Non per forza una lista dei “10 dischi migliori”, pure se un migliore ce l’abbiamo e lo indichiamo chiaramente. No, non è (solo) questo. Anche perché le classifiche, per quanto divertenti ed anche ben pensate, lasciano in fondo il tempo che trovano: quello che lascia di più è, a ben vedere, l’attitudine. L’attitudine, sì. Abbiamo scelto allora dieci dischi non solo belli, ma dieci dischi con personalità, che facciano capire che “un altro mondo è possibile” all’interno delle musiche “nostre”: dai Casino Royale che dimostrano che si può essere attuali nel 2025 partendo dagli anni ’90 a Voices From The Lake che credono testardamente in un dancefloor che non sia solo muscoli, BPM e fuori d’artificio, passando per le scelte atipiche di progetti come Orange Combutta e Satantango o grandi sottovalutati come Paolo Angeli e Moder.
Un percorso, più che un elenco: tant’è che sì, siamo partiti dal nostro disco preferito, però per il resto l’ordine è pensato non come una classifica di valore, no, ma con un viaggio musicale: come se tutto dovesse essere suonato in una listening session che strizza l’occhio alle dinamiche di un (lungo) dj set. Siamo convinti che la club culture abbia ancora molto da dire: sia a se stessa, che alle altre musiche e forme di fruizione ed aggregazione musicale. Ci si può accapigliare se il clubbing come comparto imprenditoriale sia più o meno in crisi, e perché lo sia; ma le idee, se le sai coltivare ,non muoiono mai. Ecco: nel 2026 vogliamo coltivare, il più possibile. E lo facciamo, appunto, ripartendo da 10 dischi italiani dell’anno appena passato (sì, non è un caso che partiamo dalla musica di casa nostra: ripartiamo da noi, ripartiamo da quello che ci sta più vicino) che più ci indicano, a nostro modo di vedere, vie possibili per un futuro migliore. Buon ascolto, buona lettura.
***
Casino Royale, “Fumo”
Lo avevamo scritto appena uscito, prendendoci anche un rischio, e nel frattempo nulla ci ha fatto cambiare opinione: “Fumo” dei Casino Royale è il miglior disco (italiano) del 2025. E no, non è un “premio alla carriera” a trent’anni di distanza dall’album italiano generazionale per eccellenza (“Sempre più vicini”) per chi spera(va) in un rinnovamento del pop nazionale e in un suo confronto dialettico e non didascalico con l’elettronica, il cosmopolitismo, il coraggio, l’ambizione; no, “Fumo” è proprio un disco strepitoso di suo, strepitoso nei testi (ascoltateli: c’è una lucidità d’analisi dolorosa per quanto acuta e tagliente, ma non per questo facilmente nichilista), strepitoso nei suoni (granzie anche a Clap! Clap!) e nelle scelte retrofuturiste (mai sentito recuperare così bene la jungle come in “Odio e oro”).
***
Paolo Angeli, “Lema”
Sarebbe da capire ‘perché Paolo Angeli non sia più celebrato, in Italia: musicista di statura mondiale – parlano i fatti, non è una mera opinione – dovremmo andarne fieri e cantare in giro, tipo cori da stadio, “Solo noi, solo noi, Paolo Angeli ce l’abbiamo solo noi”: sono pochi i musicisti al mondo capaci di armonizzare così bene tra loro folk, jazz ed elettronica, mantenendo sempre inventiva e classe in misure davvero rare. “Lema” poi è probabilmente il suo disco migliore in assoluto, anche se in tal senso è una bella gara: figuriamoci. Chiaro, richiede un ascolto meditativo, attento, prolungato, ma è di un’emozione che ti strappa il cuore e – se hai una preparazione musicale un minimo strutturata – ti seduce la testa.
Neroli (AA. VV.), “The Second Circle”
Non è un disco di un artista, ma quando una compilation è fatta così bene, con così tanto gusto, tanta misura, tanta capacità di guardare all’essenza e non alle mode, e con così tanta intensità nell’inseguire un concept (un album praticamente tutto senza ritmo/ritmi, ma profondamente techno nel senso più profondo, mistico e visonario del termine), come fai a non metterlo nella classifica dei migliori dieci album (italiani) dell’anno? Volcov si è superato, a cinque anni di distanza da “The First Circle” tira fuori per la sua label Neroli un secondo capitolo ancora più bello ed intenso del precedente. Se amate la techno e la amate per davvero, conoscendone e capendone le origini ed il cuore, questa è una raccolta imprescindibile.
***
Giulia Impache, “IN:titolo”
Vorremmo dire che è tutto merito nostro – sì, siamo stati fra i primi ad esaltare Giulia Impache, chissà, magari pure proprio i primissimi – ma la verità è che è Simone Castello di Costello’s che ci spaccia spesso e volentieri in anteprima del materiale di alta qualità. Però quando abbiamo sentito le prime cose della Impache siamo rimasti davvero a bocca aperta, qui si è andati oltre: in un mare di sound-a-like-Battisti-intimista che l’indie di casa nostra ci appioppa da un decennio e passa, dal nulla finalmente qualcuno che prende la forma-canzone per la gola e la frusta e decostruisce a colpi di elettronica, gusto e coraggio, senza per questo avere paura della melodia (…ma senza nemmeno la paura di trasfigurarla fino a renderla quasi irriconoscibile). Gemma assoluta.
***
Moder, “Poco dopo mezzanotte”
Vogliamo veramente lasciare la musica rap in Italia a ventenni interrotti, con gravi problemi di paranoia ed insicurezza (un po’ perché la vita è difficile, un po’ perché la vita e la microcriminalità danno e tolgono)? Vogliamo davvero? Finché funziona, le etichette discografiche sì che lo vogliono. Perché, appunto, funziona. Ma non di soli business plan si vive: la storia del rap in Italia ormai è consolidata e ricca, ed oltre ai nomi che vedete (…in modo effimero?) fiammeggiare nelle classifiche di streaming, c’è una nutrita platea di MC solidi, consistenti, maturi, con una proprietà di rima e di linguaggio adulta. Forse troppo adulta per piacere ai consumatori compulsivi di stream, aka gli adolescenti, aka quelli-che-fanno-fare-i-numeri, o ai giornalisti in cerca obbligata di hype, ok. Ma a noi che ce frega? Ci dobbiamo guadagnare sopra? No. A noi interessa (anche) andare a cercare le persone vere nell’hip hop (non è in fondo una questione di realness?), e Moder eccome se lo è. “Poco dopo mezzanotte” è il suo album migliore e, in generale, un album di altissimo livello. Il diario di un umile, onesto, solidissimo, talentuoso working class hero in chiave hip hop. Ne vogliamo di più.
***
Gemitaiz, “Elsewhere”
Con buona pace di Alsogood, che ha avuto da ridire – sbagliando, e chissà se mal consigliato – sulla copertina e direzione artistica dell’artwork di questo album, mettiamo ben volentieri “Elsewhere” di Gemitaiz in questo listone: perché è decisamente un buon disco (che raggiunge l’eccellenza quando ci mette la mano Mace), perché è un rarissimo caso di rapper-di-successo-reale che decide di non seguire le solite vie consolidate per cercare invece di fare un lavoro più diverso, più maturo, più introspettivo. Il rischio è che il suo pubblico non se ne accorga, o non capisca, e che il pubblico altro invece lo snobbi a prescindere, perché insomma cosa ti puoi aspettare da quei rapper lì che vanno per la maggiore. “Elsewhere”, pur se non perfetto, è invece un signor disco che meriterebbe parecchia più considerazione di quella che ha avuto. Rischierà di passare per i più come episodio minore nella carriera di Gemitaiz. Quando invece è la sua uscita più adulta, matura, coraggiosa. Un’uscita di cui tutta la scena musicale italiana dovrebbe andare fiera.
***
Orange Combutta, “Oka.pi”
Lo strano destino della 42 Records, su cui loro stessi hanno ironizzato nella loro pagina Instagram ufficiale: ovvero il passare per essere, assieme a Bomba Dischi, l’etichetta indie / it.pop per eccellenza, quella e solo quella, essendo la label che ha lanciato i Cani e consacrato Colapesce ed Andrea Lazslo De Simone (quest’ultimo è un irregolare ed una rara avis, ok, ma in fondo a quel filone può essere riconducibile). La verità sta ben altrove, come appunto viene implicitamente ribadito con quel post provocatorio su Instagram; ed un’altra verità che – almeno secondo noi – sta altrettanto altrove è il fatto che la migliore release dell’anno della label (un anno di grazia, 42 Records miglior etichetta italiana,nel 2025, per noi) non è il celebratissimo disco di Lazslo De Simone, ma questo “Oka.pi” che se la gioca dritta dritto con “Fumo” come nostro album italiano dell’anno. Lavoro complesso, coraggioso, cinematico, jazzy, post-tutto, calibratissimo, incredibilmente maturo: un 9.0 in scala Pitchfork, per intenderci. Piccolo capolavoro, davvero. Soprattutto, per noi è un album-manifesto di una nuova scena italiana che non si arrende più ad essere o indie/emo/pop o trap/facciobrutto/piangoperilsuccesso e nient’altro ma, ripartendo dalle basi e soprattutto da uno sguardo attento ed acuminato verso il mondo, riapre scenari e visioni pencolando fra i mondi black, cine-psych e post-qualcosa: citiamo anche i Freak Motel, Ondakeiki, Neoprimitivi (…questi ultimi due anche loro 42: capito, che non è solo questione di Lazslo De Simone e Colapesce e Cani?).
***
Alfio Antico & Go Dugong, “La macchia”
A proposito del fatto che la 42 Records non è solo indie: un nome storico del suo catalogo è Go Dugong. Il quale Go Dugong sulla lunga distanza si sta dimostrando, per quanto ci riguarda, il miglior producer elettronico italiano, ex aequo con Indian Wells. Questo perché Giulio Fonseca è uno che rischia, che osa, che sperimenta, che prova a buttare idee e non solo suoni-del-momento; è uno che balla e fa ballare, ok, ma lo fa non nella retro-stupidera o nella prevedibilità da dancefloor tech-house o techno bensì mescolando breakbeat atipici, folk, striature che sono tanto electro quanto jazz-funk, varia sperimentazione digitale. Più passa il tempo, tra l’altro, più lui diventa bravo. Per quel bizzarro – ma secondo noi azzeccato, con buona pace di chi non la vede così – esperimento che è Baccano, label di avant-elettronica nata coi soldi della LUISS (sì, l’università romana dei ricchi, potenti e paraculati: dove studi per fare i soldi, non per comprendere gli Autechre…), Go Dugong ha unito le forze col folk siculo del tamburo a cornice di Alfio Antico e quello che ne è uscito “La macchia”: ottimo. Come ottimi anche gli altri due album fatti uscire da Baccano, pure loro oggetti dove il folk siciliano si intarsia con la modernità underground (Lino Capra Vaccina col bravissimo Mai Mai Mai, Maria Violenza e Irtumbranda con la cricca Tropicantesimo: bei lavori, recuperateli).
***
Satantango, “Satantango”
Vale quello che dicevamo per Orange Combutta ed accoliti: c’è vita sul Pianeta Terra, e c’è chi in Italia trova ragione d’essere e fare bene anche fuori dall’urban-che-vuole-fatturare e dall’indie-pop-timido-piacione-emozionale, incredibile ma vero. E a proposito di incredibile: i Satantango addirittura ritirano fuori le vibrazioni shoegaze, che sembravano ormai un reperto archeologico inerte di fine ’90 e primi 2000, ma che invece possono essere un modo perfetto – eccome – per raccontare le paranoie e le poetiche di provincia, perché sì, esiste la provincia in Italia (…anzi: ne è l’ossatura, ed un’anima profondissima). Sono bravissimi, i due cremonesi, e bravissima è la Dischi Sotterranei, altra label dell’anno, anzi, più che una label un collettivo di belle persone e bellissime idee&pratiche. Avercene.
***
Voices From The Lake, “II”
Il primo album a nome Voices From The Lake, il progetto a due di Neel e Donato Dozzy, si è guadagnato lo status di culto, giustamente; il secondo non ha più forse l’effetto sorpresa, ma è tutto tranne che una delusione. Chi cerca una musica elettronica da dancefloor che sia organica, pulsante, raffinata, che sia coinvolgente in modo naturale e non isterico o sintetico, che sappia convincere senza urlare e sedurre senza paraculare, può continuare ad avere le Voci Del Lago come stella polare assoluta. L’unico dubbio è se a far così ci si arrende ad essere una nicchia di resistenza umana e culturale, o se invece c’è speranza che il dancefloor ritrovi l’anima e il respiro del sogno: ai posteri, ed ai social, l’ardua sentenza.