È da molto, molto, molto tempo che se si pensa ad un dj bravo, e soprattutto un dj con la cultura e la competenza tecnica per tenere alta la fiamma dello spirito originario dello spirito house senza però essere solo didascalicamente revivalista, allora il nome di Fabio Monesi salta fuori immancabilmente. Nei nostri radar da più di un decennio (2014 qui, 2018 qui), abbiamo ammirato la sua costanza e la sua consistenza. Che fosse in Italia o fosse a Londra – ad un certo punto si era infatti trasferito Oltremanica – e che fosse nei club di casa nostra o nella dimensione internazionale che si è caparbiamente costruito, Fabio c’era. Come sinonimo di consistenza, di qualità. Il 2026 segna l’arrivo di un nuovo album, “Cruel Intention”, per certi versi in continuità rispetto ai precedenti ma con comunque un investimento in emotività superiore rispetto al solito: abbiamo pensato fosse il momento giusto per una chiacchierata che facesse un po’ il punto. Le mode vanno e vengono, e purtroppo da tempo nel clubbing si è diffusa quest’attitudine per cui i dj-che-funzionano si cambiano come le scarpe o lo scialle, col cambio di stagione. Ecco perché chi tiene la barra dritta, e la tiene con mano competente e consapevole di certi bagagli storici, vale doppio. Fabio è uno di questi.
Fabio, questo disco che in momento della tua vita e della tua carriera ti trova? Un release che tra l’altro è un album…
…e a cui in effetti tengo molto.
Si vede.
Perché se coi vari EP fatti uscire in tutto questo tempo non mi sono mai messo a fare chissà cosa di promozione, questo disco ci terrei a presentarlo bene. È un lavoro articolato, mi piace l’idea di poterlo raccontare bene, di poterlo mettere nelle migliori condizioni per stare nel mondo. In che fase del mio percorso esce? Beh, sicuramente è a livello personale la chiusura di un ciclo. E penso lo si possa intuire sia dal titolo dell’album in sé, che da quelli dei singoli brani. La chiusura di un ciclo, o l’inizio di uno nuovo: questo a livello personale. A livello invece musicale non penso sia la chiusura o riapertura di qualcosa.
No?
Ci sono i suoni e le influenze che mi accompagnano da sempre – ecco, diciamo che ci sono un po’ tutti e tutte, quello sì, nell’arco della mia carriera ho fatte varie release anche con diversi alias che magari erano collegati a identità un po’ più connotate in un senso o nell’altro, qui ho voluto riunire veramente tutto. Attenzione: non è che questa sia stata una decisione pianificata a tavolino prima di iniziare a lavorare all’album. Le tracce sono arrivate via via per conto loro, e ad un certo punto mi sono reso conto che davano un certo tipo di ricchezza al disco nel suo insieme.
(Eccolo, “Cruel Intention”; continua sotto)
E allora andiamo un attimo di più su “Cruel Intention”, su questo titolo che – lo dici tu stesso – fa balenare la chiusura di qualcosa.
Il retro della copertina fa capire più di qualcosa… E ti dirò: originariamente quel retro lì doveva essere ancora più diretto ed esplicito, nel messaggio. Però poi ho pensato che la musica elettronica è vissuta dalle persone prima di tutto come valvola di sfogo, come momento di felicità, la house in particolare. Certo: ci possono essere sfumature scure anche in certi tipi di house, vero, però in generale caricarla di troppi simboli e connotati negativi può essere un po’ urtante, contronatura, o comunque far storcere il naso a molte persone. Sui titoli delle singole tracce, beh… Diciamo che raccontano quello che mi è successo nell’ultimo anno, sì. Stavo giusto dicendo che la house è prima di tutto gioia, evasione, euforia: ma nel momento in cui si fa un album, penso abbia senso metterci dentro delle componenti anche più sfaccettate, più intime.
E dell’hip hop che mi dici? Perché tu in parte arrivi da lì, no?
Ma no, non è corretto dire che arrivo da lì; che però mi abbia influenzato e mi abbia sempre accompagnato, quello sì. Fin da quando ero ragazzino. Letteralmente, eh: io ho iniziato a fare il dj a 13 anni, e le prime cose era fare la prima parte dei pomeriggi o delle serate hip hop. Non a caso Bassi Maestro è un mio caro amico da tantissimo tempo.
Non certo un nome a caso. Né uno che regala stima ed amicizie a caso.
L’old school sia italiano che americano mi ha sempre affascinato – e credo un po’ si possa sentire in quello che faccio, no? I suoni che scelgo, i modi in cui li tratto… Per quanto riguarda Bassi, ci siamo appunto incontrati quando lui ancora faceva solo hip hop, eppure c’era una grandissima stima reciproca, credo data proprio dal fatto di avere un approccio simile, anche nella produzione – per quanto io subito mi sia orientato verso la house. Ma l’attitudine in qualche modo penso fosse simile.
Beh, potresti metterti a fare release hip hop: ora funziona! Si diventa ricchi! Mica come quando Bassi e pochi altri erano in pochi a portare avanti la fiamma…
Guardami: pensi che potrei diventare ricco? No: ho un approccio troppo da boom bap anni ’90 o primi 2000, approccio da cui non vorrei uscire, e credo che per questa nicchia il mercato sia davvero limitato. Questo non toglie che sì, lo ammetto, sono abbastanza convinto che prima o poi farò uscire un disco di beat hip hop: perché in realtà ne sto collezionando un bel po’ di questi beat, producendo.
A proposito dell’andare controcorrente, dell’essere un po’ desincronizzato rispetto alle mode, la cosa che mi piace è che tu hai sempre comunque cercato di mantenere un’impronta tua. Per dire: sei arrivato sulle scena quando c’era ancora l’onda lunga minimal, quando sembrava che solo facendo quelle sonorità lì, diciamo così “berlinesi”, potessi trovare delle date, farti una carriera per davvero, e non solo suonare di tanto in tanto in luoghi “simpatici”. Hai proseguito per la tua strada e, col senno di poi, direi che i fatti hanno dato ragione alla tua scelta: molti di quelli che si sono ancorati troppo al filone minimal cavalando il momento, e penso anche a dj di loro molto bravi, oggi fanno molta più fatica ad essere riadottati dal mercato.
Ma non è questione di avere o non avere ragione, di aver fatto o non fatto la scelta giusta… Io ho fatto semplicemente quello che mi sono sempre sentito di fare, punto. Il mio approccio alla house, te lo dicevo prima, era nelle serate diciamolo pure più commerciali; e nei primi 2000 la minimal lì non aveva attecchito, c’era ancora una house se vuoi assolutamente più grossolana ma, come dire?, “più house”, più inglese ed americana che tedesca. È però grazie a questo background, a questi inizi, che io ho sempre mantenuto l’attitudine a dare sempre un occhio alla pista e stare sempre attento a far divertire le persone. Anche in “Cruel Intensions”: da un lato sì è un album, con un senso, con delle storie, ma sono stato molto attento a non rifugiarmi in un’attitudine eccessivamente concettuale. Io guardo prima di tutto a Todd Terry, a Kerri Chandler, e se proprio vogliamo virare su sonorità più essenziali comunque guardo alla scena storica di Chicago, o se vogliamo andare più sul ruvido guardo a Detroit: a dischi insomma che sono sempre stati fortissimi in pista, con un grande impatto proprio fisico.
Insomma, mentre tutti guardavano a Berlino, tu guardavi agli Stati Uniti. E, aggiungo, ti trasferivi a Londra.
Esatto. Esatto. Berlino, beh… Ci andai la prima volta nel 2007 e non nego che mi affascinò molto. Ma frequentando sia lei che Londra assieme, capii che era Londra il posto dove davvero dovevo andare a stare. Sai qual è la differenza? A Londra ci sono mille scene, respiri musica diversa ad ogni angolo, passi dal dub al jazz passando per indie rock e blues, oltre ovviamente a house e techno; Berlino invece no, Berlino soprattutto all’epoca era più “verticale”. Devo però dire che negli ultimi anni ci sono state delle situazioni berlinesi che mi hanno fatto molto rivalutare la capitale tedesca. Penso ad esempio al Sisyphos.
Ah sì?
Club incredibilmente sottovalutato, non lo cita mai nessuno, ma il fatto che non annunci mai le line up implica che la gente vada lì con l’idea di ballare, divertirsi, stare bene, non di mettere questo o quel nome nella proprio collezione di clubber. Arrivano lì, e non hanno preoconcetti: si pongono verso tutti i dj con lo stesso approccio, senza distinguere tra conosciuto e non conosciuto, e senza sapere o porsi il problema se uno va alla grande su Instagram o invece a gestire i social fa schifo.
(Fabio in foto; continua sotto)

A proposito di fare o non fare schifo, di fare o non fare delle cose: prima di questa nostra chiacchierata ero andato a ripescare una vecchia intervista tua uscita su Soundwall, e verso la fine – in maniera molto educata ma comunque senza tirarti indietro – avevi fatto una constatazione discretamente polemica sul fatto che in Italia, dentro la scena, c’è poca collaborazione. Era il 2014. Dodici anni più tardi, sono migliorate le cose?
Non lo so. Forse a prima vista sembrerebbero un po’ migliorate, perché si vedono più collaborazioni rispetto a un tempo, ma ho come l’impressione che molte di queste collaborazioni siano un po’ forzate, un po’ calcolate. Le relazioni troppo spesso sembra si costruiscano non per motivi artistici, ma facendo dei calcoli su cosa possa essere utile o non utile per sé e per il proprio percorso. Anche queste sono un po’ delle “cruel intentions”, tornando un po’ al titolo dell’album (sorride, ndi)… Sai, dopo gli anni di Londra e col conseguente ritorno a Milano, all’inizio ho proprio sentito forte questa tensione e questa competitività un po’ sterile che c’è in Italia, o almeno a Milano. Sarà che era tornato da anni ed anni in cui stavo fuori, quindi mi ero perso tutta una serie di sviluppi, ma ciò che sentivo era più che altro un parlare male gli uni degli altri, una sorta di continuo astio verso il prossimo. Ci credi che a Londra una cosa del genere non l’ho mai avvertita? Forse è per questo che a Londra uscivo sempre, anche quando non dovevo suonare, e ora invece esco molto di meno. Ma è proprio uscendo che a Londra trovavo le collaborazioni più belle e, in qualche caso, assolutamente senza volerlo, quelle più importanti: ti sedevi a cena con delle persone, parlando di musica, e scoprivi che quello di fronte a te era l’allora direttore della Boiler Room, o che quegli altri tizi simpatici dopo pochi giorni, rivedendoli, ti avrebbero chiesto di entrare in un’agenzia di booking molto importante. Un’agenzia che mentre ero a Milano letteralmente sognavo, mi sembrava impossibile poterci arrivare; invece a Londra – senza la minima necessità di pedinare qualcuno, di leccare il qualcun altro – la cosa era diventata realtà in modo molto spontaneo e naturale. Anche perché fin dal primo momento ero giudicato come persona e come artista, non come potenziale alleato da sfruttare o al contrario come competitor da ostacolare. In Inghilterra ho conosciuto una meritocrazia sana, davvero sana. Meritocrazia che in Italia fa ancora fatica a farsi davvero largo. Non lo so: il fatto che molti dei nostri artisti nella scena di spessore internazionale abbiano avuto il loro riconoscimento prima all’estero che in Italia penso sia un segnale abbastanza chiaro che abbiamo un po’ un problema. Non credi?