Spesso le conferenze stampa sono un rito inutile o giù di lì, dove vengono dette cose che già si sanno (e/o già sono scritte nei comunicati stampa) ed è solo un “timbrare il cartellino” sia per i giornalisti che per i protagonisti della conferenza stampa in questione. Ieri, a Reggio Emilia, per la presentazione ufficiale di Hellwatt Festival non è stato così. Non è stato proprio per nulla così. E non sappiamo, sinceramente, se sia un bene o un male.
Fuori i fatti: Hellwatt Festival si annuncia come la più dirompente novità nel panorama della musica live italiana. Dal 4 al 18 luglio, in tre slot diversi, ci sarà una raccolta di pesi massimi non indifferente, qualcosa che difficilmente si è visto in Italia. Tutto nasce da Kanye West in persona, uno che già a Reggio, proprio alla RCF Arena / Campovolo, doveva suonare, nel 2023: solo che fece costruire un mastodontico palco, non annunciò mai il concerto davvero, il mastodontico palco venne smontato, non se ne fece nulla. “Le mattane di Kanye”, dicemmo tutti all’epoca, per poi accontentarci di quella discutibile “session d’ascolto” al Forum di Assago milanese qualche mese più in là. Stavolta pare la volta buona, grazie a Hellwatt: concerto di YE annunciato con congruo anticipo, nessuna smentita, nessun dubbio.
Anzi: pure il rilancio. Perché non ci sarà solo Kanye il 18 luglio. No. C’è molto, molto altro. A partire da quello che non è ancora stato annunciato, ma che tutti danno per scontato: Travis Scott il giorno prima, il 17 luglio. Wow. L’annuncio dovrebbe arrivare lunedì prossimo, ci è stato detto. Non è finita qui però: parte tutto il 4 luglio con una parata di urban crassa, grossa e popolare da Wiz Khalifa in giù (previsti anche Offset, Ice Spice, Ty Dolla Sign, e l’Italia offre un Baby Gang), tutto questo nel Main Stage, mentre nel Boulevard spazio a re della popolarità EDM come Martin Garrix e Lost Frequencies, e poi il giorno successivo, il 5 luglio, vai di Ozuna, Rita Ora, Nicky Jam e come mancia i Chainsmokers, mentre lo slot EDM sarà appaltato di nuovo a dei giganti, ovvero Dj Snake, Afrojack, Dimitri Vegas & Like Mike.
E non è finita nemmeno qui: perché l’11 luglio tocca a Clean Bandit, Alok, Swedish House Mafia e, in rappresentanza locale ma con popolarità globale, il buon Benny Benassi. Ah, dimenticavamo: i pre-Main, sempre al Boulevard, sono stati appaltati come curatela a Zamna, hai detto nulla. Insomma, potenza di fuoco spaventosa, per questo festival.
Questo articolo potrebbe finire qui. Vi abbiamo dato la notizia, vi abbiamo dato i nomi, vi abbiamo dato i giorni, abbiamo seminato un po’ di hype, resta solo da dire quando parte la prevendita del tutto (mercoledì 18 febbraio alle 16 su Ticketmaster) e poi ci siamo. No?
No.
Perché sono davvero tante cose che fanno storcere il naso, in questa operazione. Diciamo che: come minimo, è un azzardo.
Partiamo da dietro. Partiamo dalla costruzione della RCF Arena aka Campovolo, o meglio, la sua riconversione, perché fin dagli anni ’80 quell’area attaccata all’aeroportino di Reggio Emilia è stata usata per eventi e concerti e Feste dell’Unità. Se non che nel 2016 si decide di rilanciare, di creare una vera e propria “arena rock” dal costo di quasi 12 milioni (di cui un sesto circa con soldi pubblici da fondi regionali, il resto con partener privati – la RCF – e con quella potenza locale che è la Coopservice reggiana). Un investimento come minimo coraggioso, anche contando il miserando esperimento torinese di qualche anno prima, pure lì una Arena Rock che però è stata solo una spese milionaria infruttifera; ma a Reggio si sono sentiti più furbi e più forti, anche contando sul fatto che nell’operazione è entrato in modo baldanzoso Ferdinando Salzano di Friends & Partners, uno dei più grandi organizzatori di concerti in Italia, garantendo che avrebbe portato svariati eventi grossi grazie ai suoi concerti ma in generale ai suoi contatti.
(La RCF Arena, al massimo del suo splendore; continua sotto)

Non è andata proprio benissimo. Dal 2022 al 2025, la RCF Arena ha ospitato solo dodici eventi: i local heroes Ligabue e Zucchero, un paio di grossi eventi di beneficenza, poi Harry Styles, AC/DC, Pinguini Tattici Nucleari, Rammstein, oltre a essere diventata la base per il megaevento annuale di Elrow in Italia, Elrow Town, dal 2024. Un po’ pochino, onestamente. Tant’è che Salzano, l’anno scorso, ha detto “Io come direttore artistico lascio”. Non ha comunque lesinato complimenti all’operazione, ha spiegato che le cose sono andate meno trionfalmente del previsto per questo e quest’altro motivo (la concorrenza imprevista di altre venue, la competività del mercato del live, eccetera eccetera) e si è detto fiducioso che andrà tutto bene. Nel frattempo, però, se n’è sfilato.
In questo modo C. Volo, il consorzio che gestisce questa mastodontica struttura (103.000 spettatori di capienza), si è ritrovato col cerino in mano. Un cerino milionario come costi, che innervosisce (e non poco…) l’opinione pubblica locale, e pure la politica ci soffia sopra, così come certa stampa: semplificando assai, la destra accusa la sinistra – da sempre al potere a Reggio ed in Regione – di aver fatto una cosa costosa, megalomane, inutile. C’è molto nervosismo, insomma, sia in Comune, che in Regione, che in Provincia, su questo argomento.
Fino a quando arriva Hellwatt Festival. Che, forte di questo rapporto diretto con Kanye West, offre una fantastica via d’uscita alle istituzioni locali e a quella Coopservice che sotto molti punti di vista ne è una estensione: partendo infatti dal caposaldo di una data confermata di YE il 18 luglio 2026, che già è grasso che cola per una venue che è sulla media di due/tre eventi all’anno, rilancia ulteriormente, e propone insomma di fare addirittura un intero potente, poderoso, sensazionale festival di più giorni. Hellwatt, per l’appunto.
E lì, a tutto il conglomerato attorno a C. Volo non pare vero: nel momento di massima difficoltà, ecco la fatina turchese pronta ad illuminare di indaco la RCF Arena, trasformandola da brutto costosissimo anatroccolo sottoutilizzato a venue di uno degli eventi più incredibili ed iconici al mondo. Già, perché poi nel frattempo Hellwatt ci mette il carico da mille parlando non solo di line up stellari, ma anche di apparati scenografici ai massimi livelli globali coi coinvolgimento dei canadesi di Moment Factory (lavori per l’Half Time Show del Super Bowl con Madonna e per lo Sphere in CV) e di Arcadia Spectacular (scenografi a Glastonbury).
Questo è il contesto. E il contesto rende più comprensibile perché la presentazione ufficiale di Hellwatt Festival sia stata fatta ieri nelle sale del Comune, alla presenza del sindaco, dell’ex sindaco (ora pezzo forte in Regione), di un responsabile della Provincia. E hanno parlato un sacco, loro, soprattutto gli ultimi due. Ci sono stati, nella conferenza stampa, prima i loro interventi. E sono stati lunghi. Non si sono limitati cioè a fare da corona con due parole di circostanza, no, si sono presi il proscenio, con una serie di narrazioni un po’ lunari (il rappresentante della Provincia che si è lanciato in improvvidi ragionamenti su quanto un evento di questo tipo faccia bene all’associazionismo di base, anche se in realtà forse era un messaggio trasversale a suocera affinché nuora intenda, proprio per dire quanto si trascurasse l’associazionismo in questione), un po’ rabbiose e stillanti spirito di rivalsa (Luca Vecchi, l’ex sindaco ora in Regione, non ha fatto nulla per nascondere l’irritazione per le critiche ricevute negli anni attorno all’operazione RCF Arena, di cui è stato fra i primi sostenitori).
Ma questo era ancora nulla. Perché poi la parola è passata a Victor Yari Milani. Il direttore artistico di Hellwatt (e ora anche uomo di punta della sognata “espansione internazionale” di RCF Arena).
(Un’immagine dall’interno dell’Arena; continua sotto)

E, che dire… Diciamo che l’umiltà non è il suo forte. Diciamo che sentirgli dire che Hellwatt è più grande e più grandioso – questo sin dalla prima edizione, anzi, affermazione fatta ancora prima che si veda mezzo secondo della prima edizione – di Coachella e di Tomorrowland pare se non improvvido, almeno poco elegante. Così come poco eleganti se non improvvide sono state altre varie frecciatine fatte ai festival tradizionali e ai colossi del settore (quelli che anche a noi non stanno simpatici, per carità, però ecco – ne riconosciamo la solidità e l’importanza).
Quando poi la brava collega Marta Blumi Tripodi, collegata in remoto alla conferenza stampa per conto di Rockol, ha fatto la giusta domanda al suddetto Victor Yari Milani chiedendogli in sostanza chi fosse, visto che non era un nome noto nel mondo dell’industria della live musica (e in effetti – controllate! – pure Google non è che ci regali granché sul suo conto), le risposte arrivate sono state un po’ così. “Ho organizzato la festa per il matrimonio della figlia di Putin”, “Grazie ad amici ebrei ho organizzato un evento con la partecipazione di Cristiano Ronaldo in una villa”, “Ho creato degli eventi per l’energy drink Boem”, “Ho lavorato con Leonardo Maria Del Vecchio”, giusto per fare un “best of” al volo delle sue dichiarazioni. Testuale, eh. L’abbiamo sentito con le nostre orecchie. Victor Yari Milani ci ha spiegato che è partito dalla Bussola versiliana facendo da direttore artistico, poi trasferendosi a Londra è arrivato a livelli “altissimi, livelli che nemmeno vi potete immaginare”, e che ora il grosso business della music industry, che lo tratta ancora un po’ da parvenu, dovrà ricredersi. Grazie anche a “…l’amico Richard”, presente in sala durante la conferenza stampa, un tizio in bomber dall’aria simpatica, “È lui che ha creato la connection con Kanye”.
Fate voi le vostre valutazioni.
Fatele anche sul fatto che Milani ha spiegato che “Kendrick Lamar voleva venire quest’anno a Hellwatt, ma non ci è stato possibile accontentarlo”, e che allo stesso modo c’era l’interessamento di “Bruno Mars, Rosalía, Shakira, tutti molto interessati, ma gli abbiamo detto che per questa edizione eravamo a posto, vediamo le prossime”.
Noi possiamo solo constatare una cosa: i più grandi festival italiani nati fuori dal cappello delle Live Nation e degli Eventim di turno sono quelli che sono cresciuti passo dopo passo (e, nei primi anni, facendo pure fatica, chiedete agli interessati); tutti quelli che invece si sono posti come disruptive e al top assoluto globale nel loro settore fin dalla prima edizione, non hanno fatto una bella fine. Quasi tutti non sono arrivati alla terza edizione; molti, nemmeno alla seconda. Saranno Hellwatt e Victor Yari Milani a invertire la rotta?
Di sicuro al consorzio C. Volo lo sperano, visto che i promoter dell’intera faccenda sono loro. Loro ci mettono i soldi, loro ci mettono il rischio. Loro ci mettono anche la faccia: perché il rilancio della RCF Arena lo hanno pesantemente affidato a questa operazione qui, un all in di cui non è semplice prevedere gli esiti. Potrebbe infatti andare tutto bene, YE e (il probabile) Travis Scott potrebbero polverizzare i biglietti in prevendita in un amen, facendo da volano anche per il resto della line up, e il lavoro di Moment Factory ed Arcadia Spectacular potrebbe rendere Campovolo un posto pazzesco: in tal modo giù il cappello. Ma una macchina così ambiziosa ha dannatamente bisogno che funzioni tutto, tutto, tutto bene. Sennò sono cazzi.
Facendo un paragone abbastanza emiliano, così le istituzioni locali si sentono un po’ “a casa”, ché ne hanno bisogno: è come quando guidi una Ferrari, basta una minima distrazione e ti schianti in un amen, con danni e costi di riparazione che sono poi semplicemente mostruosi. Se la Ferrari è tua, quindi, devi essere sicuro di affidarla ad un pilota capace ed esperto; o, se non esperto, di sicuro molto fortunato e straordinariamente talentuoso. Al momento un’unica cosa ci rassicura: il direttore di produzione designato di Hellwatt Festival è Vittorio Dellacasa, un grandissimo professionista (…e poi vabbé, osservazione più a livello personale, ere geologiche fa il bassista di uno dei gruppi italiani più sottovalutati di sempre, i Blindosbarra).
Tutto il resto suona un po’ strano.
Energetico, sì, per carità, in omaggio al naming del festival, ma strano.