Esistono tanti modi per lasciare il segno: ogni artista deve trovare il proprio, in un modo o nell’altro. Oggi, dove la FOMO e l’effimero e l’immediato la fanno da padrone, troviamo ancora leggende che hanno scelto un’altra strada: quella del significato più puro, reale e consistente. Lì fermi. Fermi a fissare quello che succede per raccontarne in modo lucido i suoi cambiamenti. Tessendo un legame forte con il proprio quartiere. Il 18 aprile il Block Party di Marra ha tradotto fedelmente tutto questo, ma al mondo non esiste solo la Barona. Qui, quale strada? Viale Monte Nero. Quale artista? Montenero. Membro della Dogo Gang, insieme a Don Joe disegna i perimetri della città con il cult “Milano Spara”, e racconta storie di vita in “Manovalanza”, e oggi con “Legacy” scrive una nuova pagina del suo testamento artistico. “Cult” sarà una parola ricorrente e da tenere d’occhio in questa chiacchierata, dal rapporto stretto con i genitori a quello vero con gli amici, dalla passione per il cinema al legame con l’Hip Hop.

Tu e la Dogo Gang, oltre ad aver portato il valore della piazza e dell’amicizia, trovo che siate stati i primi a portare nei vostri testi i gangster movie, i riferimenti ai film cult e tutta quella visione cinematografica che mancava nel rap italiano. Concordi? Per Montenero c’è un film che prevale sugli altri?
Sono d’accordo. Anche se ti dico che prima ancora di conoscerli, loro avevano già cominciato. Se pensi a “Che nessuno si muova” di Deleterio e Guè con Marra e Enzo, quello è proprio un storytelling parecchio cinematografico. Per quanto riguarda i film, assolutamente! I gangster movie li ho visti tutti. Due settimane fa ho rivisto C’era una volta in America e ti dico questo: non è solamente un gangster movie ma un’opera che coinvolge più sentimenti. Ovviamente cito anche Il Padrino, con la regia di Francis Ford Coppola. Unitamente alla regia, alla sceneggiatura di Mario Puzo e alla scelta degli attori e delle location, ti confesso che mi è piaciuta molto la serie The Offer, su Paramount Plus. Film sottovalutatissimo e vero gangster movie, anche più di Scarface come concetto, è King of New York con Christopher Walken. Negli anni ’90 impazzivamo per questo filone cinematografico. Immaginati, trent’anni fa, poterli vedere in VHS da ragazzini! Altri tempi e altro mondo.
Una figura molto importante per tutti voi è stata quella di tuo padre, a cui dedichi una traccia in Manovalanza con Guè e Luchè. Come descriveresti il rapporto con lui?
Mio padre è come se fosse mio fratello. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con lui. Considerato che non ho più vent’anni, è davvero difficile riassumere quello che ha rappresentato per me e per noi. Qualche anno fa poi è mancata mia madre, quindi ci siamo da un lato uniti e da un lato allontanati. Lavoriamo comunque sempre insieme. Tutto quello che ho e che ho imparato negli anni, lo devo a lui a e mia madre. Per me, i genitori sono stati molto importanti. Non sono mai stato un ragazzo ribelle, ho avuto le mie discussioni, ma con loro c’è sempre stata un’ottima intesa. Sono sei anni che mia madre non c’è più e ti garantisco che quello è stato davvero un brutto momento. Se la vita è fatte di due colonne, quando ne togli una, l’altra un po’ si sgretola perché deve andare avanti da sola. Non sono l’unico a cui è successo questo ovviamente, ma, per me, è stato ed è ancora un grande dolore.
(“Milano spara”; continua sotto)
A proposito di cult, il tuo album “Milano Spara” resta una gemma narrativa di questa città. Se tu dovessi riscrivere oggi un pezzo come “Storie”, da quale argomento partiresti?
Uno in particolare non c’è, però attraverserei le varie fasi del rapporto con la città, questo sì. Un conto è scrivere le cose a vent’anni, un conto è scriverle a quaranta. Cambia proprio l’idea. Alcune cose non le riscriverei più. Oppure le scriverei in maniera diversa. Comunque, come primo disco…c’è di peggio! Adesso mi sento molto più bravo di quegli anni. Il pubblico, però, è rimasto affezionato a quel periodo lì: dal modo in cui uscivano i brani… gli album… senza internet… dovendoti andare a comprare tutto nei negozi di dischi. Non c’erano gli in-store. Ti racconto questo: quando abbiamo fatto in Via Anfossi quello per Benvenuti nella Giungla, hanno dovuto chiudere la via. La roba figa è sempre stata che ognuno di noi aveva la sua vita ma al tempo stesso vivevamo tutti le tue stesse situazioni di vita, di piazza e l’amore per questo genere in quegli anni ha vinto!
Milano Spara vede alla produzione Don Joe. Un riferimento da più di vent’anni per questo genere, e tutt’ora per le nuove generazioni. Che legame c’è con lui e che effetto ti fa riascoltare le sue basi iconiche?
Don Joe è il numero uno. Con lui abbiamo fatto un bellissima fotografia di quegli anni. I primi ospiti, i primi lavori che facevamo avevano il fuoco dentro. Avevamo il sogno di spaccare. Mentre oggi la superficialità e la mancanza di ricerca in alcuni producer si percepiscono benissimo: i beat sono vuoti, senz’anima. In un beat di Don Joe c’è dentro un sample, una ricerca, più di una cultura come sfondo. Per me non esisteranno più rapper al livello di Guè, Jake e Joe. Non vedo carriere così longeve. Qualche settimana fa ero a cena con lui e Pietrino, e accompagnandoli a casa abbiamo messo gli N.W.A. Altro campionato! Riguardo a Joe, per me, prima di tutto è un orgoglio aver lavorato con lui fin dall’inizio. Lui è il miglior producer italiano. Solo noi potevamo scattare quella foto per la copertina di Benvenuti nella Giungla. Dentro il booklet ci sono le nostre foto sugli autoscontri. Eravamo noi e la nostra immagine corrispondeva al nostro vivere. Alle giostre ci vanno tutti, e il nostro immaginario è sempre stato quello. Quello delle gente, quello di tutti.
(Montenero in da hood, fotografato da Federico Hurt; continua sotto)

Nel 2022, con “Ligera Memories”, esce un tuo progetto che parla di microcriminalità milanese. Brani come Il solista del mitra, Gioielleria Colombo, Riunione in Giambellino, Assalti di Via Osoppo parlano attraverso descrizioni nitide, stile Monte. Come avete impostato il lavoro tu e Gionni Gioelli e come siete arrivati un anno dopo a “Mediterraneo”?
È partito tutto da un’idea di Gionni Gioelli. Un giorno mi ha mandato una bozza di cover dicendomi di aver trovato il concept perfetto per il disco. Lo abbiamo chiuso abbastanza velocemente, io avevo già praticamente due/tre pezzi scritti che aspettavo di registrare su beat adatti. Lui poi mi ha mandato tutte le basi ed il progetto l’ho ultimato e registrato tutto in un pomeriggio a casa sua. L’anno dopo io avevo l’idea di fare assieme qualcosa di un po’ più smooth, anche insieme ad Hvgme. Da qui abbiamo fatto un altro grande cult come Mediterraneo.
Nel giro di un anno la tua penna ha incontrato due volte quella di Emis Killa, in “Paulie Gualtieri” con Quotidiano e in “Keta Music Vol.3” con I soldi degli altri. Hai qualche aneddoto sulla creazione di questi brani? Cosa ti piace di Emiliano?
Io ed Emis siamo sempre stati in ottimi rapporti, lo conosco da quando era ragazzino. Un giorno, mentre ero in studio, gli ho mandato una mia foto con le cuffie con scritto: “Oh quand’è che facciamo un altro pezzo?!”. Lui: “Quando vuoi!”. Allora gli ho mandato il beat e lui è stato velocissimo, come sempre. Per quanto riguarda Keta Music sicuramente gli è venuta l’idea dopo che ha sentito la mia strofa nel disco di Don Joe “Milano Soprano”. Emiliano è davvero un grande. Quello che mi è sempre piaciuto di lui è la sua umiltà, è sempre stato un ragazzo umile.
Dogodrama Intro, Partito D.O.G.O., Figlio di un Dio minore, Grezzo, Infamous Gang, I Fastlife, oltre ai tuoi progetti solisti come “Paulie Gualtieri” e “Manovalanza”. A distanza di anni c’è più orgoglio o nostalgia nell’avere la voce su tracce storiche per il rap italiano?
Orgoglio sicuramente. Poi è chiaro che se penso a quegli anni, mi rifarei volentieri un tuffo nel passato. Qualche giorno fa uno dei miei migliori amici mi ha detto: “Ma tu rivivresti gli anni 90?”. Io banalmente, solo per il fatto che ci sarebbe ancora mia madre, li rivivrei. Al di là di questo, comunque erano anni in cui ci siamo divertiti: andavamo in studio da Deleterio (in 10 in uno scantinato), avevamo meno pensieri e responsabilità. Un valore di aggregazione fortissimo. Enzo l’ho conosciuto così. Non era un lavoro. Ora non mi va male, però certo che ripensare a quelle giornate viene nostalgia. Le cose che abbiamo lasciato fanno comunque parte di un bel testamento. Oggi alcuni dei nuovi rapper li spacciano per liricisti. Ci rendiamo conto? Ci sono concetti espressi con una banalità di linguaggio imbarazzante. I miei nipotini vengono da me a dirmi: “Zio, questo è un genio!”, ma dove?! Cosa rimane veramente? Non è una considerazione da boomer, ma spesso ascolto brani di chi magari vive un momento di hype e lascia strofe tutte rimate con un solo verbo. Non è per generalizzare perché alcuni sono veramente bravi. Poi però magari non conoscono neppure Nas…
Cos’è cambiato nella piazza di oggi da quella di vent’anni fa?
Sicuramente i rapporti umani. Ti faccio un esempio: quando da Foot Locker erano uscite le Silver, lo dicevi a tutti i tuoi amici. Oggi le vedi e le ordini direttamente online. Il contatto umano ed il dialogo sono difficili da ottenere oggi. Noi prima di tutto eravamo amici. Quanto alla musica, ognuno provava a scrivere per conto suo e con il trascorrere del tempo, ciascuno di noi incominciava a ritrovarsi nelle liriche degli altri. Questo vissuto si è poi tramutato nel progetto rap più importante d’Italia. Non ci sono mai state sovrastrutture per ottenere qualcosa.
(“Legacy”; continua sotto)
Il tuo ultimo progetto “Legacy” ha come intro In Strada. In questa intro citi i Dogo e Neffa. Se dovessi elencare tre cose che ti ha lasciato in eredità la strada, quali sarebbero?
Il valore della parola, il saper apprezzare e confrontarsi con le persone ed il saper vivere e tenere a cuore i rapporti.
Abbiamo aperto questa chiacchierata con la tua visione cinematografica. Se dovessi scegliere un film su cui improntare un progetto quale sarebbe?
Sul film, come in apertura di intervista, ti dico proprio C’era una volta in America, perché è un’opera che vive più fasi. Vive l’innocenza dei bambini, le difficoltà adolescenziali, l’amore che non si realizza, l’amarezza, la malinconia e la disillusione della vecchiaia. A volte nemmeno io mi rendo conto che dal mio primo disco sono passati vent’anni. Cosa ho fatto in tutti questi anni?! Per citare Noodles: “Sono andato a letto presto”… veramente! Ho sempre lavorato. È banale da dire, ma un bel giorno non fai più certe cose perché ti siedi al bar e ti rendi conto che non hai più l’età per farle. È veloce la vita.