Nell’estate del 2024 ero solita prendere un treno che da Torino mi portava nelle spiagge liguri.
Trascorrevo i weekend con un gruppo di amici, mi sentivo come un’adolescente con la compagnia estiva – quella che poi, negli anni, perdi di vista.
Ricordo in particolare un giorno: avevo bisogno di stare sola e presi quel treno. Non c’era la classica giornata di fine agosto di sole e sovraffollamento. Aveva piovuto e faceva fresco, il cielo era gonfio di nubi grigie. E io, con il costume che metto sempre, che uso per nuotare, che mi fa sentire a mio agio, in spiaggia, insieme a qualche gabbiano, a leggere un libro e ascoltare playlist random di Spotify.
Quel giorno l’algoritmo ha deciso di farmi ascoltare “Bikini” di Nick León feat. Erica de Casier.
Mi sono innamorata subito di quella canzone, perché è allo stesso tempo dolce e malinconica. È diventata la mia hit estiva, anzi, una hit per le 4 stagioni, fin dal primo ascolto. Mi ci rifugio quando ho voglia di sentire il calore del sole sulla pelle bagnata dall’acqua marina, quando ho bisogno di ritrovare un momento di felicità, fosse anche solo immaginato.
Mi sono ritrovata ad ascoltare “A Tropical Entropy” spesso nelle settimane di novembre milanesi, dove il freddo ti entra nell’anima, e credo che questi suoni rappresentino al meglio tutto quell’ordinato caos che si vive nelle lunghe giornate invernali, quando si sogna il mare, circondati dal grigio dei palazzi e della nebbia.
Il titolo proviene da una frase che ha León ha letto in “Miami”, libro di Joan Didion (di cui vi consiglio caldamente la lettura: la penna più lucida sulla vita americana che si possa leggere), che dipinge la città come “una capitale tropicale vicina più a Caracas e Bogotà che a New York e Los Angeles”, “spettacolarmente depressa”, con i complessi residenziali più cool disabitati a metà, periodi di siccità e piscine piene, ville inaccessibili e temporali che lavano le pareti dei grattacieli e abbattono le palme.
Non sono mai stata a Miami, città da dove proviene il produttore di origini colombiane, ma un’amica mi ha raccontato la sua esperienza nella città come una delle peggiori che abbia vissuto in America. Il sole accecante di quella città le risultava falso, tra i grattacieli splendenti, lei era triste e non trovava nulla in cui rifugiarsi. La trovava falsa e ostile, nel suo essere così scintillante.
È una città che svela contraddizioni uniche, dove gli stereotipi non hanno senso di esistere.
La musica di Nick León attraversa la luce di Miami e si addentra in terreni scuri, freddi. Il calore del reggaeton viene spento da melodie venate di nostalgia, alternate a momenti underground quasi techno, come in Metromover.
Potrebbe essere un suono a cui non ci sentiamo di appartenere, eppure, quando ascolto “A Tropical Entropy” ho la sensazione di un suono familiare, mi sento a casa, nonostante io non sia mai stata nei luoghi dove lui ha scritto il disco: è un album vissuto, affinato con una cura che guarda più all’interiorità che al dancefloor.

Ogni brano è breve, ma intenso: pare abbia la necessità di sprigionare tutta l’energia possibile nel minor tempo a disposizione. I ritmi di batteria si increspano senza preavviso, come le onde durante temporali improvvisi, per poi dissolversi e lasciarti immobile sulla sabbia dorata.
“Playa de fantasmas, agua para orquídeas”
È sia la calma sia l’uragano. È un sogno a occhi aperti, da cui ti risvegli scendendo dalla metropolitana.
Un producer italiano affine a queste sonorità è di certo Populous: nel suo “Isla diferente” racconta quella Lanzarote magica, che esiste al di là delle rotte turistiche, che è nera come la sua sabbia e colorata come le sue case.
Allo stesso modo Nick León ci racconta un mondo che allo stesso tempo ti nutre e ti distrugge, ti fa ballare e allo stesso tempo ti fa sentire tutta la solitudine che puoi provare, ti parla di cuori infranti e promesse d’amore.
Il suo live per Linecheck ha dato forma a questo ordine caotico: per me uno dei migliori set elettronici dell’anno, perché León ha la capacità di disgregare i suoi stessi brani, dar loro una nuova energia, distenderli in momenti evocativi, sostenuti da home recording quasi fossero cartoline da un’estate che non esiste più, farti perdere nei suoi stessi sogni per poi risvegliarti bruscamente con ritmi spezzati improvvisi.
È questa l’entropia tropicale che dà il titolo al disco: un ordinato caos, un lunghissimo tramonto arancione circondato dai riflessi dei grattacieli, è l’equilibrio, seppur fragile, tra mente e cuore.
Nick León ritorna live sabato 29/11 al Monk di Roma per Manifesto, insieme ad Archivio Futuro, Ceri Wax e Oltrefuturo. Vi consiglio caldamente di andare a sognare.