Da settimane non si legge e non si vede altro, sia online che nella vita reale: Rosalía, il suo volto immacolato sceso a salvare il mondo della musica dai suoi peccati.
Chi ne parla come capolavoro, chi come paraculata, chi le dà contro e chi la osanna. La cantante catalana è davvero santa e martire della stampa che sta elucubrando su ogni nota e ogni parola, e sta facendo la gara a chi trova il riferimento più aulico, o la stroncatura più dolorosa.
Forse dobbiamo fermarci un secondo e domandarci: come mai siamo così sconvolti dall’uscita di “Lux”?

C’è chi afferma per la noia del pop contemporaneo non più abituato ad avere produzioni così complesse e pensate, c’è invece chi dà il merito alla capacità di sperimentazione e alla ricerca preparatoria durata due anni.
Io vorrei tornare a quel momento in cui, con occhi e orecchie vergini da tutti questi dibattiti, ho ascoltato il disco in anteprima al listening party di Milano: un ascolto che necessariamente deve essere attento, 50 minuti seduti a leggere i testi tradotti e a sentire tutte le tracce, bonus track incluse, senza nessuna distrazione.
La sensazione che avevo avuto all’uscita di “Berghain”, la mia speranza che “Lux” potesse essere un enorme rito pagano, non rimane delusa. Nonostante i costanti riferimenti a Dio, il primo impatto è che ci si trovi a un rituale al confine tra il sacro e il profano, in linea con la figura e la proposta di Rosalía, che dal flamenco contemporaneo è passata a un reggaeton mainstream, e di nuovo a una ritrovata spiritualità, dove si twerka a suon di violoncello.
L’album si apre con “Sexo, Violencia y Llantas”, la dualità tra il mondo reale rappresentato da “il sesso, la violenza e le gomme” e quello spirituale, simboleggiato da Dio, “i bagliori, le colombe e le sante”, che si svilupperanno lungo le 15 canzoni dell’album. “Prima amerò il mondo e poi Dio”, afferma.
La stessa Rosalía spiega come per arrivare alla luce sia necessario affrontare il buio. Il buio in questo caso, e nel corso di tutto il disco, è chiaramente una relazione amorosa finita, e anche non senza recriminazioni. Ma questa fine porta a una riflessione su se stessa, un lungo percorso di introspezione in cui le domande spesso rimangono senza risposta, perché il vero senso di un viaggio spirituale e introspettivo è il porsele, non tanto il trovarne soluzione.
Le canzoni suonano come inni, come arie sinfoniche.
Sono canzoni personali che vengono scritte per rendere universali i sentimenti, e questo il pubblico lo comprende, se ne accorge: parlare di una fine come di un cammino verso il ritrovamento del proprio sé parla a tutte e tutti quanti, è un sentimento condivisibile e universalmente accettato, compreso e abbracciato. Rosalía incarna una figura mistica che ti abbraccia, ti avvolge con la sua voce e ti fa sentire meno sola nel cammino della vita.
Una santa?
No, una ragazza che, come chiunque, ha attraversato un periodo buio e ne sta uscendo. Sta ricercando la sua identità.

In “Reliquia” parla dei pezzi di sé, sparsi per il mondo: nel libro di Espérance Hakuzwimana, “Tutta intera”, la protagonista Sara scopre che a volte le parole allontanano più dell’origine. È l’evento che manda in frantumi le sue convinzioni più radicate, lasciandola in pezzi. Tornare ad essere tutta intera non sarà facile. Lo stesso avviene in “Lux”: la cantante va alla ricerca dei suoi pezzi sparsi per il mondo, per le città, dentro le persone. Ma forse è quello che lasciamo agli altri, a costruire chi siamo. E la ricerca è infinita.
Qui le radici da cui trovare nutrimento sono altre, ma affondano nella storia e nella cultura da cui proviene.
Quando parlavo di fine non senza strascichi, mi riferisco a “La Perla”, scanzonata presa per il culo dell’uomo red flag, canzone -possiamo dirlo?- molto paracula che finirà in tutti i tiktok delle persone che avranno subito ghosting, orbiting, zombieing, o qualsiasi altro termine che finisca in ing vi venga in mente. Se vuoi mandare affanculo una persona, Rosalía ti offre una soluzione raffinata per farlo. Di fronte a quel testo, mentre ero persa nell’ascolto di questa egemonia sonora così imponente e allo stesso tempo soave, la realtà mi è caduta in testa: ma quindi qui si vuole parlare in modo molto spicciolo della vita quotidiana, anche se abbellendolo con così tanta musica classica, tradizionale e folkloristica.
Una mia amica mi ha detto: “Quanto vorrei essere spagnola per cantarle tutte nella mia lingua”. Ma forse non vogliamo saperlo davvero, perché almeno possiamo dar loro il significato che più sentiamo nostro. Forse a volte, l’uso di lingue diverse da quelle che più conosciamo è una porta verso le nostre sensazioni più intime. La lingua trascende, diventa linguaggio universale di un’emozione.
Un appunto sui brani, tradotti in inglese durante il listening party, è questo: mentre da un lato ci sono una ricerca storica, linguistica e sonora, una perfezione, dall’altro i testi non sempre reggono questa struttura maestosa. Sono diretti, concisi, non troppo elaborati. È forse un’altra contrapposizione voluta tra il sacro e il profano. Le parole a volte suonano fin troppo materiali, quando bisogna esprimere dei sentimenti. Avete presente la Venere di Botticelli, così magnifica, ma con quei piedi così umani? Botticelli aveva voluto trasmettere la perdita del divino, una volta che la dea mette piede sulla terra. E la terra, si sa, è imperfetta.
(“Lux” tutto per intero; continua sotto)
Così come la pronuncia di Rosalía, di cui ho letto davvero le cose più disparate, e verrebbe da chiedere alle persone che hanno dissezionato ogni minima sfumatura errata se invece loro sarebbero perfetti, anche solo a parlare una lingua diversa dalla propria. Se invece noi non passiamo ogni giorno a violentare la lingua inglese, giusto per fare un esempio. Vogliamo che tutti parlino la nostra lingua, ma quando lo fanno altri, non va bene.
“Mio Cristo Piange Diamanti” rimane una canzone italiana davvero ben fatta, checché se ne dica della pronuncia o dei piccoli difetti di scrittura.
Lo sforzo di Rosalía nell’usare 14 lingue diverse è stato letto come la trasfigurazione del dono delle lingue, l’incalamento delle sante attraverso la sua voce, io l’ho letto come un bellissimo compito in cui lei, ancora una volta, vuole farci sapere che è la più brava della classe, e sentirsi comunque elogiata anche per questo. Ma anche un modo per farci comprendere come tutti, indipendentemente da che lingua parliamo, possiamo ritrovarci nell’universalità della musica.
Rosalía non pretende che il suo pubblico diventi improvvisamente erudito, ma al contempo non lo tratta come un pubblico stupido: lascia la libertà di approfondire, o solo di ascoltare
La musica come salvezza, la canzone come redenzione. Dio qui è un’ombra che aleggia, ma non è un Dio cristiano, è un Dio pagano. È Rosalía stessa che si autodenuncia come una stalker in nome dell’amore.
Sulle sante, sulla musica classica, sulla profondità della ricerca mi pare che sia più materia per giornalisti ed esperti, per fare quelle gare di cui parlavo a inizio articolo, che per il pubblico. Possiamo dilungarci su tutti i brani classici che consiglieresti durante l’ascolto di Lux, o sulla storia di ogni santa, fare interi trattati su ogni accordo, o sul fatto che non sia proprio opera lirica, ma più arie da camera. Quello che ho pensato al primo ascolto è stato “sarebbe bello se da qui le persone si appassionassero all’opera”, ma 200 euro per Rosalía che canta un’aria in italiano o in giapponese probabilmente li spendi, per vedere la “Bohème” a teatro no. Le persone probabilmente non cominceranno ad appassionarsi di un genere visto e sentito così lontano, se non nella forma pop e di facile consumo da lei proposto. E questo Rosalia lo sa molto bene: non pretende che il suo pubblico diventi improvvisamente erudito, ma al contempo non lo tratta come un pubblico stupido: lascia la libertà di approfondire, o solo di ascoltare. La musica deve prima di tutto arrivare al cuore, all’anima, dentro di te. È lo strumento divino per l’autorealizzazione.
Se c’è una cosa che mi ha lasciato questo disco, è la rinnovata voglia di vederla sul palco: l’ho ammirata nel 2019, mi ha lasciato perplessa nel 2023 perché per me se nella sua discografia c’è un disco più “vuoto” a livello di emozioni è “Motomami”, e ora ho la curiosità di vedere come porterà live “Lux”.
Come Madonna ha fatto ai tempi, generando non solo dischi ma mode per interi decenni, come Beyoncé e Lady Gaga stanno facendo tuttora, Rosalía sta costruendo una nuova figura di pop star, simile – per quanto diversa – a quelle sopracitate.
“Sono la regina del caos / Perché è così che Dio mi ha fatta”.
Una baddie che, dentro, si strugge. Una santa che ricerca la luce attraverso il sesso, che prova dolore e dona illuminazione col suo corpo. Così divino, così umano.
… o una donna, semplicemente. Non necessariamente alla ricerca di un’identità precisa, ma in grado di far emozionare e di far ballare. Il dualismo che vive dentro se stessa viene portato al mondo, per ricordarci che tutti lo viviamo e non dobbiamo combatterlo, ma accettarlo e farlo nostro.
E lo conferma in “La Yugular”, uno dei brani più ispirati del disco, elogio all’infinito e al finito delle cose, insieme a “Magnolias”, inno finale alla caducità, e all’eterno.
Se Rosalía può fare tutto questo chiamando l’Orchestra Sinfonica di Londra e Björk, è perché può permettersi di farlo. Perché ha creato fiducia prima di tutto nel suo pubblico, perché fin da subito la sua carriera è stata costruita su una contemporaneizzazione di generi tradizionali, come il flamenco, e di fenomeni culturali, come il reggaeton. Perché, prima di tutto, lei stessa viene da quegli studi, e chi paternalisticamente la denigra forse non comprende che lei sta in qualche modo cercando, fin da “El mar querer”, una catarsi nei confronti della sua educazione, troppo stretta, religiosa e soffocante.
Con Lux, questo processo diventa una sacralizzazione della mortalità, del nostro essere umani, della capacità di fare piccoli miracoli, che siano lasciare andare una persona, ritrovarsi o scrivere bella musica. Di attraversare il buio per ritrovare una luce dentro di sé.
Mi sono chiesta quindi: come mai noi riscopriamo il divino solo quando le cose ci vanno male? Non possiamo farlo anche quando non abbiamo problemi? Perché ci affidiamo ai santi solo quando ci viene comodo?
A Rosalía è venuto comodo affidarsi al “dono delle lingue” e cantare in 14 lingue diverse per avere successo? Forse sì. Lo ha fatto per dire qualcosa di diverso o di originale? Forse no. Lo ha fatto in modo egregio? Sicuramente, e indubbiamente ha portato nel mainstream una perla che ha alzato l’asticella di riferimento.
Quando Dio discenderà, io ascenderò e ci troveremo a metà strada, dice in “Magnolias”.
Siamo tutti santi e tutti peccatori, in questa realtà, e di fatto lo è anche Rosalía: eternamente umana.