È sempre divertente vedere il complesso di inferiorità che hanno certi fan della destra un po’ populista un po’ post-fascista nei confronti della cultura più alternativa ed indipendente: a parole – ed anche nei fatti – la disprezzano, e manco poco; però appena vedono mezzo appiglio per cui anche in questi contesti (contro)culturali possono fare leva su delle contraddizioni, sciamano come api al miele. Che teneri.
Solo così si spiega come improvvisamente molte persone che fanno già fatica a distinguere Rino Gaetano da Francesco De Gregori (e Povia da un cantautore…) improvvisamente si sono sentite pronte a dissertare tantissimo sul post rock più nebbioso di Seattle, da fan veri ed accaniti: merito degli Earth e della querelle che si è scatenata attorno alla loro non-esibizione al TPO a Bologna, qualche giorno fa. Bravi, oh. Davvero.
I fatti, per chi non li conoscesse: dopo che durante la giornata tutto era filato senza problemi, poco prima dell’esibizione degli Earth il TPO, centro sociale storico di Bologna che ospitava il concerto, è andato a mettere una grande bandiera palestinese sul palco. Gli Earth, pare nella fattispecie Dylan Carlson col resto della band più tiepida ma alla fine accodata al leader nella decisione, si sono rifiutati di esibirsi con una bandiera esposta così. Data annullata. Il giorno dopo era prevista la data al Magnolia, come raccontato da un Rolling Stone giustamente sul pezzo: pare sia andato tutto bene. Ma perché il Magnolia, per quanto da sempre chiaramente schierato dal punto di vista politico, di regola non mette bandiere sul palco. Non l’ha mai fatto, non avrebbe iniziato a farlo con gli Earth.
(La bandiera incriminata, sul palco del TPO; continua sotto)

Ovviamente su tutto questo si è scatenata la canea. Chi per inneggiare agli Earth e dare del “ecco chi sono i veri fascisti” al TPO ed ai centri sociali tutti. Chi per accusare il Magnolia di essere pavido magnificando invece la rettitudine del TPO. Chi per insultare la band (anche chi non ne ha mai sentito una nota e nemmeno ne sospettava l’esistenza). I più raffinati e preparati ritiravano fuori il fatto che fosse stato Dylan Carlson a vendere a Kurt Cobain il fucile con cui quest’ultimo si è sparato qualche giorno dopo (i due erano molto amici).
Molto intelligentemente, ieri Flavia Tommasini – una figura fondamentale per quanto riguarda la programmazione di concerti al TPO bolognese (e non solo quello) – ha pubblicato un intervento molto valido, che vi consigliamo di leggere. Il suo articolo infatti allarga lo spettro: parte dal caso di cronaca e di buzz sull’agorà della rete, ovvero appunto quello che è successo nella data bolognese degli Earth e il suo annullamento per colpa di un simbolo politico sul palco, per arrivare invece a fare un discorso molto più vasto e, per quanto ci riguarda, molto più significativo.
Un discorso tra l’altro che si lega anche al caso Crans-Montana, che noi abbiamo affrontato in una lunga intervista con Alberto Fumagalli che ha avuto, dobbiamo dire, una discreta eco.
Uniremo i puntini, su questo. Ma prima, fateci dire la nostra sul caso-Earth: per quanto ci riguarda, e non è democristianitudine, benissimo ha fatto il TPO a non far svolgere il concerto dopo il rifiuto della band ad esibirsi con quella bandiera a bella vista sul palco, benissimo ha fatto il Magnolia ad ospitare gli Earth il giorno dopo. Di più: se gli Earth o comunque Dylan Carlson (che pare abbia oggi una compagna di origine israeliana, qualcuno dice così) trovano così fastidiosa la bandiera palestinese messa lì accanto a loro mentre suonano, mentre invece accettano di suonare in posti che comunque si spendono per la causa della Palestina con raccolte fondi e simili (è il caso ad esempio del Magnolia), è un loro diritto e fanno bene ad esercitarlo. Nel fare quello che ha fatto, il TPO si è comunque sobbarcato un danno economico (un concerto ha dei costi fissi prima ancora che venga suonata una singola nota sul palco, e poi è da vedere quali sono le clausole contrattuali: la band rinuncia al cachet o il TPO lo deve pagare per intero? O si fa a metà?), tant’è che ha lanciato un crowdfunding successivo al fattaccio, che ha raccolto 3.000 euro in poche ore.
Proprio questo crowdfunding è centrale nel discorso dell’articolo di Flavia Tommasini: i centri sociali sono, o dovrebbero essere, una comunità. Per imporre una posizione di principio il TPO si è sobbarcato (anche) una perdita economica: la comunità attorno ad esso ha reagito, si è stretta attorno al centro sociale bolognese, come a dire “In questa battaglia non siete soli”. Per Flavia, questa è una delle differenze tra venue normali e centri sociali. Scrive, riportiamo testualmente, ed è un allargamento di prospettiva esemplare, invece di concentrarsi solo sugli Earth, se siano soionisti infami o meno:
In questo scenario, anche i conflitti politici che attraversano gli spazi culturali producono effetti materiali. Quanto accaduto al TPO con l’annullamento del live degli Earth non è stato un atto repressivo imposto dall’esterno, ma l’emersione di una frattura politica. La band ha scelto di non suonare in presenza della bandiera palestinese sul palco; per il TPO quella bandiera non è un elemento negoziabile, perché parte della sua storia e del suo agire. La decisione di annullare il concerto ha avuto un costo economico ma anche relazionale. Non per censura, ma perché prendere posizione oggi ha sempre un prezzo.
Ed è qui che si misura la differenza tra spazi e contenitori. La risposta non è stata il silenzio o il ripiegamento. In meno di ventiquattro ore, il crowdfunding attivato per sostenere lo spazio ha raccolto quasi 3.000 euro. Non un gesto caritatevole, ma una presa di responsabilità collettiva. La dimostrazione che questi luoghi esistono perché esistono comunità che li attraversano e li difendono.
Questo discorso è l’approdo di un ragionamento, nell’articolo, per cui nei paragrafi precedenti si denuncia come ci sia in atto un preciso disegno per favorire i “grandi contenitori”, quelli legati al mercato dove si organizzano concerti sempre più grandi e sempre più costosi da parte di organizzatori sempre più ricchi e sempre più potenti, a scapito dei luoghi che ancora oggi si ostinano a “fare comunità” e a lavorare con e per l’underground, con e per la scena musicale che antepone il principio al guadagno (o almeno, tenta di fare stare in ragionevole equilibrio).
Il succo del discorso è: i drammatici fatti di Crans-Montana hanno generato un ulteriore giro di vite – inevitabile e per certi versi auspicabile, come ragionava Fumagalli nell’intervista da noi publicata qualche giorno fa – e però questo giro di vite extra è ormai sostenibile solamente da chi gioca puramente alle regole del mercato. Quelle che Flavia, e tanti altri con lei, chiamano ragionevolmente regole “estrattive”:
Mentre circoli e spazi indipendenti vengono sottoposti a controlli sempre più serrati, i grandi format dell’intrattenimento e della musica dal vivo continuano a crescere senza ostacoli: biglietti sempre più costosi, pubblico sempre più numeroso, sponsor e fondi privati sempre più centrali.
Una crescita che raramente rafforza i territori o le scene culturali locali. Al contrario, funziona come un modello estrattivo: arriva, consuma attenzione e risorse, se ne va. I grandi eventi occupano spazio simbolico, tempo sociale, spesso anche risorse pubbliche, senza costruire continuità né infrastrutture culturali durature.
Troviamo questo grido d’allarme corretto. Ma al tempo stesso non vediamo la giusta attenzione su quello che è un punto che focale che, per mille motivi, alcuni nobili, altri meno, si tende sempre a non dire: quelli che sono diventati potenti grazie al mercato e che sono oggi abbastanza ricchi per sostenere anche le più grandi pressioni economiche e burocratiche dei regolamenti di sicurezza non sono diventati tali per un complotto dei poteri forti o perché un Grande Puparo più o meno fascio-clepto-pluto-sadico-cinico-corrotto ha deciso così, ma perché hanno saputo costruirsi il seguito del pubblico. E lo stanno mantenendo. Se i biglietti sono sempre più costosi (e lo sono), il pubblico è sempre più numeroso (per ora lo è) e gli sponsor e i fondi privati accorrono, beh, è perché evidentemente nella libera scelta delle persone questi eventi piacciono, sono apprezzati. Li fanno star bene. O almeno, maturano l’impressione sia così.
Se un eccesso di regolamentazione, sport in cui l’Italia è campione intergalattica, favorisce le grosse imprese e le grosse corporazioni sparando alle gambe delle realtà più “di base”, più orizzontali, più pure, più disinteressate, meno legate all’avidità da mercato, è anche perché queste seconde, rispetto agli anni ’90, hanno progressivamente iniziato ad essere meno rilevanti. A conquistare meno favori, meno attenzioni, meno energie. Col risultato che le istituzioni – che non sono timide a stare dalla parte dei più forti, e vale ormai sia per i governi di destra che per quelli di cosiddetta sinistra – si fanno sempre meno problemi ad ignorare le ragioni e i voleri di chi vuole invece una cultura più alternativa, più dal basso, più slegata dalla logica del profitto.
Se i biglietti sono sempre più costosi (e lo sono), il pubblico è sempre più numeroso (per ora lo è) e gli sponsor e i fondi privati accorrono, beh, è perché evidentemente nella libera scelta delle persone questi eventi piacciono, sono apprezzati
Onestamente? Le capiamo anche, le istituzioni. Perché da un sacco di tempo i centri sociali – sì, anche il TPO – hanno trovato una grande ragione di sussistenza economica e di rilevanza sociale anche fra i non militanti organizzando concerti “normali”, ovvero di artisti che potrebbero tranquillamente suonare ovunque. Dove sta la specificità, quindi?
Gli Earth non sono stati scelti dal TPO, badate bene, ma sono stati portati là da un’alleanza tra Hard Staff, un’ottima e combattiva agenzia di booking, e il Freak Out, un meraviglioso scrigno di musica live cazzuta: il Freak Out di suo sarebbe stato troppo piccolo per contenere un concerto degli Earth, quindi si è chiesta ospitalità al TPO. Che l’ha data. Esattamente come la dà mille altre volte in occasioni simili. Ed esattamente come da anni ospita concerti di artisti che suonano anche, in modo inevitabile e naturale, in venue ed in contesti 100% commerciali.
Questa “apertura” e questa “commistione” fra spazi occupati ed industria musicale non la condanniamo. Anzi, la amiamo: è stato per quanto ci riguarda il lascito migliore degli anni ’90, ed ha liberato un mare di energie artistiche ed umane pre-zio-si-ssi-me. Ma siamo anche abbastanza onesti da riconoscere e da sapere che, nel momento in cui da novità di rottura è diventata pratica in qualche caso consolidata, è una scelta (anche) “furba”. Una pratica basata su una doppia convenienza, non su una voglia di rottura politica o culturale.
Così come sono “furbe” tutte quelle realtà in musica che sono partite da contesti indipendenti, e su questo hanno costruito il loro DNA ed anche parte del loro fascino presso il pubblico, ma poi sono andate a vendersi a tutte le major e tutte le corporation dell’intrattenimento possibili. È il leit motiv degli ultimi quindici anni, in Italia. “Furbo” non significa colpevole: al tempo stesso, però, se si cavalcano delle contraddizioni e dei crinali complicati bisogna ammetterlo e discuterlo, non nasconderlo e fare finta di nulla.
Abbiamo insomma bisogno di una operazione-verità. A trecentosessanta gradi. E in questa operazione-verità, non possiamo non constatare che gli spazi occupati, lì dove sono rimasti, in molti casi cercano ancora di lucrare un po’ passivamente ed un po’ stancamente sull’onda lunga degli anni ’90 in cui sono stati davvero un primo motore aristotelico (come raccontato ad esempio nel libro di Valerio Mattioli, coi suoi pregi e coi suoi difetti), e che spesso per far quadrare i conti e restare a galla devono trovare delle triangolazioni non semplici coll’industria più legata al mercato. Non è una colpa, ma non va nemmeno nascosto. Non si può fare finta di nulla.
In questa operazione-verità, e ci teniamo a dirlo forte, rientra proprio quanto fatto dal TPO con gli Earth, ed anche quanto non fatto dal Magnolia il giorno dopo sempre con la band di Seattle: entrambi i posti, nel decidere quello che hanno deciso e nel fare quello che hanno fatto, sono stati coerenti con se stessi.
Quello che veramente manca, a nostro modo di vedere, è la consapevolezza del pubblico. La consapevolezza che andare al Leoncavallo o a Macao a 10/15 euro ed andare al Forum o ai Magazzini Generali pagando biglietti da 50/70 euro non sono la stessa cosa. Poi sì, succede che oggi al Forum e ai Magazzini ci vadano artisti che fino a pochi anni fa avresti visto al Leo o a Macao, vero; ma questo non deve dare il via al condizionamento implicito e subliminale per cui si considerano tutto quanto, indistintamente, come i gatti nella notte kantiani che sono tutti grigi, ovvero delle “venue” in fondo intercambiabili. E gli artisti – e i loro promoter – sanno così che possono saltare allegramente dall’uno all’altro, senza fare un plissé.
Chi c’era, negli anni ’90, sa che tirava un’aria diversa. E non parliamo solo di centri sociali. Parliamo ad esempio di una scena musicale indipendente italiana che coi suoi nomi di punta oggi riempie i Forum (ed arricchisce ormai le multinazionali, visto che ci si è alleata senza remore), ma che non ha fatto troppo per evitare la morìa di tantissimi live club di qualità e coraggio in giro per lo Stivale
Negli anni ’90 questa commistione è stata una ricchezza, perché appunto ha liberato energie e scompaginato delle regole del gioco in modo radicale. Trent’anni più tardi, sta diventando troppo una scelta di convenienza. E sta anche avvelenando le radici di senso di uno spazio occupato: nel momento in cui per sopravvivere deve fare prima di tutto eventi musicali guadagnandoci un tot, perché altrimenti non ha i mezzi e non ha nemmeno l’interesse e l’hype di abbastanza potenziali frequentatori, vuol dire che si è guastato qualcosa, vuol dire che c’è qualcosa che non va nella tua ragione d’essere.
Non possiamo lasciare tutto alle grandi corporazioni. Non possiamo lasciare tutto, come dice Flavia Tommasini nel suo articolo, ai “grandi format dell’intrattenimento sempre più costosi”: sarebbe un mondo demmerda. Bisogna però anche iniziare a ritrovare il senso di tutto ciò che si muove al di là dei “grandi format”, e bisogna anche iniziare ad interrogarsi su quanto il modello misto, quello che a seconda dei casi sta un po’ di qua e un po’ di là nel mercato, oggi sia veramente una soluzione, o quanto sia invece diventato – se ne è sottovalutata la problematicità – una delle causa più subdole del problema.
Non esiste una risposta unica, univoca, immediata. A scanso di equivoci: chi vi scrive, è fortemente a favore del modello “misto”, e non penso sia per nulla un caso se – parlando di elettronica e di clubbing – le cose più interessanti a Milano nell’ultimo decennio si sono sentite grazie a Lobo e alla sua residenza al Leoncavallo, dove aveva zero pressioni e carta e bianca, o col lavoro di ricerca di Macao. Giusto per dire. Il problema però va posto. Limitarsi a dire “Lo Stato è stronzo, favorisce sempre di più le grandi corporazioni” è assolutamente corretto, ma raffigura solo una parte dell’intero quadro.
Quella parte, per certi versi, più consolatoria. Più facile e comoda, visto “da sinistra”.
La grande rivoluzione degli spazi occupati, che tanto bene ha fatto alla scena musicale e culturale italiana, non è nata certo perché lo Stato ha dato una mano con provvedimenti fiscali ed amministrativi; è nata perché c’era un bisogno reale, perché c’era una richiesta profondissima e sentita di cultura che fosse “altra”, che fosse “nuova”. Oggi, tutto questo c’è davvero? E quando c’è, quanto è veramente sentito? Oggi, vai al TPO perché ci fanno i concerti, o perché ne condividi la ragion d’essere, che è quella che su cui si basa la sua storia, la sua esistenza, la sua unicità? Dobbiamo essere parecchio grati al TPO per la sua rigidità, che andando a muso duro contro Dylan Carlson ha (ri)messo sul campo la questione dell’integrità morale, politica ed ideologica rispetto alla propria ragione d’essere.
Una integrità che quando inizi ad andare a fruire musica negli spazi occupati perché costano meno, si può fumare dentro (anche le canne) e i bar sono più buon mercato, si inizia a dimenticare, o ad usare solo come una borsetta da sfoderare nel weekend. Però questa integrità non ci deve essere imboccata o comunque facilitata dallo Stato: questa integrità dobbiamo iniziare a riconsiderarla noi. Consapevoli che è stupido ed infantile dividere il mondo in bianco e nero, buoni e cattivi, corrotti ed integerrimi: quello sì. È un affare problematico. Ma questa problematicità dobbiamo iniziare ad affrontarla noi. Che lo Stato e le istituzioni siano abbastanza intelligenti da facilitare non solo e non tanto le grandi multinazionali ma chi fa comunità e socialità dal basso è e sarà benvenuto, per carità, ma l’impressione è che prima debba partire una reale esigenza su tutto questo proprio da noi, proprio dal basso.
Perché ora non c’è. O comunque, non c’è abbastanza.
Chi c’era, negli anni ’90, sa che tirava un’aria diversa.
E non parliamo solo di centri sociali. Parliamo ad esempio di una scena musicale indipendente italiana che coi suoi nomi di punta oggi riempie i Forum (ed arricchisce ormai le multinazionali, visto che ci si è alleata senza remore), ma che non ha fatto troppo per evitare la morìa di tantissimi live club di qualità e coraggio in giro per lo Stivale. Live club di qualità e coraggio che sono scomparsi perché oggi o fai i nomi famosi (che hanno costi sempre più assassini), o il pubblico non ti si caga.
E lì, scusate, non è certo colpa dello Stato. A meno che non si creda in uno Stato-pedagogo, che “dall’alto” insegni ai suoi cittadini a colpi di legiferazione quanto sia importante la cultura “dal basso”: ad oggi però quasi tutti i tentativi di Stato-pedagogo non sono finiti esattamente in gloria. Anche perché bisogna ricordarsi che se passa questo principio, vale anche se sta al potere chi non ci piace. Vogliamo fare un altro favore a chi sbraita e ruggisce contro Askatasuna e Leoncavallo ma squittisce verso quel palazzo al numero 8 di Via Napoleone III?