Sarà una coincidenza, ma forse no. Però ecco: mentre è in corso in Italia una guerra gigantesca fra i due colossi dell’entertainment Eventim e Live Nation che vogliono papparsi il nostro mercato lasciando le briciole – e forse nemmeno quelle – a tutti gli altri, le due storie forse più bizzarre ed imprevedibili di successo reale nel mondo nostrano dei live volutamente fuori dalle grinfie dei due colossi sono siciliane: Tony Pitony e Marco Castello. E volendo ci infiliamo pure la Niña, che ha molto di siciliano nella storia personale (vedi quel primo appartamento milanese con Alfredo Maddaluno e Colapesce) e nel management. Ecco, questi sono fra i pochissimissimi nomi che negli ultimi anni hanno scompaginato le previsioni e le analisi di mercato e le vie apparentemente obbligatorie per il successo, facendo dal vivo numeri veri.
Sarà un caso?
Altra considerazione: se vi fidate di noi, la regione d’Italia che ha avuto il massimo aumento del numero di festival di qualità nell’ultimo decennio è stata, massì, la Sicilia. Chiaro: la terra dei festival per eccellenza rimane la Puglia, dove fra fattori turistico-demografici (mezza Italia che sciama lì d’estate) ed altri politici (il lavoro che è stato fatto con Puglia Sounds e Medimex partendo in origine dei fondi europei intercettato in era Vendola) e soprattutto per la presenza di persone cazzute che con o senza i due fattori precedenti da anni sfornano con sforzi non comuni gemme assolute, le cose vanno piuttosto bene. Ma la Sicilia, da terra isolana ed isolata, fatta a lungo solo di concerti-da-assessori o di inspiegabili eccezioni insensatamente belle (vedi Ypsigrock), negli ultimi anni ha messo su una geografia di festival tutt’altro che banale: fortemente ricercata, altamente qualitativa, a modo suo anche piuttosto identitaria. Potremmo citare Festivalle – strepitoso, quest’anno – ma in realtà dovremmo citarne almeno altri quindici, venti. Tantissimi.
Sarà un caso anche questo?
Ora: bisogna vedere quanti sospetti fanno una prova, e quante ipotesi una certezza. Sta di fatto però che, per qualche motivo o chissà per mera combinazione, in Sicilia stanno accadendo cose importanti. Non è magari merito della Sicily Music Conference che accadano; ma è un merito della Sicily Music Conference esserci. Un merito tutt’altro che da prendere per scontato.
(Addetti ai lavori, o futuri tali, ad uno degli incontri promossi dalla Sicily Music Conference; continua sotto)

Partendo dal nulla, con pochi mezzi e tanta buona volontà, in pochi anni la SMC è diventata un aggregatore di incontri, uno stimolatore di idee, un cronista di evoluzioni virtuose e, più in generale, un atto di fiducia ed ottimismo verso il comparto musica più avvertito, avanzato, volitivo, visionario. Con anche pratiche virtuose e lungimiranti dalla sua durante l’anno, tipo stringere contatti inediti con realtà in tutta Europa, contatti de visu: una cosa che in Italia fanno ancora troppo in pochi, in qualsiasi settore, come se il provincialismo fosse un valore (spoiler: no, non lo è).
Noi abbiamo l’impressione che la Sicilia sia ormai una zona d’Italia da tenere sotto strettissima osservazione per cogliere novità, per identificare chi è in grado di giocare un gioco importante anche senza stare alle regole di Milano e delle grandi corporazioni: una cosa del genere qualche anno fa non l’avremmo scritta mai. Oggi invece ci pare semplicemente doveroso sottolinearlo. Quasi banale. Ma banale non è.
È qualche anno che andiamo, da invitati, alla Sicily Music Conference: e ogni volta ne torniamo con un misto di sorpresa, fiducia, energia inedita, e no, non sono solo il cibo e l’ospitalità (eccelsi, come da standard siciliano). Certo – nei giorni a Catania e Palermo parlando con addetti ai lavori vari sentiamo anche i dubbi, le difficoltà, i sospetti, alcune ostilità incrociate, una cronica non certezza sulle aspettative. Non è che improvvisamente con o senza la Sicily Music Conference la regione isolana sia diventato il Bengodi dei promoter, e una zona di raffinati audiofili spettatori paganti avidi sempre e solo di qualità. Sono molte le cose ancora da fare, ancora da aggiustare, ancora da costruire. Molti i livelli da superare, prima di dirsi soddisfatti.
(L’anno scorso, a Catania, così; continua sotto)

Ma nel suo piccolo, la Sicilia e la Sicily Music Conference sono – assieme forse a Genova, che non a caso ha colonizzato il pop italiano ma al di là di questo si sta risvegliando da un lungo letargo anche nei mondi più alternativi/contemporanei – in questo momento il punto d’osservazione più interessante che si possa avere, in Italia.
Da domani 13 maggio fino a sabato 16 maggio (due giorni a Palermo, poi ci si sposta a Catania) si celebra l’edizione 2026 della Sicily Music Conference: fossimo in voi, daremmo più di un occhio. Perché sì, qualcosa sta succedendo in Sicilia. Peggio per chi non se ne accorge: si perde cose belle, si adegua al mappazzone hipster-corporate così come lo si disegna in certi uffici lombardi dove si usa troppo, e troppo male, l’inglese.