Sì: avete letto bene. Il titolo dice esattamente “Live Nation che compra il Forum e Carroponte è una bellissima notizia”.
…solo che non spiega perché sia una bellissima notizia: e il nocciolo sta proprio qui. Perché ecco, lo diciamo agli addetti ai lavori che magari saranno trasaliti (o avranno gongolato…) a questo titolo: questa è una bellissima notizia perché è, essenzialmente, per come stanno messe le cose oggi, una notizia di merda. Una fantastica notizia di merda. O, per lo meno, preoccupante.
Prima di arrivare al punto, però, è necessaria una spiegazione per i non-milanesi e, soprattutto, per quelli che sono un po’ meno abituati ad andare a vedere concerti a Milano (spesso l’unica città toccata dai tour europei degli artisti internazionali: chiaro che poi si sconfina nel milano-centrismo…) quindi magari devono inquadrare meglio la portata della faccenda. Il Forum ad oggi è la più grande venue indoor per concerti in Italia (sempre più lontani i tempi in cui era, prima di tutto, la casa della squadra Olimpia Milano…); il Carroponte è – almeno potenzialmente – una delle più grandi venue estive, tra l’altro un posto particolarmente suggestivo al confronto di altri spazi outdoor usati a Milano per la musica live.
Insomma: non sono due posti da nulla. “Fare il Forum” è diventato il punto d’arrivo per ogni artista italiano; e se un tempo pareva un traguardo quasi impossibile riuscirci, appannaggio di pochissimissimi, oggi invece – da quando andare ai concerti è diventato di moda, è diventato un plusvalore di prestigio e coolness sociale da giocarsi sui propri social – ci riescono in tanti, veramente in tanti, così sono in tanti a sentirsi vincitori e sono anche in tanti che hanno il loro management che sull’onda del “Ehi, ho fatto sold out al Forum!” (sold out vero o un po’ aiutato artificialmente) poi si pongono sul mercato chiedendo costosissimi cachet. Va da dé che è lo stesso meccanismo, amplificato nelle cifre, per quando si decide di andare alla conquista di San Siro, anche a costo di perderci soldi nell’immediato: il ritorno è sul medio periodo. Almeno, questo è il piano.
Quanto questi piani riescano o meno, beh, è un discorso lungo.
Discorso affrontato da noi in passato, e chiaramente lo affronteremo in futuro.
(Il Forum, qui in assetto da basket; continua sotto)

Il punto qui però è l’annuncio del Forum acquistato da Live Nation, col Carroponte e pure il Teatro RePower come mancia, come acquisto fatta come quando sei alla cassa del supermercato e vedi il cestello con le bottigliette di Coca Cola o le Vigorsol da mettere in auto: che fai, non prendi? (che poi in realtà la forma perseguita è stata quella dell’acquistare la società che gestisce queste venue, non l’acquisto diretto delle mura / degli spazi, ma la sostanza resta quella: il controllo di quello che vi accade a livello di eventi)
Questo annuncio, quindi, è una “bellissima notizia”, come diciamo nel titolo. Ma come mai?
Lo è perché per un attimo – vista la sua portata simbolica – ha (ri)messo sotto i riflettori quello che sta accadendo nel mondo della musica in Italia. Ovvero il preciso progetto dei giganti del settore, parlando del mercato italiano l’americana Live Nation da un lato e i tedeschi di Eventim dall’altro, di prendersi TUTTO. Live Nation infatti è da sempre un gigante dell’intrattenimento a livello di organizzazione concerti e booking degli artisti, e ben presto ha fatto shopping in tutto il mondo, incorporando le agenzie locali/regionali più grosse (in Italia per dire arrivò acquisendo Milano Concerti); ma se già era grossa di suo, è diventata ancora più grossa quando si è unita a Ticketmaster, gigante internazionale del ticketing, e vi basti guardare ai vari “diritti” che dovete sborsare oltre al prezzo nominale del biglietto per capire quale business gigantesco possa esserci dietro il ticketing.
(Veduta suggestiva del Carroponte durante un concerto; continua sotto)

Business così grosso che i tedeschi di Eventim, i proprietari di Ticket One (da tempo immemore il maggior servizio di ticketing in Italia), altro colosso, hanno potuto fare pure loro gran shopping dalle nostre parti. Si sono pappati Friends&Partners, Vivo Concerti e D’Alessandro & Galli, tre delle più grandi agenzie di organizzazione concerti sul nostro paese (che a loro volta controllano anche altre agenzie apparentemente più agili ed indipendenti, vedi Magellano Concerti: un gioco a matrioska), diventandone azionisti di maggioranza al 60%.
Quando vi chiedete come sia possibile che i suddetti soggetti imprenditoriali possano sostenere perdite immense per operazioni sbagliatissime (Arena Campovolo, anyone?), “drogare” il mercato del booking dando anticipi assurdi agli artisti per portarli nei loro roster costi quel che costi, sostenere per anni festival musicali in perdita per centinaia di migliaia di euro ad edizione – gli addetti ai lavori più attenti avranno colto benissimo i riferimenti – la risposta è semplice: hanno alle spalle l’ombrello finanziario Eventim. Che ripiana le perdite quando ci sono o sgancia gli anticipi quando servono, perché ha davanti a sé il “bigger picture”, ovvero prendersi tutto, o almeno quello che non si prende Live Nation, comunque estromettendo così tutti gli altri del gioco e/o comprandoseli (…spesso c’è il metodo para-mafioso del “O diventi mio affiliato, o se rifiuti ti butto fuori dal mercato”: è il capitalismo predatorio, bellezza).
Ora anche in Italia è arrivata ciò che già da tempo è accaduto ed è in progress in altre nazioni: concentrarsi nel controllare anche le venue più importanti.
Il vantaggio è presto detto: se sei proprietario di una venue ne gestisci tu il calendario, dando la priorità alle tue esigenze ed a quelle dei tuoi artisti più forti e fruttiferi, evitando ricarichi sulle spese di produzione, ottimizzando tutta una serie di aspetti logistici e finanziari.
Perché sì, ora improvvisamente facciamo tutti “Oooh” di meraviglia e pure di un po’ di preoccupazione, perché Live Nation ha preso il Forum, l’iconico Forum di Assago; ma mica c’è solo questo. Per quanto ci riguarda, infatti, una grande nefandezza passata un po’ troppo sotto silenzio è quello del PalaItalia, o Arena Santa Giulia, o Unipol Dome. Insomma, quella roba lì – molto bella, per carità – che sarà usata in questi giorni nelle Olimpiadi per farci le gare di hockey su ghiaccio (quest’anno molto prestigiose, perché ci saranno moltissime star della NHL, la NBA dell’hockey su ghiaccio), ma che è prima di tutto un edificio di proprietà di Eventim, che lo userà in futuro per farci concerti. Con appunto tutti i vantaggi del caso, elencati sopra.
Live Nation insomma si è presa il Forum perché Eventim nel frattempo si era fatta l’Arena Santa Giulia. Doveva parare il colpo.
(L’Arena Santa Giulia in costruzione; continua sotto)

Ora: Eventim ha tutto il diritto, se lo vuole e se ne ha i soldi (e li ha…), di costruirsi un suo palasport per ospitare concerti: per carità. Il problema è quando il comitato di affari & politica che ha ideato, voluto e ottenuto le Olimpiadi a Milano-Cortina ha pensato di fare una cosa molto furba e molto “milanese” inserendo l’impianto progettato e voluto per i fatti suoi da Eventim fra le “opere olimpiche”, appunto per farci le gare di hockey su ghiaccio.
Il ragionamento del Comune – rivendicato ad esempio dall’assessora Martina Riva qui – è in sintesi “Siamo furbissimi, facciamo costruire grosse strutture olimpiche ai privati coi soldi loro, così non le dobbiamo pagare noi, va’ che dritti che siamo”: il trionfo insomma del modello di interazione tra pubblico e privato di cui Sala e certo affarismo lombardo di tutti i partiti vanno molto orgogliosi. Il problema però qual è? Il problema è che inserendo l’arena di Eventim tra le “opere olimpiche” principali, tutti gli extra-costi e tutte le opere connesse di urbanizzazione sono state pagate dai soldi pubblici, in ultima istanza da noi. Eh già. Quando metterete piede a Santa Giulia per un concerto, pagando quasi sicuramente il biglietto uno sproposito, ricordatevi che è coi soldi delle vostre tasse che sono stati “regalati” ad Eventim fra i 60 e 150 milioni di euro, a seconda delle stime, per “terminare in tempo per l’inizio delle Olimpiadi i lavori”, “assorbire l’aumento dei costi delle materie prime durante la pandemia”, “creare le necessarie opere urbanistiche connesse per fruire della struttura”. Del resto anche Live Nation, grazie alle Olimpiadi, si ritroverà in mano un Forum con tante piccole migliorie strutturali appena effettuate, anche lei gratta qualcosa, sia mai. Ah, e poi ci sono en passant anche delle piccole cose divertenti: tipo che il direttore designato dell’arena di Santa Giulia è una persona che per anni ha lavorato alla comunicazione istituzionale del Comune di Milano. Cortesie fra amici? Poi per carità, la persona è capace – prima lavorava in Nike, per dire – però ecco, l’eleganza sta altrove.
Insomma, digressioni a parte: i grandi colossi non solo si vogliono prendere tutto, e se lo stanno prendendo, ma vengono pure aiutati a farlo.
Aiutati dalle istituzioni, i colossi. Dai suoi grandi giochi affaristici. Come se già non fossero grandi e grossi.
Ma aiutati anche dagli artisti, i nostri amici colossi, e dalle strutture che ruotano attorno a loro.
Già.
Mettiamocelo bene in testa: se non ci piace del tutto il modello capitalista dove i guadagni si massimizzano e si privatizzano sulla pelle dei consumatori (che pagano prezzi sempre più alti) e dei soldi pubblici (che vengono in soccorso quando ce n’è bisogno), se non ci piace un mondo dove la musica dal vivo costa sempre di più ed è sempre più appannaggio di chi non ha il portafogli vuoto o malconcio, se non ci piace un mondo dove sono i monopolisti e i più ricchi a dettare le regole del gioco, avremmo un modo molto semplice per dirlo e per dimostrarlo: sfilarci, o almeno sollevare la questione, proporre delle alternative. Creare/sostenere un circuito alternativo, o più circuiti alternativi – circuiti in grado di coesistere, e di non farsi la guerra fra loro. Quello che in fondo si è fatto per un lungo periodo: quando il punk era una scena a sé, quando l’hip hop si era creato il suo giro, quando la scena indie si chiamava “indie” perché era appunto indipendente, quando in Italia c’erano sì già i grandi promoter ma, appunto, facevano solo i promoter, non erano anche tramite un gioco di società controllate e di scatole cinesi pure gestori del ticketing, booking agent delle band, proprietari delle venue, facendo su tutto e di tutto un’economia di scala volta unicamente a spremere valore su tutto, massimizzando i profitti su tutto, e per arrivarci il trucco magari divento “Investo in perdita perché posso, fino a quando i miei competitor più piccoli sono fuori dal gioco, perché non hanno la mia forza finanziaria”.
Detto a chiare lettere, anzi, immaginatevelo sottolineato con l’evidenziatore giallo fosforescente: non è (per ora) illecito quello che fanno le Live Nation e le Eventim. Non lo è. Hanno tutto il diritto di farlo, fino a sentenza di tribunale avversa (…qualcosa infatti si sta già muovendo, a livello di antitrust eccetera; ma potrebbe portare a nulla). Però ripetiamo, a scanso di equivoci: hanno per ora tutto il diritto di farlo.
Ma agli artisti e a chi lavora per loro come management, sta bene tutto questo? O giocano al gioco di fare i puri, gli appassionati e magari pure gli indipendenti di fronte ai loro fan, poi però – quando possono, quando ci riescono – si godono i dividendi di questo sistema che premia chi vuole essere sempre più ricco e schiaccia progressivamente ed inesorabilmente chi vorrebbe un ecosistema meno crudele, meno competitivo e meno avido?
Perché parliamoci chiaro: questa dinamica che ha preso l’industria musicale va nella direzione di rendere la vita impossibile a chiunque voglia stare fuori dal sistema delle grandi corporazioni, e del modo di ragionare (e di operare) delle grandi corporazioni. Va benissimo, eh: sono scelte. È il mercato, è la vita. Poi però quando ci si inizia a lamentare dei live club che chiudono, dei concerti costano 70/100/200/500 euro (ed è pure troppo poco, a sentire il capo di Live Nation: capite come ragionano, da quelle parti?), delle spese che sono diventate fuori controllo, del mercato vittima delle Spotify di turno, forse sarebbe il caso di fare un’analisi di coscienza un po’ più approfondita su dove veramente stiano e da dove partano le cause delle storture che tutti siamo bravi a denunciare, ma che al momento del dunque – se lo troviamo conveniente o “necessario” – non ci facciamo problemi a cavalcare.
Conosciamo di persona artisti che sono persone splendide, sulla cui nobiltà delle intenzioni metteremmo la mano sul fuoco, per cui sappiamo per certo che hanno a cuore i loro fan, la scena indipendente e un mondo che non sia una macchina infernale sforna-guadagni. Eppure, direttamente oppure tramite le varie consociate, anche loro dal punto di vista del booking – il primo motore artistotelico di guadagno, la musica – ricadono sotto uno dei due grandi moloch, e magari anzi negli anni sono pure passati dall’uno all’altro, a seconda delle offerte ricevute.
Occhio: non li vogliamo colpevolizzare e mettere all’indice, perché abbiamo il 100% della comprensione umana per loro scelte. Se qualcuno ti offre 10.000 euro quando sei abituato a prendere 1000 o nessuno, se qualcuno ti offre un milione quando sei abituato a prenderne 10.000 o meno, dopo un po’ di anni – o pure all’inizio della carriera – dici di sì: un po’ perché ritieni che te lo meriti, che se sono gli altri che ti stanno offrendo questi soldi è perché se lo possono permettere e non sei tu che li stai rubando a qualcuno, un po’ perché pensi – anche giustamente – che se non lo fai passi per scemo, per comunista sfigato e fuori dal tempo, e piano piano verrai emarginato, finendo nell’irrilevanza. E da irrilevante, puoi fare meno di nulla per cambiare o aggiustare un minimo il sistema. Anzi, a fare ancora di più full disclosure: se qualche società della galassia dei “colossi” arrivasse dal sottoscritto a dire “Ti diamo 2000 euro al mese per portare avanti Soundwall“, beh, ci penserei seriamente, sarò sincero. Mica lo nego. Potrei dedicarmici full time, a Soundwall, e farlo meglio, pagando anche finalmente gli ottimi collaboratori che ci scrivono.
Non è questione quindi di additare dei “colpevoli” da esecrare: queste cose le lasciamo fare alle Selvaggia Lucarelli, che titilla con affilata astuzia i timer dell’indignazione.
È questione di iniziare a ragionare, tutti assieme.
Ovvero sia gli artisti che gli addetti al settore che noi pubblico – perché siamo noi pubblico pagante che coi nostro comportamenti e le nostre scelte possiamo influenzare ed “indirizzare” le dinamiche di mercato e gli equilibri di potere operativo. Non serve stare lì a rinfacciare le responsabilità a questo o quest’altro (manco ad Eventim e Live Nation, che fanno il loro lavoro e perseguono i loro interessi), però bisogna iniziare a prendere contezza del “bigger picture” ed a dove esso possa portare, quello sì.
Ci piace, dove ci sta portando?
Ci sta bene?
È quello che vogliamo?
…ecco perché siamo grati alla notizia di Live Nation che si piglia Forum e Carroponte in un colpo solo: perché forse la discreta eco mediatica che ciò ha suscitato può spingere più persone ad iniziare a porsi delle domande. Domande che è sempre più importante farsi, prima che sia troppo tardi: prima che la musica sia solo una commodity scalabile e non più una esperienza sincera, emotiva, personale; prima che a lavorare attorno ad essa ci siano solo gli uomini d’affari, e non più quelli che credono prima di tutto nell’arte e nella ricchezza dell’espressione umana.
…è che a breve c’è Sanremo, e tanto a brevissimo si cercherà di insabbiare ogni possibile discorso “serio” sull’industria musicale coll’afrore dei fiori della Riviera, e del giro di affari ed esposizione mediatica che esso comporta. Di sicuro, chi dal festival verrà fuori bene poi sarà amorevolmente ospitato dal Forum, o dall’Arena Santa Giulia. Evviva!