Partiamo dal fondo: “Novanta” di Valerio Mattioli è un lavoro assolutamente formidabile, che deve assolutamente entrare nella vostra lista degli acquisti. E questo ve lo dice una persona che, per come è stata citata nel libro in un passaggio, (in modo spiccio e clamorosamente fuorviante, chissà se per errore, superficialità o malafede), Mattioli lo dovrebbe prendere a – metaforici, s’intende – schiaffetti correttivi.
Quindi, ecco. Fossi permaloso e/o infantile, dovrei o ignorare o parlare male di questo monumentale volumone. Invece ne sono fan accanito, essì, e questo articolo nasce dalla voglia di condividere la profonda convinzione su come questo opera sia semplicemente imprescindibile se siete appassionati di musica, se siete su queste pagina, se un minimo ve ne frega di techno e hip hop, se per voi la musica è più che una serie di distratte playlist di Spotify una delle unità di misura principali della vostra vista e della nostra società.
Mattioli infatti si è sobbarcato un lavoro gigantesco, e non ne è rimasto per nulla schiacciato. Non era facile, non era scontato. Riannodare i fili degli anni ’90 italiani che si sono sviluppati tra controcultura e centri sociali e hanno finito per lambire (o penetrare, o influenzare) il mainstream è un’impresa titanica. Ti-ta-ni-ca. Lo è prima di tutto perché si tratta di movimenti, pulsioni, illuminazioni nate dal basso che quasi sempre hanno programmaticamente cercato di percorrere vie altre: andavano quindi non solo cercate in posti non semplici ed istituzionalizzati dal mercato, e già questo è difficile, ma queste vie una volta trovate andavano anche interpretate e riconosciute. Solo chi realmente si è sporcato le mani, consumato le scarpe e – in qualche caso – pure i neuroni può infatti davvero avere tutte le armi e le bussole interpretative per non perdersi in un complesso mosaico fatto di intuizioni che sì, in qualche caso nascevano dagli anni ’60 e ’70 (quindi con una cartografia interpretativa già sviluppata), ok, ma in ogni caso sentivano sempre e comunque l’esigenza intima di modificare, rivoluzionare, sovvertire, inventare, spostare confini, sperimentare gemmazioni. Tutte questo non nelle speculazioni on line o su qualche subReddit, ma proprio sul terreno.
Per quanto gli anni ’90 diciamo non-convenzionali siano quelli che per primi hanno visto la diffusione reale della rete, buona parte di essi si è consumata e si è strutturata comunque ancora in modo fisico, maledettamente fisico: stando cioè nelle occupazioni, frequentando le assemblee, inseguendo la jam, andandosi a cercare i rave, inseguendo notizie, impulsi e stimoli dall’estero e questo quando per farlo dovevi muovere il culo, non il trackpad o il dito su uno schermo OLED. A farlo, a muovere cioè il culo, però spesso si finisce col concentrarsi solo su una storia, o poche di esse; Mattioli invece ha affrontato la fatica immensa di raccogliere mille elementi invece che uno o dieci e questo per creare una storia corale e soprattutto – detto in chiave politico e sociale, non solo quindi artistica e descrittiva – “con un senso”, dove diventa più facile capire alcuni passaggi logici, alcune evoluzioni artistiche (e politiche), la genesi di molte intuizioni, e pure di altrettanti fallimenti.
(La copertina di “Novanta”; continua sotto)

Chiaro, le inclinazioni e le preferenze dell’autore si vedono, come giusto che sia: in qualche caso anche quando c’è la critica c’è l’affetto (quando si parla di Decoder o di Torazine), in altri anche quando c’è l’elogio c’è un velato, britannico disprezzo; in altri ancora – vedi le righe dedicate a Manuel Agnelli – ci si chiede se a Mattioli il cantante degli Afterhours abbia rubato la fidanzata, o un accendino; ma è anche giusto che chi si è lanciato in un’opera talmente ambiziosa, che costa non solo una quantità esorbitante di tempo, nervi e conoscenza ma anche di rischi (aka: rotture di cazzo di chi non si vede citato o non si sente rappresentato correttamente), si prenda il diritto di raccontare le cose a modo suo e sui binari dei suoi personali giudizi e delle sue personali scale di valore. Però in un’epoca come gli anni ’90 alternativi/antagonisti che è stata molto ombelicale ed autoriferita e in qualche caso proprio settaria e snob, Mattioli si è speso con generosità, si è speso con la voglia di raccontare il lato collettivo e sociale di un intarsio di mille avventure artistiche/intellettuali (si passa tra l’altro dalla musica alla letteratura – a proposito, veramente bellissima la parte dedicata alla letteratura, breve ma lucida e scritta magistralmente – e dalla politica alle arti performative ed agli ibridi artistico-scientifici come il cyberpunk), coinvolgendo il racconto di tante città, di tante scene.
Un affresco caldo, caldissimo, molto complesso, che si estendo per oltre 500 pagine ma che scorre sempre meravigliosamente bene, con passaggi complessi resi molto chiari e consequenziali e con la giusta pennellata di humour ogni tanto, dal sarcasmo che sa essere anche stronzo, va bene, ma che nasce da una indiscutibile conoscenza della materia trattata. Nessuno ci si era cimentato prima, con questo sforzo, con uno sguardo così d’insieme.
Chissà se qualcuno lo farà in futuro, di affrontare in modo così sistematico gli anni ’90.
Anni che, come sempre accade, rischiano di essere ricordati solo superficialmente, ovvero per le sue declinazioni più facili, univoche, immediate ed inoffensivamente consolidate, ma che hanno avuto il coraggio di prendere le spinte libertarie e creative degli anni ’60 e ’70 e di farlo in modo non didascalico, ma traghettandole e forza e con piglio nel panorama da nuovo millennio. Tutto questo perché sembrava giusto farlo, mentre oggi sembra che agisci solo se ti pare economicamente o reputazionalmente conveniente farlo.
“Novanta” davvero ha la statura del documento storico imprescindibile, da punto di riferimento in un campo in cui punti di riferimenti così globali e corali non ci sono stati, al massimo esercizi di stile, al massimo semplici articoli di giornale
Ma dicevamo: un affresco caldo, “Novanta”. Ecco, curiosamente scartabellando nei vari thread di Facebook dedicato al libro un nostro amico, nel commentarlo, lo ha definito “un po’ freddo”. Abbiamo ragionato su questa affermazione, e ne abbiamo capito l’origine: l’opera di analisi e racconto di Valerio Mattioli in “Novanta” è talmente sistematica e chirurgica da rischiare di diventare, sotto certi punti di vista, un’autopsia. Sì: una meticolosa, meticolosissima autopsia.
Questo perché a leggere tutto quello che c’è – lo ripetiamo per l’ennesima volta: è tantissimo – viene da chiedersi :“Come è possibile che di tutto questo non sia rimasto quasi nulla?”. Domanda che viene acuita dal fatto che quasi sempre le poche cose/realtà che ancora oggi operano con successo nel loro campo sono quelle a cui Mattioli dedica in “Novanta” più sarcasmo, e più malcelato o proprio zerocelato disprezzo.
Il sospetto allora si fa strada: “Novanta” è un magnifico compendio di cose che non hanno avuto un futuro, che sono state cioè magnifiche e coraggiosissime lì per lì ma che avevano in sé il germe della propria rovina, della propria autodistruzione, del proprio autosabotaggio – e non si sono fatte problemi a nutrirlo e farlo proliferare (e/o non hanno pensato a prendere sufficienti precauzioni per evitare che ciò avvenisse).
E però, questo lo sosteniamo con forza: molte cose che non sono andate bene e che non vanno bene dagli anni 2000 in poi, anni i nostri in cui certa musica e certe arti o hanno messo il successo ed il guadagno al primo posto a scapito di coraggio ed inventiva, anni in cui si è smesso di credere che un’alternativa fosse possibile (alternativa industriale, estetica, distributiva, politica…), avrebbero avuto molta più ricchezza di senso e ci permettiamo di dire molta più forza se avessero studiato meglio e rispettato di più le istanze degli anni ’90 raccontate in “Novanta”.
In tal senso forse sì, forse alla fine di una lettura di 500 e passa pagine – per quanto avvincenti e particolareggiatissimi e partecipate – l’impressione finale può essere quella di una freddezza, di un senso di amarezza su quanto tanta forza, tanta visione e tanto coraggio siano stati alla fine dei giochi e siano oggi moderatamente ininfluenti, irrilevanti. Si pensava di cambiare il mondo; si è fatto alla fine un esercizio di stile, o una lunga, stranissima, psichedelica festa, per poi in ultima analisi rientrare nei ranghi di un post-thatcheriano “there’s no alternative”.
Chissà se è così davvero. Chissà se invece gli stimoli e il coraggio degli anni ’90, anzi, di ben precisi anni ’90 alternativi (Mattioli ci scuserà se usiamo questo aggettivo, è per farla semplice e capirsi…) riemergeranno all’improvviso: nelle arti, nella politica, nei consumi. Onestamente? Sarebbe fantastico accadesse. E se accadrà, “Novanta” avrà un merito non secondario in questo: perché davvero ha la statura del documento storico imprescindibile, da punto di riferimento in un campo in cui punti di riferimenti così globali e corali non ci sono stati, al massimo esercizi di stile, al massimo semplici articoli di giornale.
Insomma, davvero: è un libro che dovreste fare vostro. Vale. Vale tantissimo.
…poi sì, visto che la portineria e il gossip sono motore di clic, engagement e chiacchiericcio resta da spiegare perché Mattioli mi ha fatto tanto girare le scatole quando mi ha citato in “Novanta”: stravolgendo completamente il senso di alcune cose che ho scritto (per superficialità?, per malafede?), in una riga e mezza mi ha arruolato fra i puristi hip hop che disprezzavano il contributo dei centri sociali nella storia di questa cultura in Italia: bastava esserci, nella scena, in quegli anni, e Valerio lì non c’era ma mica poteva essere ovunque, per sapere che la verità è esattamente opposta. Sono stato uno dei pochi, anzi, in certi momenti semplicemente l’unico a gridare e spiegare il più possibile quanto gli spazi occupati e le loro istanze siano stati semplicemente imprescindibili – e spesso pure stimolanti e benefici – per lo sviluppo della musica rap e della cultura hip hop in Italia: è uno dei pochi meriti che mi prendo, in trent’anni che scrivo di musica. Ehi, Valerio, mi hai fatto passare per l’esatto opposto: se tu fossi al posto mio, che faresti? Che mi faresti?
Però oh, sei talmente bravo e hai scritto un libro talmente bello e difficile che questa, forse, te la faccio passare.
Forse.