L’anno scorso, al Primavera Sound di Barcellona, rimasi folgorato dalla performance viscerale di Mandy, Indiana, band di Manchester composta dalla frontlady Valentine Caulfield, sensuale e inquietante famme fatale, il produttore e chitarrista Scott Fair, abile artigiano di rumori, Alex Macdougall alla batteria e Simon Catling ai synth, a completare una scarna ma efficace architettura sonora.
Ebbi l’impressione di una band genuinamente underground dal potenziale enorme, almeno per chi ama i gruppi che fanno della sperimentazione un modus operandi e che dunque risulta difficile accostare a generi o specifiche influenze.
“URGH” (Sacred Bones, 2026), il loro secondo album uscito a febbraio, è un assalto sonoro, un susseguirsi di tracce, costruite con approccio minimalista, che schiaffeggiano l’ascoltatore. Vengono in mente gruppi come gli IDLES con cui i Mandy, Indiana hanno condiviso un tour dopo il primo lavoro discografico. Ma nei momenti migliori sono anche spiazzanti e spaventosi come i Death Grips, tribali e sensuali come i primi Liars, però tutto sommato composti da una pasta sonora a grana grossa assolutamente singolare. È musica che ti smuove e allo stesso tempo ti mette a disagio, turbandoti, per così dire, in modo seducente. Come recita il comunicato stampa, “per quanto profondamente personale, URGH riflette lo stato violento e frammentato del mondo in generale”.
Ne abbiamo parlato con Scott che ci ha anche raccontato di come sia nato il progetto. Ah, se siete a zonzo per l’Europa nei prossimi giorni, potete anche intercettarli dal vivo.

Scott: Valentine e io ci siamo conosciuti a un concerto a Manchester, lei suonava in un’altra band. Cantava principalmente in Inglese, ma un brano era in Francese, la sua lingua madre. Quel pezzo mi ha affascinato e le ho chiesto se le interessasse scrivere dei testi in Francese per della musica che stavo componendo. Simon si è unito al gruppo quando eravamo pronti per iniziare a suonare dal vivo e poi Alex ha sostituito il nostro batterista originale, portando un’energia diversa al ritmo.
Soundwall: Il vostro album precedente, “I’ve seen a way”, era più rilassato e cinematico, mentre questo tira fuori una nuova tensione e un’urgenza, anche in termini di ambientazioni sonore, fino ad oggi mai sperimentata. Immagino vi stiate spostando dalla musica industrial all’harsh noise, dal post-punk alla no wave e all’hardcore… Forse dall’introspezione all’assalto sonico.
Scott: Volevamo che questo disco fosse più diretto e incentrato sulle canzoni. Si concentra maggiormente sul coinvolgimento del corpo e sulla canalizzazione di un’energia interiore. Non badiamo molto al genere musicale. Se ce lo chiedono, mettiamo sempre la crocetta su “sperimentale” visto che si avvicina di più alle nostre intenzioni.
SW: Quanto ci avete messo a scrivere e pubblicare il disco?
Scott: Abbiamo iniziato a scrivere i pezzi appena è uscito il primo album, ispirati dalle nostre esperienze in tour. Ci sono voluti un paio d’anni, stavolta, per completare il processo. È stato fantastico lavorare alla Sacred Bones che ci ha concesso totale libertà e ci ha supportato ogni volta che ne abbiamo avuto bisogno.
SW: Ho assistito a uno spettacolo potente, performativo, quasi teatrale; la vostra presenza scenica è solida…
Scott: Le nostre prime conversazioni vertevano sulla necessità di dare spazio a elementi più drammatici. Valentine si nutre dell’energia del pubblico, quindi la performance cambia in base all’energia che riceve.
SW: Dicci di più del modo in cui usa la voce come uno strumento e di come tu, invece, utilizzi la chitarra per generare rumori.
Scott: È soprattutto una questione di istinto. Tutto parte sempre dalla musica e, quando questa è forte e aggressiva, la voce può sovrapporsi oppure fondersi con gli elementi musicali. Personalmente, in questa band non mi trovo molto a suonare la chitarra in modo tradizionale, mi piace perdermi nella musica, come se fossi parte del pubblico; oltretutto finirei per dimenticare le note, quindi lo faccio per evitare di dovermi concentrare troppo.
SW: In “Life Hex” un instabile beat electro si scontra con un riff circolare di natura quasi crossover, post-hardcore, per terminare in un climax vorticoso.
Scott: Sì, in questo caso non ho suonato alcuna nota alla chitarra, ma ho creato del rumore per accompagnare il ritmo. È caotico e travolgente nel senso migliore del termine, proprio come piace a noi.
SW: “Cursive” è una traccia atmosferica da club, ma molto “fisica”. Mi ricorda la band canadese Holy Fuck o i londinesi Factory Floor…
Scott: Sì, certamente. Si percepiscono decisamente delle sonorità alla Factory Floor, ne siamo grandi fan.
SW: “Sevastopol”, “Try Saying” and “Sicko!” mi ricordano M.I.A.
Scott: Sì, certo, M.I.A. è stata una grossa influenza per me. Credo di aver mandato ‘Bamboo Banga’ e ‘Birdflu’ a Valentine, mentre scrivevamo le canzoni, dicendole “facciamo qualcosa del genere”…
SW: “I’ll Ask Her” ha un’atmosfera urban, una sorta di versione distorta di The Streets. È una denuncia della club culture tossica e maschilista, un brano molto britannico che include un cane che abbaia e un suono che sembra una motosega…
Scott: Il suono principale viene dal pulsante del feedback di un distorsore a pedale. È il pedale Eau Caire Thunder della Dwarfcraft Devices, che non esiste più. Premendo il pulsante si può regolare il feedback, quindi ho improvvisato un riff e l’ho processato con un bit crusher. Quel pedale ora è malconcio, quindi dal vivo non suona sempre allo stesso modo, ah ah ah. Sì, i latrati sono stati registrati fuori dal White Hotel, un locale a Salford dove lavora Simon. C’erano dei cani da guardia in un parcheggio di fronte e ce li abbiamo messi dentro.
SW: “Magazine” è un vortice claustrofobico, ti seduce e poi ti fa a brandelli… Sembra un po’ la colonna sonora di un film horror.
Scott: Ha senso, perché io guardo un sacco di film horror e Valentine aveva ideato un film horror da abbinare a questo brano, ma sfortunatamente la produzione non è andata a buon fine e il film non è mai stato realizzato. Speriamo che un giorno accada, era un’idea pazzesca.
SW: “A Brighter Tomorrow” sembra la vostra idea di trip-hop, una sorta di canzone esotica nello stile di Gonjasufi con la melodia vocale eterea che emerge tra sirene e beat zoppicanti.
Scott: Sì, in un paio di occasioni abbiamo cercato di ricreare quella sensazione di “trip andato a male”, come nel film “Climax” di Gaspar Noe.
SW: A proposito, tutte le vostre canzoni contano su una tensione costante che però spesso non si risolve in un vero e proprio climax…
Scott: Il nostro obiettivo è sorprendere e sovvertire le aspettative in termini di struttura. Personalmente, trovo che molte delle strutture musicali consolidate e convenzionali siano ormai noiose, quindi cerchiamo di aggiungere elementi emozionanti e intriganti lavorando sull’imprevedibilità.
