Ora, potrebbe andare tutto come annunciato: Hellwatt Festival potrebbe svolgersi in tutti i suoi appuntamenti tra il 4 e il 18 luglio regolarmente, con tutti i nomi annunciati in cartellone e quindi con una line up di rara potenza (…nel momento in cui scriviamo, Travis Scott non è ancora stato annunciato; ma da più parti viene data per imminente l’ufficializzazione della sua presenza per il 17 luglio, come da spifferi ormai lunghi mesi). Potrebbe andare serenamente così.
La forza di questo cartellone, Kanye e Travis e Wiz Khalifa e il gotha EDM e Zamna e eccetera, potrebbe spingere molte persone a comprare i biglietti e a rendere così Hellwatt uno dei più grandi eventi di sempre in Italia ed in Europa a livello di afflusso di pubblico ed incassi (e qui una nota a margine: se mai ciò accadrà, vuol dire che ce lo meritiamo il dynamic pricing, i biglietti a 300 euro, l’essere tirati per il collo dalle grandi realtà dell’intrattenimento. Ce lo meritiamo, sì). Campovolo potrebbe riempirsi insomma di decine se non centinaia di migliaia di persone, (ri)dando finalmente un senso alla sua esistenza ed alla sua ambizione, e (ri)mettendosi sulle mappa delle più iconiche giga-venue d’Europa.
Tuttavia: se alla fine del primo articolo sul festival sollevavamo un bel po’ di dubbi sulla faccenda nel suo complesso – possibile che siamo stati gli unici a farlo, o quasi? – ma comunque lasciavamo il beneficio del dubbio, quello che è successo da quella prima conferenza stampa lo scorso giovedì 12 febbraio ad oggi, quindi in pochissimi giorni, è ciò che ci permette di essere ora ancora più decisi nell’avvertire in modo chiaro chi ci legge: qui bisogna davvero stare molto attenti. Molto, molto attenti.
Perché davvero, l’impressione è che comunque vada – cioè anche se ci saranno tutti gli artisti promessi, o una robusta parte di essi – potrebbe essere un disastro. O giù di lì.
Lo scrivevamo: certi festival, con certe dimensioni e con certo spessore di nomi, sono una macchina incredibilmente complessa da guidare. Victor Yari Milani, il frontman come direzione artistica e comunicazione, e lo persone che fanno parte del suo staff ammesso e non concesso che riescano a portare tutti gli act annunciati in conferenza stampa (e di cui rendevamo correttamente conto nell’articolo precedente) hanno già dimostrato in pochissime mosse di essere completamente inadatti ad essere a capo – ci si sono messi loro, o ce li ha messi il consorzio Campovolo: non importa – di un festival tout court. Questa per quanto ci riguarda è l’evidenza dei fatti. Anche solo di un festival di nicchia da poche migliaia di persone, eh; figuriamoci di uno che conta di attirarne quasi 300.000 e passa in due weekend e mezzo.
Lo diciamo: se non cambia qualcosa nella governance del festival, il rischio è davvero quello di trovare troppe, troppe, troppe, troppe cose non esistenti, o mal organizzate, o mal pensate. Sì, puoi anche rivolgerti a Moment Factory ed Arcadia Spectacular per scenografie ed allestimenti e riciclare ragni già visti altrove, puoi anche mettere la professionalità di Vittorio Dellacasa a capo della produzione, ma se le suddette realtà non hanno gli elementi pratici, economici, organizzativi e manageriali per poter agire al meglio, non sono loro che possono salvare il festival.
Nell’essere così critici con Hellwatt Festival, non possiamo essere accusati di tirare la volata ai due colossi che sono stati estromessi (o si sono auto-estromessi…) dalla creazione di questo mega evento, o di essere da loro prezzolati nel gettar fango sul coraggioso ed indipendente Hellwatt: quanto poco ci piaccia il loro modus operandi lo abbiamo raccontato due settimane fa parlando di Milano, e torneremo a parlarne a breve. Quindi figuriamoci. A livello puramente teorico, ci piace l’idea che delle persone che non appartengono ai soliti usual potentati riescano, con intraprendenza, a creare un festival di portata forte, fortissima, straordinaria: sarebbe un bel segnale, un bel messaggio, sarebbe lo sventolare di fronte al mondo il principio che si-può-fare anche se non sei uno dei soliti giganti.
Non ce l’abbiamo personalmente con Victor Yari Milani, che mai abbiamo conosciuto, o con Richard Santoro, che abbiamo giusto sentito nominare quando si raccontava la faccenda di Kanye West e dei cori interisti nei suoi dischi (per poi scoprire, dopo, che nei primi anni 2000 era uno della Pooglia Tribe); né abbiamo interessi personali a Reggio Emilia nel favorire questa o quest’altra parte, e lo diciamo visto che – essendoci di mezzo una realtà come Campovolo, da sempre fonte di polemiche politiche – la strumentalizzazione è dietro l’angolo, anzi, Campovolo le strumentalizzazioni se le porta dietro da prima ancora della sua nascita.
Vorremmo fare i giornalisti musicali e basta, ecco.
…e da giornalisti musicali vi diciamo che ci sono troppe red flag, su questo Hellwatt Festival. Troppe.
Ne mettiamo in fila alcune.
(Anche Kanye osserva pensieroso; continua sotto)

Punto numero uno: l’annuncio dell’inizio della prevendita, nella conferenza stampa e nei comunicati ufficiali, parlava di mercoledì 18 febbraio, alle ore 16. Improvvisamente nel weekend, quindi giorni e giorni prima di mercoledì 18 febbraio, è stata messa in vendita un’altra tranche di ingressi relativa però alla sola giornata con Kanye West. Perché? Come mai? Disorganizzazione? Confusione? Bisogno di incamerare liquidità all’improvviso? Kanye che si è svegliato di malumore negli Stati Uniti e ha preteso una botta di prevendita in più da ‘sti tizi che lo fanno suonare in Italia?
Punto numero due: è stato fatto un errore imbarazzante dal punto di vista del pricing. Un primo contingente di biglietti per il 18 luglio era stato messo in vendita infatti tempo fa, ancora nel 2025, quando Hellwatt Festival come formato ufficialmente non esisteva, non aveva contorni tangibili. Una normalissima pratica di Early Bird, nulla di strano in questo, non fosse che di solito gli Early Bird – i biglietti messi in vendita in grande anticipo per un evento – sono più economici o almeno hanno un costo pari rispetto ai biglietti messi in vendita nei drop successivi. Qui non è successo. I biglietti messi improvvisamente in vendita questo weekend, tra l’altro col concetto di “festival” diventato realtà attorno all’esibizione di Kanye, erano più economici di quelli venduti settimane e settimane prima. Com’è possibile? Che senso ha? Chi ha acquistato per tempo, si è sentito giustamente preso per il culo.
Punto numero tre: premesso che già il punto numero uno e quello numero due sono abbastanza inaccettabili se si lavora a certi livelli di professionalità, il problema è che il peggio doveva ancora venire. La gestione della crisi scatenata dall’indignazione degli acquirenti di Early Bird è stata gestita infatti in modo che dire tragico e macchiettistico, beh, sarebbe già fargli un favore. Prima si è minimizzato. Poi si sono tolti i commenti dalla pagina Instagram, per nascondere la polvere sotto il tappeto. Poi è stato tolto il post tutto che annunciava questo drop di biglietti, per metterne un altro che iniziava con “We Apologize” e parlava di compensazioni. Il problema è che queste compensazioni erano promesse previ processi di verifica che sono cambiati più volte (e già qui…), processi uno più inadeguato dell’altro: prima una foto del biglietto (…ehi, Photoshop, eccoci!), poi un Google Doc da compilare (lo linkiamo, chissà se è ancora on line), poi delle mail da mandare, poi un punto informativo da raggiungere all’interno del festival, poi boh. La gestione della comunicazione diretta con gli utenti da parte dello staff del festival è stata poi tragicomica assai (ci sono arrivati decine di screenshot in tal senso: non li pubblichiamo per decenza e col dubbio che almeno qualcuno, assurdo com’è, sia falso – fidatevi comunque sulla parola). Stendiamo poi un velo sulle motivazioni ufficiali fornite per il cambio di prezzo e il suo andamento “a rovescio” (la non-più-data-unica, la necessità di essere competitivi sul mercato, eccetera): ma lì forse il matto che incasina le cose è anche Kanye.
Punto numero quattro: l’annuncio del grande nome del 17 luglio (identificato come Travis Scott anche in alcune risposte date su Telegram dallo staff del festival) era stato annunciato urbi et orbi per lunedì 16 febbraio; queste righe sono state scritte il 18 febbraio mattina, mercoledì, ed ancora nessun annuncio al momento era stato fatto (informalmente sappiamo che Travis è stato effettivamente pagato col 100% della fee anticipata, l’annuncio insomma dovrebbe essere imminente, magari mentre leggete queste righe già è avvenuto: evviva). A completare la gestione sconclusionata tra annunci e tempistiche reali, è saltato fuori che mercoledì 18 febbraio alle 16 non partirà la prevendita per tutti gli eventi del festival, ma solo per la giornata del 5 luglio. La spiegazione fornita per questo (“Così evitiamo che il sistema di prevendite on line vada in tilt, per l’eccesso di richieste“, riporta la Gazzetta di Reggio) dubitiamo farà piacere a Ticketmaster e Vivaticket.
Quindi: vi basta, tutto questo, per essere preoccupati su chi ha in mano questo festival e su quanto sia in grado di affrontare tutte le difficoltà del caso?
Beh: dovrebbe.
Fuori dai denti: ci sembra tutto talmente incerto, talmente instabile, talmente improvvisato e talmente poco professionale che il rischio concreto è che molte, troppe cose che sono fondamentali per la felice riuscita di un festival non siano poi debitamente seguite e debitamente realizzate: o per mancanza di tempo, o per mancanza di organizzazione interna, o per mancanza di risorse
A quanto elencato finora va aggiunta un altro aspetto: ovvero, tutti gli artisti contrattualizzati sono stati sulla carta ben pagati, molto ben pagati, in parecchi casi ben al di sopra dell’eventuale loro valore abituale di mercato. Da un lato questo ci sta: sei “nuovo” sulla scena, non fai capo ai soliti potentati, per convincere artisti di peso immane a suonare da te l’argomento convincente migliore che ti resta è, c’è poco da fare, aprire con generosità il portafogli. Ma se dinamiche di questo tipo, di spesa “brillante” cioè, preoccupano fino ad un certo punto quando ad organizzare sono i fondi sovrani sauditi o miliardari siderurgici indiani et similia, perché tanto si sa che lì la disponibilità economica è praticamente illimitata, si può invece dire lo stesso quando i soldi sono di un consorzio come il reggiano Campovolo composto/spalleggiato da privati che lavorano onestamente, partecipate pubbliche, enti amministrativi? Davvero c’è la disponibilità e, ancora di più, la possibilità da parte del consorzio C. Volo di finanziare le spese ed extraspese necessarie a fondo perduto, costi quel che costi? E se è stato fatto un business plan dell’intera operazione, come è stato fatto?
Considerando le cifre che girano, si può dire che la risposta a quest’ultima domanda sia: è stato fatto con scarsa oculatezza, e/o non conoscendo le regole del mercato e le difficoltà di un settore ormai altamente competitivo e sofisticato come quello della musica live e dell’industria dei festival. Quindi, a vedere tutta questa faciloneria cresce il timore si siano dimenticati facilmente alcuni capitoli di spesa oltremodo necessari. Ne abbiamo conosciuti tanti, negli anni, di organizzatori improvvisati che volevano fondare festival pensando bastasse fare una bella line up con qualche perk e, alé, il resto vien da sé.
Già durante la conferenza stampa della settimana scorsa erano emersi abbastanza elementi per alzarsi e dire “No, fermi tutti, qua troppe cose non tornano”
Ai politici che ci hanno messo la faccia, su Hellwatt Festival, presentandosi durante la conferenza stampa nelle sale del Comune di Reggio Emilia lo scorso 12 febbraio, ovvero Luca Vecchi ex sindaco di Reggio ed ora Capo di Gabinetto dell’Ufficio Relazioni Internazionali della Regione Emilia Romagna, Marco Massari attuale sindaco di Reggio, Giorgio Zanni presidente della Provincia, e aggiungiamo anche Andrea Cattini presidente del consorzio Campovolo, chiediamo: ma con chi avete condiviso il tavolo in una conferenza stampa piene di promesse, annunci e rivendicazioni? A chi avete affidato la direzione e il project management di un evento che muove svariate decine di milioni di euro? Avete indagato? Avete controllato le competenze? Le avete giudicate cum grano salis, come ogni accorto amministratore dovrebbe fare? O vi siete invece fatti abbindolare da belle parole e da promesse lussureggianti che rischiano di essere degne di Totò e della Fontana di Trevi, e questo o per malafede e megalomania oppure per semplice incompetenza e dilettantismo? A Giorgio Zanni, onore al merito, questo dubbio è venuto: e ha mandato una richiesta di chiarimenti al consorzio Campovolo. Chissà se e cosa gli risponderanno.
(Continua sotto)
Fuori dai denti: ci sembra tutto talmente incerto, talmente instabile, talmente improvvisato e talmente poco professionale che il rischio concreto è che molte, troppe cose che sono fondamentali per la felice riuscita di un festival non siano poi nella realtà dei fatti debitamente seguite e debitamente realizzate: e questo o per mancanza di tempo, o per mancanza di organizzazione interna, o per mancanza di risorse. Il cast artistico e la vendita senza intoppi dei biglietti sono infatti solo una piccola percentuale di ciò a cui bisogna prestare maniacale attenzione, quando si costruisce un festival musicale: vale quando il festival è da poche migliaia di persone, figuriamoci se ne vuole attirare centinaia di migliaia. Eppure, già questi primi due passaggi, la comunicazione della line up e il ticketing, i due passaggi in fondo più semplici, sono stati contrassegnati da un dilettantismo nella gestione che è, francamente, inaccettabile. Anzi: quasi inquietante.
Ma a dirla proprio tutta, e avevamo provato a farlo capire tra le righe col nostro primo articolo sulla questione: già durante la conferenza stampa della settimana scorsa erano emersi abbastanza elementi per alzarsi e dire “No, fermi tutti, qua troppe cose non tornano”. I referenti politici ed amministrativi avrebbero dovuto farlo. Che non l’avessero fatto, ci aveva lasciato allora il beneficio del dubbio: forse Hellwatt davvero è una bella cosa, che sta in piedi, gestita da nuovi inaspettati talenti, che il consorzio Campovolo è stato bravo a scovare… Nell’arco di sole 72 ore, su questo beneficio del dubbio hanno iniziato a scagazzare i piccioni. Il loro sterco, come noto, è altamente corrosivo: va pulito subito, va pulito in fretta, va pulito bene.
Non escludiamo vada comunque tutto bene; non escludiamo Hellwatt torni in bolla, e da un certo momento in poi prosegua spedito, solido ed ordinato verso una piena realizzazione. Non escludiamo ci siano tutti gli artisti, che lo spazio di Campovolo si riempia, che qualche data segni il sold out (e un sold out in un’arena da 100.000 e passa posti è tanta roba!), che le strutture realizzate ad hoc per l’evento siano di altissimo livello.
Il problema è che già solo quanto successo finora, è imbarazzante. È un piccolo disastro. Un piccolo disastro, sì, che potrebbe però anche essere l’anteprima di uno molto ma molto più grande. Chi è che se lo può permettere?