“Heima” è un documentario del 2007. Racconta del ritorno dei Sigur Rós in Islanda, con una serie di concerti non annunciati, in luoghi speciali, segreti, nient’altro che stencil del loro piccolo alieno come mappa e guida.
Il film, però, non è soltanto il racconto di questo tour di ringraziamento al proprio pubblico, amici e famiglie che li aspettavano a casa, grati per aver reso l’Islanda un punto ben preciso sulla cartina geografica per il mondo intero. È una riflessione, proprio a partire da questo: dal caos di un tour, da un ritorno a una terra selvaggia, inospitale, glaciale e infuocata. È una critica all’opera umana che contamina la natura con la propria presenza.
Le canzoni dei Sigur Rós qui sono rilette in una nuova chiave diversa, diventano uno strumento per raccontare uno sguardo meravigliato su una società “a misura d’uomo” e sulla sua storia e tradizione, ma anche per lanciare un forte messaggio di allarme e di critica verso il capitalismo, verso la sfacciataggine e la manzanza di rispetto di chi vuole guadagnare su popoli, tradizioni, culture e paesaggi da preservare.
“Perché ha iniziato parlando di “Heima”?”, vi starete chiedendo. Perché “Takkuuk” è, in un certo senso, una continuazione del discorso che i Sigur Ros hanno cominciato con “Heima”, che racconta di un altro luogo da mantenere intatto, la Groenlandia.
“Takkuuk” nasce come installazione audiovisiva dei Bicep in collaborazione con Zak Norman e Charlie Miller, con la collaborazione di artiste e artisti indigeni che hanno partecipato non solo alla realizzazione del film, ma anche alla colonna sonora.
Le immagini e i suoni hanno un impatto potentissimo sullo spettatore, in lingua inuit takkuuk significa “guarda”: impossibile rimanere indifferenti a quello che vediamo e sentiamo.
Il ghiaccio è la materia intorno a cui si struttura tutto il documentario, dalla sua presenza alla sua composizione, che racchiude anche la sabbia, spinta dal Sahara fino ad addentrarsi nei blocchi che formano archivi, monumenti, storia. E dalla sua assenza.
La guida Adam Lyberth da voce a una materia che, per quanto non possa parlare, se ben osservata è testimone di interi millenni di vita. “Le rocce sono molto più antiche di noi, se le consideri come creature, a loro non importa nulla di noi”. Dice sbattendoci immediatamente in faccia la nostra posizione in relazione alla natura: noi siamo insignificanti, in confronto a essa. Eppure, abbiamo l’ardore di pretendere di comandarla.
“You don’t possess anything, you belong to the Earth.”
Il nostro rapporto con la terra, l’acqua, il vento si è affievolito al punto da convincerci che sopravvivere in mezzo a smog e inquinamento acustico, consumando ogni risorsa disponibile, sia l’unica soluzione plausibile per mantenere intatta la nostra società.
Le comunità indigene vivono questa contraddizione sulla propria pelle.
“Siamo i primi a essere sacrificati sull’altare della sopravvivenza”, dicono la poetessa sami Ida Helene Benoisen e Ella Marie Hætta Isaksen, musicista attivista e attrice.
Non sono loro a guidare il consumo globale, eppure sono spesso le prime a subirne le conseguenze più dure. Nell’Artico, questo paradosso è evidente e silenzioso, come il ghiaccio che si assottiglia senza fare rumore, ma lo fa in modo rapido e inesorabile.
(Un’immagine dalla proiezione in anteprima di “Takkuuk” a Londra, il 3 luglio 2025)

“Takkuuk” esplora le comunità che vivono non solo in Groenlandia, ma anche in Svezia, Norvegia e Canada, mostrandoci un mondo completamente diverso e dando voce a quelle lingue indigene che nascono da quel rapporto intimo tra uomo e natura.
In molte lingue artiche esistono decine, a volte centinaia di termini per descrivere l’ambiente naturale. Non è un vezzo linguistico, è una necessità. Quelle parole servono per leggere il cielo, capire la neve, riconoscere i pascoli giusti, prevedere il tempo. Servono per vivere.
Non sono solo strumenti di comunicazione: sono mappe emotive, archivi di memoria, forme di resistenza quotidiana. Raccontano la cultura del luogo, tengono insieme la comunità, danno un senso al tempo e allo spazio. In ogni parola c’è il paesaggio, il clima, il ritmo delle stagioni.
Ma quando il clima cambia troppo in fretta, così come la politica, anche le parole iniziano a perdere terreno. E con loro le persone che le parlano. Perché quando una cultura viene spinta a trasformarsi e adattarsi a qualcosa di non suo, la lingua spesso la segue, facendo scomparire la memoria collettiva.
Per questo il lavoro dei Bicep è significativo. Le persone presenti in questo progetto, e nella colonna sonora, affermano in modo potente la loro identità attraverso la scelta precisa di non adattarsi alla predominanza anglofona, e, nel caso della Groenlandia, anche alla prevaricazione della Danimarca, che le ha colonizzate.
Tarrak (ombra) è un rapper e rappa solo nella sua lingua madre: il kalaallisut. Una scelta che non è solo artistica, ma profondamente politica. Perché in un mondo che ti spinge a uniformarti, Tarrak sceglie di resistere. “We live in the fucking arctic tundra, how can we even survive?” afferma. E se pare quasi surreale la sopravvivenza, allora bisogna lottare per mantenerla, contro uno Stato che propone una narrazione distorta, è necessario decidere collettivamente cosa fare del linguaggio per le generazioni future.
Il duo Silla, composto da Charlotte Qamaniq e Cynthia Pitsiulak, dà voce invece alla title track della colonna sonora. È un brano sincopato, quasi ansiogeno: loro utilizzano la tecnica gutturale dell’Inuit per rendere un senso di urgenza, di imminenza inesorabile, che necessita di spazio per poter respirare. Il nome, Silla, deriva dalla parola inuktitut Sila, che racchiude concetti quali tempo atmosferico, terra, spirito, astuzia e intelligenza. Questo nome rende omaggio alla profonda spiritualità e alle tradizioni culturali che hanno mantenuto viva la pratica del canto gutturale Inuit, nonostante i tentativi di sopprimerla durante la storia coloniale del Canada.
Negli ultimi anni l’Artico è diventato un luogo di interesse, di progetti, di promesse industriali. Ma a guardarlo da fuori si rischia di dimenticare chi lo abita davvero
Katarina Barruk è una tra le più note e rispettate artiste norvegesi. La sua presenza nel film è quasi mistica: le sue movenze e i suoi canti in Ume Sámi rappresentano il profondo legame tra la potenza delle parole e la forza della natura, invitano a ritrovare la libertà, alla riconnessione con l’io più nascosto. L’ume sámi conta meno di 20 parlanti, ed è ormai scomparso dalla Norvegia.
Niilas è forse la figura più discostata, le sue produzioni sono ambient elettroniche, spesso con cantato in inglese, ma tutte rivolte all’esplorazione delle proprie radici sámi e al suo stretto legame con l’universo glaciale. Così come Nillas, Andachan produce elettronica EDM unendola con suoni tradizionali groenlandesi, e per questo è diventato un punto di riferimento, soprattutto tra le generazioni più giovani.
La ricerca delle modalità sonore con cui rappresentare la propria identità spazia nel film e anche nella colonna sonora alla contaminazione con altri generi: Sebastian Enequist ha una delle presenze più forti a livello di immaginario nel documentario, in cui lui e la fidanzata si truccano prima di un’esibizione. La sua passione per la musica lo ha portato a fondare una band heavy metal, con testi in inglese e in groenlandico, Sound of the Damned.
Insieme a questi artisti, le voci delle comunità indigene, da esperti del linguaggio a storici, fino all’allevatore di renne, ci permettono di conoscere quello che il ghiaccio ci tramanda, mantenendo vivo e dando parola a quell’archivio culturale di cui noi sappiamo ben poco.
“Takkuuk” è una cassa di risonanza per chi vede questi luoghi non come risorsa da sfruttare, ma come casa.
Negli ultimi anni l’Artico è diventato un luogo di interesse, di progetti, di promesse industriali. Ma a guardarlo da fuori si rischia di dimenticare chi lo abita davvero. Oggi che sto scrivendo questo articolo mi sembra che questo progetto sia ancor più necessario, per svelare il fragile equilibrio di un luogo che, dopo aver vissuto nell’ombra delle dinamiche mondiali, ora vuole essere “conquistato a tutti i costi” da una persona il cui unico limite è la sua morale, e che sta andando contro ogni riflessione e ogni discorso sull’importanza della collettività e della società civile. Che sta dando alle parole un potere distruttivo, non comunitario.
Forse dovremmo imparare ad ascoltare di più. Non solo per salvare le lingue, ma per capire cosa ci stanno dicendo da sempre: che il rapporto con la natura non è dominio, ma relazione. E che quando perdiamo le parole per raccontarla, perdiamo anche un pezzo di futuro. “Takkuuk”, guardate, approfondite, ma soprattutto ascoltate.