Dancity è, da sempre, uno dei nostri festival preferiti. Il perché lo abbiamo ripetuto allo sfinimento e, badate bene, la stragrande maggioranza di questi motivi si ripete anche per l’edizione 2026, a partire da una line up di enorme qualità: l’edizione di quest’anno non ha nulla in meno delle migliori nella storia del festival. Eppure, sarà l’ultima. Sì. In un contesto dove si parla solo di trionfi, di rilanci, di successi, e si cerca di mettere la polvere sotto il tappeto, Dancity nella persona del suo fondatore e lidex maximo Giampiero Stramaccia fa un’opera di coraggio e verità dichiarando in anticipo che un’esperienza bellissima quanto si vuole, preziosa quanto si vuole, sta per morire. Abbiamo voluto fare allora una lunga chiacchierata con lui: uno sguardo da un lato retrospettivo, dall’altro brutalmente realista (e critico fra le righe, ogni tanto anche critico esplicitamente); ma è anche, paradossalmente, uno sguardo che partendo dalla morte di un festival e dal declinare già il suo testamento parla tantissimo di futuro, di energie, di possibilità. Mai morte è stata potenzialmente più bella, più fertile. Più bella: perché l’edizione di quest’anno, ve lo ripetiamo, è bellissima (ultima aggiunta domenicale alla Cantina Caprai, con Sandra Mason, Kreggo, Dj Food, Raffaele Costantino, ma spulciatevi la line up e i luoghi). Più fertile: perché quanto seminato negli anni ha un potenziale incredibile. Sta a noi – noi pubblico, noi appassionati, noi curiosi, noi addetti al settore – saperlo cogliere. Ne siamo in grado?
Quindi insomma, parlando di Dancity – è l’ultima edizione. Ma davvero davvero? O può succedere qualcosa per cui, magari…?
Sì, ad oggi la considero davvero l’ultima edizione. Anche perché Dancity, per come l’ho sempre pensato, non può diventare qualcosa di autoreferenziale: il suo valore e il suo intento non sono mai stati quelli di costruirsi una nicchia protetta e di parlare sempre agli stessi. Mi ha sempre interessato creare uno spazio attraversabile da pubblici diversi: diversi per età, sensibilità, provenienza culturale, estrazione sociale. Dancity ha avuto senso finché è riuscito a mantenere una tensione viva, a sorprendere, a mescolare, a mettere in contatto persone ed immaginari che normalmente non si sarebbero incontrati. Mi ha sempre interessato formare un pubblico, questo, ma non addomesticarlo. Oggi sento che un ciclo è arrivato a compimento. Preferisco chiudere tutto, portandomi dietro il senso profondo di ciò che è stato, piuttosto che accompagnare il festival verso una forma più prevedibile e ripetitiva.
In un articolo uscito un po’ di tempo fa hai indicato molto chiaramente alcuni motivi, probabilmente i più importanti e pesanti, per cui Dancity è diventato una esperienza difficile da sostenere e sempre più problematica da portare avanti. Quando è che hai iniziato a valutare la possibilità di porre fine a questa esperienza? Ci pensavi già da un po’ di edizioni, o è una decisione maturata negli ultimi mesi?
È una decisione che matura da tempo, e che riguarda Dancity prima ancora che me personalmente. Dancity è una Associazione Culturale di cui ok, sono presidente e direttore artistico, ma quindi una scelta di questo tipo riguarda non solo me bensì comunque una struttura, una responsabilità collettiva, una sostenibilità reale. Negli anni è diventato sempre più evidente che, per continuare ad avere un futuro, un progetto come questo avrebbe avuto bisogno di condizioni molto più solide – soprattutto sul piano economico ed organizzativo. In una realtà più fragile come la nostra, anche immaginare un passaggio di testimone rischia di diventare un gesto solo simbolico, se prima non esiste una base davvero stabile su cui costruirlo. Per questo oggi sento che, prima di qualsiasi trasformazione, serva mettere un punto. Credo sia giusto lasciare spazio ai più giovani e a nuove prospettive; ma questo spazio, per essere vero, non può nascere dentro ad una fragilità irrisolta. Ha bisogno di un passaggio netto, per essere declinato e costruito a modo.
Quante sono le persone che lavorano all’edizione 2026 di Dancity, a spanne? Ti è capitato di parlare con qualcuno di loro e, se sì, come hanno preso il fatto che quella di quest’anno sia l’ultima edizione?
A spanne, considerando non solo il nucleo più stabile ma tutte le persone coinvolte nei diversi ambiti del festival, si arriva tranquillamente a diverse decine di persone. Tra produzione, parte tecnica, accoglienza, comunicazione, logistica e collaboratori vari, Dancity è sempre stato un organismo molto più ampio di quanto si percepisca da fuori. Comunque sì, con alcuni di questi collaboratori ho parlato, dicendo apertamente come stanno le coe. Direi che la reazione è stata un intreccio di dispiacere e consapevolezza. Per molti Dancity non è stato soltanto un lavoro o una collaborazione, ma un pezzo di vita. Chi lo ha vissuto da dentro, sa bene quanto sia stato bello – ma anche quanto sia diventato complesso sostenerlo.
Come sarà costruita la line up di quest’anno?
Sarà costruita cercando di restare fino in fondo fedele all’idea di Dancity. Mi interessa che questa ultima edizione non venga letta come un riassunto nostalgico, o come un’antologia celebrativa. La line up avrò ancora una tensione viva, e racconterà il percorso del festival senza trasformarlo in un museo di se stesso. Abbiamo chiamato artisti di qualità: sì, anche storici in alcuni punti, ma comunque con l’idea precisa di far entrare i più giovani in contatto con artisti che sanno lavorare il suono come materia. I Matmos porteranno un progetto dedicato a Piero Umiliani, nel centenario della nascita. Gli Orb, rimetteranno al centro “The Orb’s Adventures Beyond The Ultraworld”: un disco che ha fatto la storia. Mortazavi con i suoi strumenti persiani e Moritz Von Oswald torneranno con un progetto in prima assoluta, aperto alla sperimentazione e al dialogo tra mondi lontani. Per un pubblico più giovane ci saranno figure come Vera Grace e Colin Benders, che usa il modulare per portare la techno dentro una dimensione fisica e performativa. Ci sarà Noémi Büchi, con la sua scrittura elettronica ed elettroacustica capace di tenere insieme astrazione ed impatto sensoriale. Ci sarà Blawan, che ovviamente non ha bisogno di molte presentazioni. E poi ci sarà Matias Aguayo, con il suo show “Anenoa”, che coinvolgerà anche artisti locali. Ma appunto, tutta questa line up non è e non sarà mai solo un elenco di nomi, ma è in qualche modo un insieme di presenze che raccontano ciò che Dancity è stato ed ha voluto raccontare, il modo in cui ha abitato il proprio tempo. Per l’ultima giornata poi abbiamo lavorato ad una location unica, con un momento pensato per avere davvero un momento di unicità, attraversato da stimoli artistici che arrivano dalle nuove generazioni. Mi piace pensare che la chiusura del festival abbia portato proprio questo segno: guardarsi avanti, non voltarsi soltanto indietro.
(Il flyer con la line up di quest’anno, prima delle aggiunte di cui dicevamo nell’intro: tanta roba. Continua sotto)

Se ti guardi indietro, qual è stata l’edizione di Dancity più difficile da costruire, e quale invece la più bella? Che poi, non è che una cosa escluda l’altra…
Sicuramente il Dancity Winter del 2021, nel pieno della pandemia, è stata l’edizione più complicata da costruire. E forse proprio per questo è stata una delle più intense. In quei giorni ho percepito negli artisti e nel pubblico una coscienza molto, molto forte di ciò che stavamo facendo. C’era la sensazione di essere dentro qualcosa che andava oltre il semplice svolgimento di un festival. Eravamo chiusi nell’Auditorium San Domenico, a Foligno, e ogni volta che si varcava la porta verso l’esterno si sentiva addosso un’oppressione particolare. Non c’era soltanto il silenzio della città, c’era proprio il silenzio del mondo intero. Poi si rientrava dentro, e lì succedeva qualcosa di molto forte. Ricordo soprattutto l’ultimo giorno: decidemmo all’ultimo momento di spostare la console nel chiostro, sotto le stelle, in pieno dicembre, per lasciare al pubblico almeno due ore di possibilità di tornare a ballare. Eravamo distanziati, al freddo, eppure lì si è compiuto qualcosa di irripetibile: Vladimir Ivkovic chiuse il festival con un’intensità che ancora oggi faccio fatica a raccontare senza sentirla addosso. Dire quale sia stata l’edizione più bella mi riesce molto più difficile; ogni edizione ha avuto infatti una sua verità, una sua fatica, una sua forma di bellezza. Ma se penso ad un momento in cui difficoltà ed intensità si sono fuse fino a diventare quasi la stessa cosa torno appunto lì, a Dancity Winter 2021.
Oggi gli artisti internazionali, spesso abituati a girare il mondo macinando date su date, riescono secondo te a capire la specificità dei luoghi in cui vengono a suonare? Te lo chiedo anche pensando a cosa mi raccontavi ora di Vladimir Ivkovic…
Come molte cose che riguardano l’arte, anche questo può avvenire per possibilità, compatibilità, osmosi. Nel nostro caso, difficilmente ci è capitato di ospitare artisti arrivati a Dancity senza percepirne l’essenza. A volte la coglievano già prima ancora di arrivare, altre la scoprivano una volta dentro il festival, dentro la vita del festival, vivendo i luoghi, il pubblico, il tipo di relazione che si creava. Credo che anche gli artisti abituati a girare il mondo senza sosta sappiano riconoscere quando non si trovano davanti ad una data qualsiasi, una come tante. Penso per esempio a Nina Kraviz: nel 2024, pur avendo la febbre, è partita da Mosca alle 4:30 del mattino – passando per Istanbul a causa dell’embargo – pur sapendo che era una data a cachet ridotto, e si è presentata al festival con i suoi dischi in vinile, perché sapeva che da noi poteva fare quel tipo di set. Un gesto del genere, così concreto, dice molto di più di tante dichiarazioni.
In vent’anni di festival, chi sono gli artisti con cui come festival avete sentito la maggiore empatia ed amicizia?
Ce ne sono tanti, e questo la dice lunga sul tipo di relazioni che Dancity è riuscito a costruire. Su tutti Matias Aguayo, perché con lui il rapporto ha sempre avuto qualcosa che andava oltre la performance in sé: c’era una libertà reciproca, una fiducia creativa, la sensazione che ogni incontro potesse aprire davvero uno spazio inatteso. Etienne Jaumet rappresenta invece una fedeltà rara: con lui si è creato nel tempo un legame profondo, fatto di sintonia umana oltre che artistica. Lo stesso vale per Fabrizio Rat, con cui il rapporto continua anche fuori dai live. E poi non posso non citare Ralf, che oltre ad aver sempre portato qualcosa di importante artisticamente in un momento difficile ci ha dato anche un aiuto concreto.
Come mai ad un certo punto il festival ha dovuto lasciare la città in cui è nato, ovvero Foligno? Personalmente, avendo vissuto il festival quasi dall’inizio, per me è stato un po’ un trauma, lo ammetto.
Un trauma lo è stato anche per me. Perché Foligno non è soltanto il luogo dove Dancity è nato, è in realtà anche una parte profonda della sua identità. Ad un certo punto, però, la nuova amministrazione ha scelto di investire altrove e, progressivamente, il sostegno che aveva reso possibile il nostro percorso si è assottigliato sempre di più. In parallelo, dal punto di vista logistico, ci siamo trovati dentro binari sempre più standardizzati, mentre Dancity ha sempre avuto bisogno dell’esatto contrario. Ovvero di libertà di immaginare gli spazi, di farli vivere in modo creativo. Per un festival come il nostro, un luogo non è mai solo un mero contenitore: è parte del linguaggio. E quando ad esempio uno spazio come l’Auditorium viene irrigidito, perde anche una parte della sua forza. L’allontanamento da Foligno è stato un trauma vero. Non solo perché significava lasciare una città che ti ha visto nascere, ma perché significava interrompere un rapporto organico tra un festival e i suoi luoghi.
(Una delle mille perle di Dancity: lo strepitoso pianista Giovanni Guidi, uno dei leoni del jazz contemporaneo europeo, assieme a Matthew Herbert, fotografati da Roberta Paolucci. Continua sotto)

Chi negli anni avrebbe dovuto dare più attenzione a Dancity? E qual è invece il complimento più bello che il festival abbia mai ricevuto?
Il complimento più bello, o comunque uno di quelli che più mi sono rimasti dentro, è arrivato in una situazione totalmente inattesa. Qualche anno fa tornavo da Pergine, dove ero stato per una performance, e in un BlaBlaCar da Bolzano salì un ragazzo diretto a Foligno. Ad un certo punto mi guarda e mi dice: “Ma tu sei Giampiero Stramaccia di Dancity?”. Io gli rispondo di sì, senza capire chi fosse. Lui allora mi racconta che da giovanissimo aveva fatto il volontario al festival, probabilmente attorno ai diciotto anni, e che quella era stata l’esperienza più forte della sua vita. Mi disse anche che, in un certo senso, da lì era nato il desiderio di andare a studiare arte e design a Bolzano. Ecco: una cosa del genere per me vale tantissimo, perché ti fa capire che Dancity ha lasciato un segno profondo nelle persone. Ha acceso visioni, ha orientato vite. Quanto a chi avrebbe dovuto dare più attenzione a Dancity, beh, penso soprattutto alle istituzioni locali. Non soltanto per sostenere noi, ma anche per capire fino in fondo cosa doveva rappresentare Dancity per loro stessi e per il territorio che amministravano. I grandi percorsi culturali non nascono già blindati e istituzionalizzati: spesso nascono come esperimenti fragili. Ed è lì che una amministrazione può fare la differenza.
In tutte queste edizioni c’è qualche artista che è stato a lungo inseguito, senza però mai riuscire a metterlo in cartellone?
In realtà, no. Gli artisti che sono arrivati, sono arrivati perché dovevano arrivare – e nel momento in cui dovevano arrivare. È sempre stato un percorso molto organico, mai costruito sull’ossessione di rincorrere un nome a tutti i costi. Semmai, se c’è qualche rammarico, riguarda più alcuni ritorni mancati: artisti che magari ad un certo punto hanno preso un’altra traiettoria, o per scelta loro o della struttura che li gestiva, e che non hanno più ritenuto possibile tornare dentro le condizioni che un festival come il nostro si può permettere. Ma anche questo, in fondo, fa parte del ciclo naturale delle cose.
Finito Dancity, cosa succederà?
Ci sono già alcuni progetti in cantiere. Penso a Dancity Radar, a Dancity Mag, e ad altre traiettorie che stiamo già costruendo. L’orientamento è continuare a dare un contributo alla nascita di una comunità nuova, un pubblico attento, curioso, disposto a cercare esperienze diverse e a vivere la cultura con partecipazione reale. Quello che mi interessa è continuare a lavorare sulla scena in una fase in cui tutto è movimento e in cui c’è bisogno di nuova linfa, di nuovi spazi, di nuove forme. Dancity può ancora essere utile, mettendo a disposizione esperienza, visione, strumenti, relazioni. In Umbria tra l’altro si sta aprendo una fase che seguo con molto interesse: la Regione sta lavorando ad una nuova legge sullo spettacolo e sulla cultura, e mi pare un passaggio importante. Seguo con attenzione anche il lavoro che stanno portando avanti Tommaso Bori, assessore alla cultura della Regione Umbria, assiema a Lindra Di Pietro, con un coinvolgimento serio delle realtà locali e con l’idea di costruire opportunità più concrete e più solide. Spero che tutto questo prenda una forma importante e lungimirante. Credo che Dancity possa ancora dare un contributo importante, grazie all’esperienza accumulata in questi anni, anche per aiutare nuove realtà a crescere e a strutturarsi su basi più solide di quelle che abbiamo avuto noi. E poi c’è un aspetto a cui tengo molto: Dancity resta aperto al contributo dei più giovani, dei nuovi associati, di chiunque senta di poter portare visione, energie e progettualità. Mi piacerebbe che proprio i più gioani vedessero questa esperienza come un humus da cui attingere: un terreno fertile in cui trovare strumenti, memoria, credibilità, ma anche uno spazio in cui entrare davvero e lasciare un segno.