidioso problema di ordine pubblico o lasciata all’eroismo gratuito di chi scarica i furgoni e monta i palchi nei festival indipendenti di provincia (Dio vi benedica!). Qui invece c’è una regia unica (il festival) che distribuisce il pubblico, spalleggiata – non poco – dalla forza armata istituzionale. FACTOR (Foundation Assisting Canadian Talent on Recordings, nata negli anni Ottanta per finanziare musicisti, cantautori, etichette indipendenti), il Governo del Canada, il Québec e la Città di Montréal pompano ossigeno nello stesso ecosistema, proteggendo l’identità culturale del Paese dai vicini di casa americani. Letteralmente un Dream Team (non li ho citati tutti per non fare l’elenco telefonico).
È dentro questa corazzata burocratica che esplode il festival, come una qualsiasi data in rosso sul calendario. E a prezzi straordinari, che stimolano l’acquisto dell’abbonamento: 42 euro per il giornaliero, 75 per il pass studenti e 140 per la general admission.
E allora il quartiere si raduna al parco per la festa di apertura gratuita: le famiglie, i curiosi e gli affezionatissimi si mescolano sotto l’esposizione delle locandine che celebrano le 25 edizioni del POP, fra dj set e live sur l’herbe. L’immersione è totale rispetto al fruitore che accede, consuma l’headliner e torna a casa.
(Palomine, foto di Charles-Antoine Marcotte; continua sotto)

Entro al Rialto e vivo il sogno di chiunque faccia questo mestiere, musicista o pubblico indifferentemente: un teatro di una bellezza abbacinante che illumina le facce di chi fa wow e guarda all’insù. Sul palco, fra vetrate decorate e arzigogoli neobarocchi, i Luna (dalle ceneri dei Galaxie 500), e l’apertura di Hanako, riversano la loro purezza melodica. Altro locale e l’attitudine si ribalta. Assorbo il riot punk locale delle Poolgirl, la spigolosità dei Cistern, così sbarbi e sputtanatamente Gang of Four da essere incantevoli (sono gli unici a cui chiedo la scaletta). Ma c’è anche l’indie folk mistico nell’acquario dei sogni di Sarah Julia, il post rock a tratti spaziale dei Palomine (che a fine concerto fanno un rivoluzionario: si abbracciano). Trovo la dolcezza un po’ nerd di Chad VanGaalen, la nerditudine un po’ dolce di Sam Woy. Il festival riapre una saracinesca storica come quella del Divan Orange per il live dei casalinghi Plants and Animals. Poi la frattura. Mi infilo al Fairmount per il release party del nuovo album de La Sécurité, col loro frontale art-punk, appuntito, grondante. E infine la chicca che condivido con Vittorio, perché alla fine della fiera l’ho trovata: i Melonella. Li ascolto e rivedo Eric Cantona in un’arcinota pubblicità (penso anche alla parodia di Claudio Lippi): au revoir!
Ci sono i cinema pieni zeppi per i docufilm. Sullo schermo passa la Crisi di Oka del 1990 (il film Kanatenhs-When The Pine Needles Fall è difficilissimo da distribuire per via delle pressioni politiche), che racconta le barricate Mohawk contro l’esercito canadese per impedire che la loro pineta sacra e il cimitero venissero spianati per costruire un campo da golf. Una ferita coloniale. Trovo clamoroso vedere sul grande schermo I am trying to break your heart: a film about Wilco, a suggerire quanto sia sanguinoso e vitale fare dischi belli. E non è una parentesi isolata (ci sono anche i documentari su Pulp e Butthole Surfers): il cinema indipendente diventa il controcampo perfetto di quello che succede alla luce del sole al Clubhouse, dove gli addetti ai lavori si siedono in tondo a confessare senza filtri i loro più clamorosi disastri discografici.
Al Pop Montréal non stanno solo organizzando eventi. Stanno usando gli ampli, i cinema, le conferenze e la cooperazione di tutti per legittimare le proprie cicatrici e il proprio tessuto sociale. È un modello, come ce ne sono tanti su questo filone. Bellissimo e funzionale. Mentre a casa stiamo ancora discutendo col promoter che non vuole fare il borderò digitale della SIAE.