“Insomma, ho cercato gradualmente di trovare una strada nuova”: è davvero bello parlare con Fight Pausa, alias Carlo Luciano Porrini. È bello, perché c’è una amabilità e levità cortese e divertita che è gradevole di suo, sì, ma soprattutto spazza via la paura di avere un musicista, come dire?, troppo consapevole della sua bravura. Perché partiamo da un presupposto: Carlo è dannatamente bravo. Lo è prima di tutto nei fantastici 72-Hour Post Fight, co-fondati assieme ad un altro talentissimo, Palazzi D’Oriente; lo è quando è al servizio di altri progetti come produttore (la lista è nutrita e saporita: Massimo Pericolo, Generic Animal, Post Nebbia, MYSS KETA…); lo è quando deve lavorare su commissione, perché se ti chiamano brand di un certo tipo (Nike, Off White, Slam Jam…) vuol dire non solo che sei bravo, ma anche che riesci a deliverare un certo tipo di edge – e se qua ci tuffiamo in questi inglesismi è solo un po’ per sfottere il linguaggio dei brand e del marketing, che in questi inglesismi ci grufola instancabilmente.
Ci mancava però il Fight Pausa solista a tutto tondo, mettendoci cioè il nome in cima al progetto, mettendoci la faccia. Ora, l’abbiamo avuto. E “House Baby”, accidenti a lui, è uno dei dischi più notevoli usciti negli ultimi tempi. Soprattutto, è un disco che abita una terra strana, sghemba, con un approccio che di solito pensiamo sia appannaggio solo degli americani o degli inglesi (da Beck a King Krule), e comunque di eroi irregolari e stranieri, già, stranieri, che sanno mischiare con piglio e coscienza hip hop e rock alternativo (…una ricetta che qui, a casa nostra, si traduce nell’indie-urban educatino buono per Sanremo e per un ascolto spensierato e “numeroso” sulle piattaforme di streaming).
Invece Carlo Luciano Porrini è italianissimo, altro che straniero, ed è uno che comunque non fa l’eremita sopra la montagna ma sa bene quale sia lo Zeitgeist sonoro attuale: non è insomma uno che è rinchiuso nella torre d’avorio dell’alternatività, e su questo fa perno, su questo costruisce la sua coolness. La sua è una musica complessa, sfaccettata; ma, paradossalmente, è senza sovrastrutture paracule, senza strizzate d’occhio strategiche. In questo è veramente rarissimo.
“Era un po’ che stavo lavorando a questo disco. In effetti ad un certo punto mi ero detto che tutto questo lavoro di produttore, che mettevo sempre al servizio degli altri, chissà che declinazioni poteva avere se applicato su me stesso. Poi è successo che è comparso un bando per una residenza alla Casa degli Artisti, a Milano, e quella è stata la spinta per completare il lavoro”.
Sì. Perché “House Baby” è un disco che nasce da una residenza d’artista. “Li ho contattati, ho spiegato questa idea di fare un disco che fosse un po’ a metà tra musica elettronica e musica suonata, e la cosa si è realizzata. Alla fine è venuto fuori un disco molto più tradizionale – ovvero, molto più suonato – di quanto mi aspettassi”. Soprattutto, è venuto fuori un disco che – caso molto raro – è assolutamente all’altezza del bouquet di riferimenti sciorinato dal comunicato stampa: Pavement, Grandaddy, Mount Kimbie, Flying Lotus, King Krule. Molto onestamente: a vedere questa infilata di nomi, tra l’altro alcuni apparentemente incompatibili fra loro, il cinico sospetto che scatta se sei un giornalista un minimo navigato è quello che si tratti del solito name dropping alla cazzo, tanto per montare la panna, cercare la bella figura. Poi però lo ascolti, l’album, e ti dici: sì. Ha tutto perfettamente senso. E poi però ti dici anche: come mai un producer della generazione di Fight Pausa riesce a chiamare in causa in maniera così competenete i Pavement, l’indie americano/anglosassone più originario ed autentico? Perché oggi, se dici “indie” si pensa all’it-pop da classifica, non a ciò che è indie davvero. Ok Flying Lotus, che citano tutti, ok l’elettronica, che ormai è pane globale del contemporaneo più chic, ma…
“Nell’album ho messo un sacco di riferimenti che mi porto dietro da sempre. I Pavement e un certo tipo di indie è qualcosa che ascoltava all’epoca mio padre ed io assieme a lui, da ragazzino, bambino quasi, ed è inevitabile che mi sia rimasto impresso. Non è stato un riferimento calcolato e volontario: è che molto semplicemente quel tipo di pasta sonora mi deve essere rimasto addosso e, al momento di creare il mio disco solista, quello che più mi deve rappresentare, mi sembrava naturale tirarlo fuori. Non volevo però fare un disco didascalico e citazionista: sì, è giusto sentirci i Pavement, ma non credo di aver fatto un disco “dei” Pavement, se capisci cosa intendo”. Capisco eccome. Molte strutture dentro le tracce dell’album sono prese infatti non da quel tipo di indie, ma dall’elettronica, da Flying Lotus, lo sono davvero. Un esercizio di abilità non da poco.
(Eccolo, “House Baby”; continua sotto)
Però a questo punto vogliamo provare a mettere in difficoltà Carlo.
Lo facciamo così, con questa domanda: ma non hai paura che a furia di mettere citazioni così precise ed al tempo stesso distanti fra di loro, creando quindi un gioco molto stuzzicante sulla carta, prendendo delle musiche fortemente identitaria – lo era l’indie americano anni ‘90 autentico, lo è Flying Lotus, ciascuno ha generato una precisa scena di riferimento – e mischiandole in modo inaspettato, rischi di creare un magma un po’ indistinto? Non rischi addirittura di “tradire” le musiche che citi, togliendo loro la componente identitaria per immergerle invece in un melting pot assoluto? “Bella domanda. Bella, e complicatissima. Da un lato potrei dirti che nel momento in cui faccio certe scelte sono guidato solo dalla mia ispirazione personale, e appunto se cito i Pavement non è perché voglio fare chissà quale calcolata e furba operazione di recupero, no, sto semplicemente tirando i fuori i miei ascolti indiretti di quando ero ragazzino, ascolto con cui evidentemente sono cresciuto; dall’altro però non voglio nascondermi, e so che il rischio è quello di cadere in quello di cui raccontava ad esempio Mark Fisher, i “fantasmi infiniti”, la “musica senza futuro”. Vero. Se ho una speranza, è quella che questo disco non venga preso come una operazione musicologica, o come un pastiche di riferimenti molto calcolati, e men che meno che venga preso come un disco che inneggia a questo o quel revival”.
“Questo perché è un disco talmente mio, talmente legato ai miei gusti ed alla mia biografia personale, che proprio davvero non c’è modo che sia una operazione in qualche modo calcolata, strategica. Però è vera una cosa: mi piacerebbe capire come possano prendere un disco come il mio gli appassionati veri di Pavement, di Grandaddy, di quelle cose lì, dei Sonic Youth… Chissà se trova quello che ho fatto interessante, o se pensa sia una cagata”, ride Carlo.
Continuando a parlare, il discorso diventa ulteriormente interessante: “Io sono nato nel 1992, penso di essere l’ultimissima generazione che ha avuto la possibilità e la voglia di avere delle “bandiere” dal punto di vista musicale. Io per dire ero un emo: mi truccavo, ascoltavo i Chemical Romance… prendevo la cosa molto seriamente, il fatto di essere un appassionato di quella specifica roba lì! Poi però crescendo, e trasferendomi a Milano, ho imparato che decostruire questo senso di appartenenza poteva essere anche molto interessante (oddio, non vorrei usare “decostruire”, ormai è davvero una parola così inflazionata…)”. Tipo? “Ad esempio, accettare che si poteva anche andare in discoteca, e scoprire che c’era della musica parecchio interessante anche lì. Una rivelazione. Prima, per il tipo di “bandiera” a cui appartenevo, figurati se potevo andare in discoteca!”.
“Io al clubbing mi sono avvicinato in maniera atipica. L’elettronica c’era, a casa mia, ma era elettronica d’ascolto. Era il trip hop, per dire. Che è una bellissima educazione musicale, tra l’altro. Quando poi è arrivata l’ondata dubstep, che mi ha preso tantissimo, è solo allora che ho iniziato a considerare che potesse esserci anche una “componente dancefloor”, nell’elettronica che mi piaceva. È così che mi sono avvicinato al clubbing. La cosa interessante è che questo mettere insieme e questo attraversare contesti diversi non è qualcosa che mi è arrivato subito, naturale, dalla “musica liquida”: no, io sono ancora uno di quelli che questa ecletticità se l’è dovuta cercare, se l’è dovuta conquistare. In origine ero un militante emo rompipalle, ed è stato tutto un vero e proprio viaggio di scoperta personale arrivare a capire che sì, anche negli ambienti che in teoria avrei dovuto considerare irrimediabilmente zarri c’era un sacco di roba notevole, che poteva piacermi”.
“Vedi, il fatto di avere una serie di riferimenti di un certo tipo nel disco e nella musica che faccio non è un “gioco intellettuale”, te l’assicuro. Poi, se mi chiedi se ogni tanto mi interrogo se chi mi ascolta può cogliere certe cose, non te lo nascondo – il dubbio ce l’ho. Ma non lo dico con arroganza, e per arroganza. Non lo dico perché mi sento “troppo intelligente”. Anche perché la mia prima intenzione, la mia prima speranza è sempre quella di arrivare diretto a chi mi ascolta”. Senza necessità di “abbellimenti” teorici e sovrastrutture, insomma. “Già. Proprio questo”.
(Una foto di Carlo Luciano Porrini, aka Fight Pausa; continua sotto)

Il discorso poi si sposta sul lavoro da produttore. E arriva in tal senso una immagine molto interessante: “Sai, io credo di essere molto gassoso”. Ovvero? “Riempio i vuoti lì dove ci sono. Ci sono artisti con cui lavoro che hanno già idee molto precise, che io devo solo accompagnare; e altri invece che sono più in cerca di ispirazioni, di suggestioni, e lì magari mi permetto di dire più la mia. Credo di sapere adattarmi a seconda delle situazioni”.
A proposito di adattarsi, o non adattarsi: una volta che la conversazione ha preso la giusta complicità, ci mettiamo a spiegare – in una conversazione ormai diventata paritaria – il nostro personalissimo punto di vista sulla scena musicale italiana. A partire dalle cose che meno ci convincono (chi legge spesso Soundwall lo sa, e del resto già prima ci accennavamo): ovvero l’hip hop / urban che si annacqua verso il pop e l’indie che smette di essere indie per invece diventare un pop, anzi, un retro-pop con tanta nostalgia di Battisti e degli anni ’80. “Io appunto sono cresciuto con un altro tipo di riferimenti. Alla musica italiana mi sono avvicinato in tempi recenti, in origine non era parte dei miei ascolti abituali, questo significa che non ho nessun tipo di nostalgia verso, che so, Battisti, o cose così”.
“Però quando sono arrivati sulle scene, sono stato subito un grande fan de I Cani. Quello sì. Ma tolti loro, e qualcos’altro, non sono grande ascoltatore dell’indie di casa nostra. Forse perché appunto mi manca la componente “nostalgia”, chissà? Quello che mi preoccupa è quanto certa musica italiana oggi sia piuttosto preoccupata di presentarsi il più possibile nel modo “giusto”, di essere cioè già perfetta per essere incanalata nelle playlist, in playlist con definizioni e categorie che “funzionano”. E se stai fuori da questo gioco, beh l’unica soluzione sarebbe quella di trovare altri come te; ma…”. Ma? “Lì il rischio è di ricreare una cerchia di snob: di farsi cricca, di innamorarsi della propria diversità ed esclusività, finendo col fare gatekeeping. Quindi la situazione è complessa, ecco. Detto ciò, a me i dischi di Calcutta piacciono!”.
“Anche la questione della lingua: “House Baby” è in inglese; e quando ho fatto sentire i primi provini in giro, a persona in gamba come Enrico Molteni per dire, più d’uno m’ha detto ‘Ah, ecco, canti in inglese, ti vuoi proprio differenziare dall’indie italiano…’. La verità è che – no. Semplicemente mi veniva naturale cantare in inglese, ma perché appunto in inglese era la musica che assorbivo da ragazzino. Cantare in inglese nel 2026 non è uno statement. Non vuole esserlo, credimi”.
Stando su Soundwall, mi tocca chiedertelo: c’è però speranza di sentire, in futuro, un Fight Pausa ancora più elettronico di quello di “House Baby”? “Ma guarda, con questo disco non credo di aver lasciato indietro l’elettronica. Che poi quando ho iniziato a lavorarci sopra ho pensato sarebbe stato un episodio isolato nel mio percorso, invece ora mi è venuta voglia di fare altri dischi così. Poi, vediamo cosa succederà con Luca (Palazzi d’Oriente, ndi), perché comunque il percorso di 72-Hour Post Fight continua. Quello è un progetto in cui entrambi mettiamo del nostro e trovo che il risultato finale sia ancora più della somma delle nostre singole parti, e la cosa interessante che in realtà abbiamo degli approcci in parte diversi io e lui”. Proviamo ad osservare: forse Fight Pausa, essendo in qualche modo più cantautorale, è il progetto più “italiano”, mentre 72-Hour Post Fight potrebbe essere quello più adatto a farsi conoscere su scala globale. Carlo, fa una pausa, ci pensa su, e poi: “Dici? Pensa che io ho sempre creduto fosse un po’ il contrario. Che Fight Pausa non parli tantissimo all’Italia forse è proprio il senso di quello che ci dicevamo prima, è un progetto molto strano, molto irregolare per i canoni del nostro mercato; 72-Hour Post Fight volendo è una cosa un po’ più canonica, è la band strumentale, la side-band costruita anche per accompagnare qualcuno; sperimentale, chiaro, perché il marchio di 72-Hour Post Fight è indubbiamente sperimentale, ma in qualche modo rientrare in una categoria che da noi è ampiamente codificata. Fight Pausa, il Fight Pausa di “House Baby”, forse meno”.