Diciamolo chiaramente, senza mezze misure: una delle grandi fortuna della scena elettronica italiana è avere fra le sue fila Andrea Mangia aka Populous. Che sia o non sia una fortuna musicale, lo potete giudicare voi stessi: con le release degli anni passati che trovato in giro e, questa è la novità e la “scusa” ufficiale per questa intervista, da ora in poi anche come A&R della label da lui stesso fondata, la Latinambient, pronta a far uscire non solo materiale suo ma anche quello di altri producer (occhio ad esempio alla release dell’ottimo Mondocane). Ma al di là della musica, c’è il fattore umano, intellettuale: Andrea è persona di rara intelligenza e sensibilità. Cosa che ogni tanto si diverte a nascondere sotto una coltre di humour e corrosiva ironia ai limiti dell’affettazione, quando però il discorso si fa serio e si inizia ad andare davvero al punto le sue sono sempre visioni profondamente oneste, profondamente realistiche, profondamente acute. In tempi in cui si fa a gara fare marketing di se stessi e del contesto a cui si appartiene (o a cui si vorrebbe appartenere), lo sguardo affilato ma al tempo stesso empatico di Populous è un patrimonio prezioso, un patrimonio prezioso davvero. Per tutto il resto, ci sono le serate di Keinemusik.
Insomma, eccoti qua: anche tu hai fatto una delle cose ormai più senza senso del mondo, nel 2026 – aprire una nuova etichetta discografica.
Eh, in effetti a volte penso che questa cosa sia una follia… C’è poco da fare: quando inizi a capire che per fare le cose veramente bene, su un’etichetta, hai bisogno di un team di persone, e per avere un team di persone hai bisogno di molti soldi, ecco, solo allora inizi a sospettare di esserti lanciato in una impresa davvero eccessiva. Solo allora, non prima. Diciamo che al momento cerco di fare le cose nel modo più do-it-yourself possibile; e spero che la forza del concetto che c’è dietro alla label riesca a sopperire alle attuali debolezze delle finanze che la sostengono (sorride, ndi). L’idea è: se quello che propongo ha davvero un po’ di appeal sulle persone, allora dai, piano piano troveremo il modo di crescere, arrivando ad un certo punto a qualcosa di più strutturato, come necessario che sia. Che poi io all’inizio questa etichetta l’ho aperta solo per me; solo che le persone continuavano a mandarmi le loro cose, a maggior ragione dopo aver sentito che stavo pensando di aprire un’etichetta. Io ho cercato di essere sempre onesto, a non so quanti ho detto “Ma ehi, la musica che mi stai mandando è super figa, dovresti trovarti un’etichetta vera, non Latinambient, che ancora non è strutturata per lavorare a modo… Latinambient è più un hobby, un divertissement”.
Non è servito.
Non è servito (sorride, ndi). Hanno insistito talmente in tanti, e con materiale così di valore che già adesso ho le schedule di uscite pieno fino a dopo l’estate: vediamo cosa succederà. Non ti nascondo che mi piace comunque moltissimo l’idea di dare spazio a musica che mi piace e che però non è la mia: è una sensazione molto gratificante ed è una sensazione che, prima di oggi, non avevo mai provato. Tu poi lo sai: io sono nato, musicalmente, quando l’influenza e il segno di alcune etichette storiche era fortissimo, era decisivo: penso alla Warp, o la Morr Music di cui ho avuto la fortuna di far parte, o la Mille Plateaux, Basic Channel, Ninja Tune… Realtà che erano più di semplici etichette. Erano realtà che costruivano ed evocavano un intero immaginario, ciascuna a suo modo. Mi è rimasta quindi in testa questa cosa che un’etichetta potesse essere e rappresentare un immaginario ben preciso, e insomma era stimolante l’idea di lavorare in questo modo, con questo obiettivo. Prendi la Warp, prima che iniziasse a far uscire un po’ qualsiasi cosa…
…prima dei Maximo Park, per intenderci.
Prima dei Maximo Park, di Grizzly Bear, dei Broadcast: dischi che tra l’altro amo, sì, ma nella percezione collettiva ciò che ha fatto entrare la Warp nella storia è stata un certo tipo di IDM legata a un certo tipo di identità grafica. Pensa appunto alla combo Aphex Twin / Designers Republic… Ecco, quella roba lì è semplicemente immortale. Per farti capire: io a 14, 15 anni volevo tatuarmi il logo della Warp. Con mia madre che diceva “Ma sei scemo, che diavolo vuoi tatuarti…” (risate, ndi).
Eh ma c’aveva ragione, si tatuano i loghi dei gruppi metal, non quelli della Warp!
Lo dici perché sai che prima di innamorarmi della Warp e della Morr ho avuto la mia fase metal… (risate, ndi)
Anche, anche!
Fase metal che naturalmente oggi rinnego! (altre risate, ndi) …non tutta magari, ma al 95% sì. Ogni tanto ritrovo dei dischi e per semplice nostalgia provo a rimetterli su, è roba che ascoltavo quando avevo 16, 17 anni, e la reazione quasi immancabilmente è “No ma raga, ma davvero? Ma perché? Ma che senso ha?”.
Più seriamente, e più legato al qui ed ora: ti rendi conto, vero?, che con tutto questo discorso ti stai comunque dando dell’artista “adulto”. Insomma, uno di quelli che può fare da punto di riferimento, che può permettersi di pensare di costituire lui in prima persona una label capace di essere riconoscibile…
Mi rendo conto che in tutti questi anni posso essere diventato importante per qualcuno: e questa è una sensazione super gratificante. Ovviamente all’inizio, ai primi sospetti che forse questa consapevolezza non era del tutto campata in aria, la reazione è stata di incredulità, anzi, di rifiuto quasi. Dopo un po’ però finisci col prenderne atto, quasi. Lo prendi in realtà per quello che è: un attestato di stima. E la cosa non può che andarmi benissimo. Sul fatto invece di essere finalmente “adulto”… Mmmmh… Allora, tu lo sai: io ad ogni disco mi dico “Ok, tanto questo sarà l’ultimo”.
Sì, te l’ho già sentito dire più volte.
La verità è che faccio ancora fatica ad immaginarmi che faccio tutto questo per sempre. A volte, mi capita di pensare cose tipo “Oh, vabbé, ancora tre anni così, poi però basta mettere me in primo piano, inizio a concentrarmi sul lavoro di altre persone, su come valorizzarlo”. Fare un’etichetta quindi per me rappresenta prima di tutto un “piano B”. Senza contare che in tanti mi hanno detto “Ma dai, se non la fai tu un’etichetta… Chi meglio di te… Tu che sei così attento, così ricercatore”, e ho finito col crederci. Infine, è arrivato il nome: proprio due anni fa ero a Lanzarote, a lavorare ad un album, e qualcuno dall’Italia mi chiese “Allora, com’è ‘sto disco a cui sta lavorando?” e io risposi “Mah, un po’ latin, un po’ ambient…”: ed ecco già pronto il nome!
(“Uros” di Mondocane, su Latinambient; continua sotto)
Perfettamente coerente con quello che fai, come nome, ed anche col percorso artistico che hai avuto negli anni. Anzi, metto un po’ il ricarico: è anche un nome “furbo”, una sorta denominazione che potrebbe funzionare molto bene anche come categoria-da-streaming facile e seducente. E tu già di tuo sei uno che sugli streaming ha trovato il modo di andare molto forte. Giusto prima di fare questa intervista, per prepararmi un po’, mi ero messo a guardare un po’ di cose su di te e beh, avevo notato che come ascoltatori mensili, su Spotify, sei arrivato a quota 300.000. Alla faccia.
E in realtà sono scesi tantissimo, sai? Fino a qualche mese fa ero addirittura quasi sul mezzo milione.
Uh.
Ma i numeri sono sempre una cosa molto relativa, io per primo ci tengo a sottolinearlo. Ci sono musicisti che hanno 5000 ascoltatori mensili, quindi un numero infinitesimale rispetto ai miei, eppure io li considero degli autentici maestri e, ancora oggi, non sono l’unico a farlo, perché quando vanno a suonare in giro si percepisce l’importanza che hanno, ed è ovviamente superiore alla mia. Questo ti fa capire che il numero degli streaming sì, è importante, ma non è assolutamente tutto. Anzi, aggiungo: fra qualche anno probabilmente gli streaming non conteranno manco più. Cosa conterà non lo so, ma ho la sensazione che qualcosa stia per accadere, che l’importanza di certi parametri stia per cambiare radicalmente. E questo al netto del fatto delle campagne per boicottare Spotify: ho tanti amici infatti che hanno fatto la scelta radicale di abbandonare questa piattaforma per stare magari solo su altre, però mi viene da dire che forse non è poi una cosa così radicale boicottare una piattaforma per poi stare invece su un’altra che, in fondo, offre condizioni abbastanza simili. In qualche caso devo dire che il sospetto è che più che altro faccia molto cool dire “Ah sai, io abbandono Spotify”, per qualcuno forse è più una posa, non so. Però vorrei tornare allo spunto iniziale della tua domanda…
Vai!
Io lo so che la musica che produco è una musica che, in un certo senso, puoi anche ascoltare come sottofondo mentre fai le pulizie a casa, o musica che senti nei bar hipsterissimi dove la clientela ha tutta la Salomon ai piedi (risate, ndi)… La mia è una musica che da un lato ha componente artistica e quasi sperimentale, dall’altro comprende sempre anche tanta “gentilezza”. Lo so.
Ecco, “gentilezza”: definizione perfetta.
La mia musica non vuole evocare un senso di rottura: no, per lo più ti vuole avvolgere, cullare, vuole darti una carezza. Lo so. È intenzionale. Ed è anche un mio principio guida pure quando si tratta di decidere come farla suonare questa musica, come cioè mixarla, masterizzarla: sono sempre molto attento a non far suonare le mie produzioni troppo “caciarone”, spingendo cioè sulle frequenze alte. Il mio suono tipico è invece in qualche modo un po’ “ovattato”, sicuramente “gentile”. Questo forse nasce anche da una condizione neurologica.
Cioè?
Devo avere un problema all’orecchio destro. Non ho capito perché ma su certe frequenze mi parte sempre una percezione di distorsione. Ho fatto varie visite: nessuno sa spiegarsi il motivo di tutto questo, visto che non c’è nessun tipo di problema, di trauma, eccetera. Sta di fatto che forse anche questo influenza il modo in cui faccio alla fine suonare quello che produco, il modo in cui lo rendo un po’ più morbido… Magari qualche otorino leggerà questa intervista – e mi contatterà, regalandomi la soluzione!
(Populous, fotografato da Esmeralda Cristiana Del Prete; continua sotto)

Domanda secca, però: quanto è difficile fermarsi prima che la propria musica, da “gentile”, diventi vera e propria “musica da tappezzeria”?
È un discorso complesso. Il limite sicuramente è labile.
Esploriamolo.
Allora: ti ricordi quando negli anni ’90 si trovavano nelle edicole tutte quelle uscite che avevano allegati cd new age, compilation pseudo Café Del Mar, eccetera?
Certo!
Mio padre le comprava massicciamente, perché era appassionato di quella roba lì. Ma allo stesso tempo comprava anche i dischi dei Massive Attack, dei Portishead, di Tricky; e se le atmosfere e i suoni e i bpm per certi versi potevano essere simili, bastava avere un ascolto un minimo attento per rendersi conto della differenza di spessore, per capire cioè dove stava la musica per fare da sottofondo e dove invece quella che era arte per davvero. Poi chiaro, ci sono le situazioni ibride: a me è successo più volte negli ultimi tempi che amici che hanno la fortuna di poter andare in ristoranti un po’ alti di livello – a Città del Messico come a Milano o come a Parigi o come a Londra – mi chiamano all’improvviso per dire “Ehi, c’è la tua musica di sottofondo!”. Dovrei arrabbiarmi? Dovrei sentirmi sminuito? No: perché quasi sempre sono posti che danno molta attenzione a qualsiasi particolare, nulla è lasciato al caso, il livello è alto su tutto, ed evidentemente la mia musica ha passato il loro test. La preoccupazione devi iniziare ad averla se ti ritrovi come sottofondo in posti dozzinali: lì sì che diventa un campanello d’allarme! Però in generale ci sono dei modi, ci sono delle determinate scelte che ti portano in un campo o nell’altro… Di sicuro per me la vera soddisfazione, e il test migliore, è quando sono i colleghi che stimi a farmi i complimenti, e a chiedermi magari come ho ottenuto quel certo tipo di suono, come mi è venuta in mente quella determinata soluzione: quando accade, è tranquillizzante. E molto, molto appagante.
Domanda che ti tocca: come ti poni verso l’AI?
È semplicemente un mezzo. Nient’altro.
Non è un “nemico” che rischia di rubarti il lavoro, in un futuro più o meno prossimo?
Ma tanto è nel destino dell’uomo doversi sempre reinventare, e farlo anche in relazione alle innovazioni tecniche da lui stesso create. Io poi sono nato col computer, facendo musica col computer: sarebbe un po’ assurdo da parte mia iniziare ora a essere scettico nei confronti degli sviluppi della tecnologia applicati alla creazione artistica, non credi? Poi sì: se mi chiedi com’è adesso la musica creata con l’AI, ti dico tranquillamente che è per lo più una merda, vero. Ma non per colpa dell’AI in sé, ma per colpa del fatto che ancora non si sa come usarla bene. In generale comunque non ha senso “opporsi” all’AI: al massimo si potrà decidere se e come usarla. Esattamente come oggi tutti usano i software, è più veloce ed immediato, ma a qualcuno ancora oggi vengono meglio le cose usando l’analogico. Non è che ci sia a prescindere una via più corretta dell’altra: conta la qualità del risultato finale. Bisognerebbe concentrarsi su quello.
(Populous per la “sua” Latinambient: “Chill Out Zone”; continua sotto)
Domanda finale: “Chill Out Zone” come titolo strizza ovviamente l’occhio allo storico programma omonimo di Mtv, che per me è stato a dir poco formativo e mi sa pure per te, assurdo, onirico e surreale com’era nell’approcciarsi a una forma di “post clubbing” che andava molto più in là della dimensione più commerciale dell’elettronica. Ma oggi? Anche oggi ci sono realtà sul web o sui media che possano in qualche maniera “aprirci la percezione”, o…?
Beh, sicuramente noi ormai siamo vecchi. O meglio, dai, faremmo meglio ad usare la definizione “con esperienza”… (risate, ndi) Un po’ di settimane fa mi è capitato di suonare ad un rave a Lanzarote, una esperienza se vuoi molto anni ’90, anche perché era in un bunker, completamente illegale, ed è stato bellissimo. Ho notato, e questa è la cosa interessante, che gli organizzatori comunque erano giovanissimi. Questo mi ha dato molta speranza. Perché è vero: sotto molti punti di vista è in opera da un po’ di tempo un “restringimento” delle esperienze possibili. Come dire, siamo passati dal suonare nei rave in posto nascosti e segreti alle mattinate con cappuccino e brioche… Attenzione: io non voglio colpevolizzare e puntare il dito. Non voglio essere quello che dice “Ah no, ma prima era tutto più bello”. Però è anche vero che un po’ mi dispiace, per le generazioni più giovani della nostra.
Ti dispiace per loro per quale motivo?
Credo che nel tempo si sia un po’ persa l’attitudine a cercare di andare “oltre”, anche solo per quanto riguarda le venue. Che poi forse l’andare a ballare di giorno nelle caffetterie è proprio la conseguenza del volersi riappropriare di una possibile “particolarità” dell’esperienza clubbing, vedi. A me questa non è una cosa che di suo piaccia granché, però potrebbe comunque finire coll’essere un segnale positivo. Di sicuro, quello che trovo allucinante sono quelle scene in cui ci sono dj famosi che suonano – tipo Keinemusik – e di fronte a loro migliaia di persone che li riprendono col cellulare invece che suonare. Davvero, vedo queste cose e mi viene da esclamare: “Ehi raga, ma che cazzo sta succedendo?”. Però non è nemmeno giusto liquidare questo discorso in poche parole e con condanne veloci. Prima di esprimere un giudizio bisognerebbe fare una analisi onesta ed approfondita, sociologicamente parlando, e non sono io la persona adatta per farlo. Di sicuro, intitolando l’EP “Chill Out Zone” volevo effettivamente omaggiare quel programma e, in generale, quello spirito lì; ma non per nostalgia, no, quanto perché molte persone penso che nemmeno sappiano di quel periodo e di alcuni riferimenti importanti che lo attraversavano. Un periodo molto bello, invece. Mi viene in mente uno dei primi dischi dei Prodigy: dentro il booklet c’era questo disegno di un manipolo di raver che era separato dalla città e dalla polizia che li inseguiva da un grande canyon, non so se hai presente.
È stata per anni la mia immagina di copertina su Facebook: non aggiungo altro.
Ecco: sospeso su questo canyon, c’era un ponte di legno che però i ravers stavano per tagliare. Vedendo tutto questo ho pensato: “Accidenti, sì, ma quanto sarebbe bello? Taglia, taglia!”. Oggi c’è in atto tutta una standardizzazione e brandizzazione del clubbing che mi fa sentire il bisogno di un ritorno ad un lato più selvaggio. E lo dico io che sono un borghese del cazzo, eh! (risate, ndi), a casa mia mi chiamavano “il principino”, figurati. Eppure, sento davvero l’esigenza di un ritorno a qualcosa di più selvaggio. Tutto questo mondo patinato che ha preso a circondarci è sempre più spesso privo di contenuti artistici, estetici, culturali, pur sostenendo esattamente il contrario, sostenendo cioè di averne tantissimi. Ormai penso ci sia molto più spessore e sostanza in chi magari semplicemente vuole divertirsi, abbandonandosi al ritmo e alle sensazioni primarie, senza essere invece tutto concentrato solo ed unicamente su un continuo lavoro di posizionamento di se stessi nell’economia sociale, creando giustificazioni e sovrastrutture sulle proprie scelte.