Che dire: certe cose le scrivevamo a febbraio. Qui e qui. Dopo che uscirono questi articoli, ci contattarono in privato persino nomi importanti dell’amministrazione politica reggiana ed emiliana, dicendo “Grazie per le analisi e il lavoro d’indagine, vigileremo”. Contatti che sono avvenuti con grande cortesia e rispetto, che apprezziamo molto, ma forse avremmo apprezzato di più che questa annunciata vigilanza in seguito ai nostri articoli fosse stata effettiva. Non lo è stata. Se si fosse ragionato e vigilato in tempo, forse si poteva fermare una macchina che poi ha dimostrato di essere inguidabile o comunque molto pericolosa: non fosse tale, non si sarebbe arrivati alla defenestrazione del direttore artistico, Victor Yari Milani, in piena corsa.
Al di là di dove stiano torti e ragioni attorno a questa mossa, resta completamente irrituale un colpo di scena così radicale nella macchina organizzativa di un evento dal budget di decine di milioni di euro. Ed è ancora più irrituale, per non dire un teatro dell’assurdo, quello poi che si è scatenato dopo: con Victor Yari Milani che dice, a ragione, che il marchio Hellwatt è suo (…e qui ci sarebbe da indagare sull’astuzia di chi dà in mano ad una persona un budget mostruoso senza tenere per sé nulla a livello di owership di diritti di naming), e lo stesso Milani che annuncia “Stay tuned”, rimette in vita la pagina Instagram di Hellwatt Festival tirata già nel frattempo e declama grandi novità in arrivo (…ma una volta svuotato dei capitali di Campovolo è da capire cosa possa fare: ce lo chiediamo in tono neutro). Di sicuro scatenare un polverone lo aiuta, dal suo punto di vista, ad alzare la posta col Consorzio C.Volo: per trovare una transazione finanziaria a lui più favorevole nell’ottica di un accordo, di un “…ok, ora non mettiamoci più i bastoni fra le ruote e ognuno per la sua strada”.
Ci sono dei seri motivi per cui Milani è stato disarcionato: una decisione così drastica, lo ripetiamo, non arriva per caso. Non è una decisione da prendere a cuor leggero, per uno sghiribizzo d’umore o un litigio in ufficio sulla fornitura della cancelleria. Se il Consorzio C.Volo è arrivato a tanto, è evidentemente perché è stato posto di fronte a dei dati di fatto – leggi: budget di produzione – che in un modo o nell’altro erano per lo meno complicati da “mettere a terra”. Milani voleva il festival fatto in un certo modo; al Consorzio ad un certo punto, fulminati sulla via di Damasco (o dell’aritmetica…?), si sono accorti che questo modo era di difficile sostenibilità. Agendo con la mannaia: via Milani!, da eroe a reprobo. Potevano pensarci prima? Di sicuro, erano stati avvertiti. Di sicuro, i contrasti interni all’organizzazione del festival non sono mancati già durante il regno di Milani (fonte: Milani stesso, non stiamo malignando), contrasti anche pesanti e sgradevoli (col tempo, molti ne verranno fuori pubblicamente, al momento facciamoli stare in un inner circle, tanto il fango è già abbastanza); ma si è sempre scelto di dargli fiducia, al baldanzoso Victor, credendo più in lui che in professionisti navigati di settore.
Sono scelte.
Poi però ti accorgi che la scelta è sbagliata, almeno dal tuo punti di vista e dagli elementi in tuo possesso, e agisci. Così ha fatto il Consorzio C.Volo. Peccato che abbia agito male, in maniera confusa e secernendo veramente tantissimo odore di panico e confusione, che come noto si alimentano a vicenda, questo se analizziamo non tanto la decapitazione di Milani in sé – non concentriamoci solo su quello – ma tutto il contesto.
Ci sono dei seri motivi per cui Milani è stato disarcionato: una decisione così drastica non arriva per caso
Richard Santoro per dire è rimasto nella squadra del festival, visto che è la persona che porta in dote il boccone più grosso, Kanye, che a sua volta è (era?) una sorta di garante per Travis Scott. E tutti gli altri attori coinvolti fino in Hellwatt, pure. Quindi, ecco, si cambia, sì, ma non troppo. Il naming dell’evento, grazie alla genialata di aver lasciato la titolarità integrale del marchio “Hellwatt” a Milani, diventa prima niente, poi un vago “Rassegna di concerti estivi”, poi un “Summer Shows”, tutto sotto l’ombrello della RCF Arena, in una comunicazione dalla rara povertà grafica.
Per salvare il salvabile, ci si rivolge insomma a chiunque sia ancora sulla scialuppa: a Richard Santoro – che improvvisamente non è più il braccio destro di Milani che era nella conferenza stampa dello scorso febbraio – per tenere confermato Kanye e i quasi 70.000 biglietti che ha fatto vendere fino ad ora, a Zamna che non solo resta nel festival ma si prende anche la briga di cambiarne nome e identità, facendolo adesso diventare un Pulse Of Gaia Festival, sperando nell’effetto-traino della precedente trionfale edizione di un evento con questo identico nome, quello coi Gorillaz headliner e molti altri act di peso e/o di gusto, lo scorso settembre 2025 a Madrid, a FPWS che è la navigatissima booking agency italiana che si è buttata nel piatto ricco hellwattiano-campovolesco contando di fatturare a iosa portando grandi nomi EDM e di salire così ulteriormente di livello nel salotto buono del business della musica live e dei dj set da festival (che poi, se le cose vanno male, possono sempre dire che non è colpa loro).
Tutti ancora a bordo. Come se fosse tutta colpa di Victor Yari Milani (…fino a pochi momenti prima portato in palmo di mano come nuovo genio assoluto in grado di rovesciare le sorti di Campovolo), se ad oggi le cose sono andate come sono andate – cioè, malino.
E come se ci fosse ancora abbastanza tempo per cambiare radicalmente le cose, e la percezione attorno a tutto questo confuso verminaio.
Nell’annuncio ufficiale di ieri, avrete notato che sono saltate – si parla di aggiornamenti in arrivo in futuro – le date del 4 luglio (Martin Garrix, Wiz Khalifa e Offset gli headliner) e quella del 17 (Travis Scott headliner). Basta possedere un minimo di logica per capire che se queste date non sono annunciate ed orgogliosamente sbandierate, come sarebbe giusto e doveroso che fosse in un’ottica d’impresa dato che si tratta di asset di pregio, è perché si sta trattando sul loro annullamento, cercando di capire quanto sia oneroso transare coi management degli artisti.
Un Travis Scott i soldi li ha già presi (e sono tantissimi, il perché lo spiegavamo negli articoli di febbraio). Però ad un certo punto manco a lui ed al suo entourage fa piacere suonare in una situazione, diciamo così, non pienamente vincente e trionfale. Vero è che quando i soldi ti arrivano sul conto come da contratto, e tu non hai fatto nulla di sbagliato, perché mai questi soldi dovresti restituirli? Eh? Perché mai? Non ci vuole la sfera di cristallo per immaginare che ora si stia trattando su questo, tra team Travis e team C.Volo. E ciascuna delle parti cerca di trovare un modo per dare la colpa del probabile annullamento della data all’altra.
Finché non arriva una comunicazione ufficiale Travis Scott comunque non è annullato, badate bene. Ad oggi la data è confermata – e non solo pubblicamente, parliamo proprio dei discorsi fra le parti, quelli interni, quelli dove le cose si decidono davvero.
…ma nulla vieta di usare il cervello ed analizzare i fatti. Cosa che peraltro vediamo fare sempre meno nel mondo dell’informazione musicale. L’ufficio stampa ufficiale dell’evento fa bene il suo lavoro, emettendo comunicati su indicazione di chi li paga (il Consorzio) che sono chiari, comprensibili, affidabili; starebbe ai giornalisti – o almeno ad una parte di essi, ovviamente non tutti – analizzare questi comunicati e “interpretarli”, invece di ripeterne il contenuto e basta.
Continuano a farlo in pochi. Almeno pubblicamente.
Ancora una volta, allora, per quel minimo di amore che abbiamo per un corretto ecosistema dell’informazione, vi diamo dopo questi ennesimi aggiornamenti una nostra interpretazione, un nostro parere. Parare basato però sui fatti, in maniera trasparente.
(Il festival così com’è oggi, 22 maggio 2026; continua sotto)
Pensare di trovare una soluzione risolutiva, cari amici del Consorzio C.Volo e cari politici che avete fatto da sponda in origine all’operazione e ora fate un po’ finta di nulla, è come affidare la propria sopravvivenza economica ad un tredici al Totocalcio. Non solo è difficile farlo, no, è proprio impossibile: perché il Totocalcio non esiste più. Fuor di metafora, quello della musica live è diventato un business molto più strutturato e meno artigianale di un tempo. Zamna / Pulse Of Gaia possono fare anche un ottimo lavoro, perché lavorare sull’immaginario è una cosa che sanno fare molto bene (anche se, a vedere il primo trailer promozionale, viene da chiedersi cosa c’entrino le colline boscose in mezza stagione con la spianata padana sotto la calura di luglio che è Campovolo: era più coerente forse il madmaxismo distopico di Milani), ma (ri)lanciare un festival così grosso ad un mese e mezzo dal suo inizio è impresa complicatissima.
Dopo tutto quello che è successo, poi, Hellwatt, pardon, Summer Shows, pardon, Pulse Of Gaia ha un po’ tutti gli occhi puntati addosso, e se poi il festival si svolge lavorando in maniera oculata, razionale e non gigantista (scelta a occhio obbligata, per limitare i danni finanziari che comunque ci saranno) la gente potrebbe restare molto delusa. Anche questo è da tenere in conto.
Insomma, fare il festival rischia concretamente di essere – anche non solo per colpa sua, dell’evento in sé, ma per la confuse circostanze a monte – un danno d’immagine peggiore del non farlo. E questo evidentemente a Cattini, che è un po’ il leader in questo momento del Consorzio C.Volo (ed è il CFO di Coopservice, la vera “cassaforte” vista la solidità finanziaria), non va in testa. Il mandato evidentemente è quello di andare avanti, costi quel che costi: via Milani perché ci crea danni non sostenibili; avanti Zamna a curare l’immagine trasformando tutto in Pulse Of Gaia, loro sono del mestiere; liberarsi delle serate che rischiano di far perdere troppi soldi e avanti con quelle che invece potrebbero essere ok; chiara indicazione al direttore di produzione, Vittorio Dellacasa, di salvare il salvabile, e chiedergli il mezzo miracolo – contando sulla sua esperienza e sulla sua adamantina credibilità nell’ambiente, meritata sul campo – di far svolgere comunque una serie di giornate decenti, nei giorni di luglio sul pratone reggiano Campovolo ed annesso Boulevard, visto che un annullamento totale ed integrale verrebbe visto come a) un danno economico gigantesco, data anche la necessità di restituire i soldi già incassati con le prevendite a fronte d’incasso zero b) un danno d’immagine ancora più gigantesco, mentre invece se il festival in qualche maniera va in porto allora forse chissà ci si dimentica delle figure di palta e dei balletti dei mesi precedenti, metti mai.
Mah.
L’exit strategy c’era: attaccarsi come delle cozze a Calenda che chiedeva a gran voce di impedire a Kanye West di suonare in Italia (facendo così chiaramente capire che di Kanye West non ha capito nulla, vuole solo strumentalizzare una questione di cui ha solo orecchiato la superficie per riguadagnare titoli di giornale). Ma per convinzione, vanagloria, distrazione o chissà che cosa, si è perso questo assist – si poteva dire che il festival saltava, sì, ma per colpa di polemiche esterne – e a Reggio sono troppe le persone che sperano/speravano di mangiarci, con questo festival, a livello di lavoro, indotto, visibilità politica, questo il clima che si respira in città. E quindi: avanti tutta.
Ma occhio: potrebbe essere la scelta giusta, può essere!, ma potrebbe però anche essere accanimento terapeutico che crea più danni di quelli che risolve (o pensa di risolvere).
Al Consorzio C.Volo dovrebbero prendere coscienza che una scelta l’hanno già sbagliata: quella di affidarsi mani e piedi a Victor Yari Milani. Se ne sono pentiti amaramente, stando ai fatti. Prima di farne altre, di scelte, si facessero un po’ di più un esame di coscienza: l’arroganza e il panico, soprattutto se mescolati fra loro, sono pessimi consiglieri. Forse annullare tutto non sarebbe una cosa così sbagliata.