Eh sì, eccoci anche quest’anno a scrivere di JägerMusic Lab, la cui edizione 2025 è terminata una decina di giorni fa con le finali al Cocoricò (che hanno visto vincitore Kadesh, dj/producer già maturo e calibratissimo nella sua scoppiettante mistura di EDM, dubstep, techno, drum’n’bass, influenze a sorpresa) e con una session finale all’Altromondo Studios, dove fra i vari esperti chiamati a giudicare e dare consigli ai finalisti è arrivato pure un signore di nome Richie Hawtin (attento, gentile e disponibilissimo), a testimonianza di come al Lab si facciano sempre cose di un certo livello. C’era pure Soundwall, e quest’anno c’era addirittura con una presenza raddoppiata: se Damir Ivic ormai è un habitué, c’è sin dalla prima edizione, la new entry è stata Federico “Dask” Raconi, che ha messo la sua abilità chirurgica nel “fotografare” cose e situazioni al servizio di un contesto nuovo per lui – anche se pure lui sembrava che allo JägerMusic Lab ci fosse dal giorno uno. L’output finale è un report che è doppio: prima Federico, che inquadra bene il contesto con lo sguardo di chi comunque ci si è approcciato per la prima volta, poi Damir con alcune considerazioni a margine. Buona lettura. E la solita chiosa: ce ne fossero di più, di brand che investono sulla musica su progetti così seri, costanti ed educational come lo JägerMusic Lab, invece di sganciare dieci, venti, trenta, centomila euro al famoso di turno per fare una comparsata a qualche evento più o meno milanese. Non sappiamo se Kadesh, il vincitore 2025, diventerà ricco e famoso, potrebbe anche succedere ad altri finalisti di quest’anno, Albert Breaker ad esempio è decisamente su questa strada per talento e piglio, Sourires e Miss Wallace hanno una bella preparazione a tutto tondo, Beatrice Dalla Vecchia ha iniziato da poco a cimentarsi nell’elettronica ma sta imparando molto in fretta, Simona Zamboli in finale ha sorpreso tutti creando una tracca techno notevolissima, K LSY hanno un po’ cannato la session finale ma hanno potenziale, idem come ce l’ha l’elettronica sognante di Pietro Pavan, o Francisfat e V Breeze, e non parliamo di quanto è bravo ed esplosivo come beatboxer Dynamatt. Ma lo JägerMusic Lab non è una corsa alla fama. E qui proviamo a spiegare cosa sia davvero, facendolo a due voci, partendo dall’edizione di quest’anno.
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Cosa significa nel 2025 essere un artista nella musica? Quale skillset costituisce un vantaggio competitivo tangibile rispetto all’enorme concorrenza? Si può scegliere di lasciar parlare soltanto ciò che ci riesce meglio e sbattercene del resto? Ci sono dei meccanismi ideati per chiudere la porta in faccia a chi il sistema lo ricusa e/o lo sfida? Esistono ancora le etichette musicali e le unità di misura?
Questi – e sicuramente ne dimenticheremo molti altri – sono stati tutti temi centrali nell’ultima edizione di JägerMusic Lab, contest per DJ/Producer ideato da MAT Academy e svoltosi fra Milano e Rimini nelle ultime settimane, per l’ottava edizione. Il tema dell’anno era “BE REEL”: una volontaria provocazione, volta a stimolare un ragionamento su quanto avere un’immagine accattivante ANCHE sui social, possa realmente fare la differenza nel crearsi una fan base slegata dalle campagne marketing e dai trend. Così da superare ogni barriera architettonica prestabilita da dinamiche ormai vetuste come colore che le hanno ideate. Addio contesto geografico o sociale sfavorevoli, generi musicali troppo di nicchia, look e attitudine fuori dai canoni di una scena che da molto tempo si trova più a inseguire le unità di misura che a crearle. Viviamo un nuovo mondo: quello in cui chiunque può diventare famoso con l’unica spinta del proprio talento e, all’occorrenza, di un’immagine che sappia colpire una generazione abituata a fagocitare tonnellate di content. Gente che ha il vantaggio di aver imparato a distinguere in mezzo secondo qualcosa che spicca rispetto alla monotonia di un’infinita steppa di goffi tentativi di imitazione e omologazione.
Su queste basi, e come ogni anno, ci siamo felicemente prestati come giurati – sì, quest’anno oltre al “solito” collega ed amico Damir è stato convocato per Soundwall anche il sottoscritto – per accompagnare metaforicamente il percorso di venti (poi dieci, poi tre, poi uno) giovani artisti e artiste provenienti da ogni angolo del Paese. Affiancati, come inevitabile e doveroso, dai bravissimi Alex Tripi e Nello Greco – autentici padroni di casa e fratelli maggiori – che hanno seguito i dieci finalisti nella settimana riminese, guidandoli alla ricerca di un suono – e, per l’appunto, di un immaginario – che fossero coerenti ed efficaci allo stesso tempo.
(Foto di gruppo: Alex e Nello attorniati dai finalisti dello JägerMusic Lab 2025)

Durante le varie fasi di scouting e votazione, insieme ad altri giudici dai background sicuramente eterogenei, abbiamo cercato di scegliere non solo sulla base di chi, fra i concorrenti, avesse maggiori possibilità di essere “vendibile” al pubblico, o banalmente fosse più bravo o più esperto – un messaggio che abbiamo cercato in tutti i modi di far passare ai ragazzi, soprattutto a coloro che non sono riusciti a passare i vari turni. Gli obbiettivi che ritenevamo dovessero essere chiari a tutti erano due: la capacità di cogliere l’occasione di lavorare fianco a fianco con professionisti di settore ed altri artisti da cui attingere e con cui condividere le proprie unicità, e la volontà di mettere in discussione se stessi e le proprie certezze in funzione di un’esperienza formativa di gruppo. Dove la vera vittoria non sarebbe stata ricevere un premio alla fine, ma aver avuto l’occasione di esporsi a modi talvolta estremamente differenti di ottenere lo stesso risultato. E magari, con quanto appreso o offerto, poter riscrivere la propria storia o aiutare a far sbocciare quella di qualcun altro.
(Il vincitore dell’edizione 2025, Kadesh; continua sotto)

Per questo abbiamo dovuto fare scelte dolorose ma spesso necessarie e talvolta persino educative: sia quando era evidente il fatto di non aver messo a fuoco ciò che questa esperienza potesse rappresentare, tanto quanto il non aver saputo tramutare la propria essenza in un prodotto finito commestibile e rappresentativo del percorso dentro alla manifestazione. Ci sono stati concorrenti molto promettenti che non hanno saputo trovare la quadra, così come underdog che si sono guadagnati i complimenti di un gigante come Richie Hawtin, giudice speciale della manifestazione. E, ancora una volta, a perdere davvero è stato solo chi non ha saputo accettare i verdetti come un giudizio transazionale e non definitivo e chi non ha sfruttato al meglio un’occasione fantastica di condivisione che è andata ben oltre la musica e l’arte. Coloro che hanno saputo prendere il meglio da questa esperienza, come sempre patrocinata da Jagermeister e seguita sul campo da un team organizzativo di altissimo livello, si porteranno a casa molto più di un titolo o di un premio. Chi oggi non lo capisce dovrà semplicemente fare un po’ più di fatica per arrivare all’obbiettivo.
Fare musica, così come qualsiasi forma espressiva, vuol dire esporre la propria intimità agli altri. Capiterà mille volte di dover deglutire bocconi amari o accettare compromessi con qualcosa che magari riterremo meno rilevante o addirittura offensivo rispetto a quanto vogliamo raccontare. La bravura starà sempre nel sapersi inserire fra le pieghe di una scena più che mai spietata e frettolosa senza rinunciare ai propri valori, artistici e non. Lunga vita a progetti come JägerMusic Lab che stimolano occasioni di aggregazione e contaminazione, per rendere gli artisti di domani in grado di scrivere la propria storia indipendentemente da tutto e tutti.
(Federico Raconi)
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Non è un caso che Federico sia storicamente il “Minostro degli Esteri” di Soundwall, e sia una certezza quando si tratta di stendere dei report: anche in questa occasione, invitato per la prima volta ad entrare dentro i meccanismi dello JägerMusic Lab, ha compreso subito quali sono i punti fondamentali, e ve li ha raccontati qua sopra con assoluta efficacia e precisione. Quello che vorrei fare io è sottolineare una volta di più un paio di concetti che lui per primo ha raccontato, ragionando un po’ sulle loro implicazioni.
Il primo: il tema dei social, su quanto oggi siano comunque un corredo “necessario” (virgolette d’obbligo) se si vuole essere musicisti, soprattutto in determinate scene ed aree stilistiche. Federico ha riassunto con micidiale efficacia una serie di punti che sfuggono quando ci si adagia al lamento de “I social hanno rovinato tutto”, “In console ormai ci vanno solo gli e le influencer”. Non che questi lamenti siano tout court fuori posto – non giriamoci attorno, ogni tanto hanno una loro ragion d’essere – ma fermarsi ad essi impedisce di vedere tutto il potenziale liberatorio che la possibilità di autogestirsi comunicazione, promozione e distribuzione che la tecnologia e le piattaforme ci hanno regalato è un mezzo dono divino, se sfruttato con consapevolezza e senza sputtanarsi per l’ansia di arrivare il prima possibile al successo.
…che poi: cos’è il successo? E qua arriviamo al punto secondo. Che nella sua parte Federico introduce spiegando come l’orientamento dello JägerMusic Lab (da sempre, non certo da questa edizione) è di non legarsi solo ed unicamente a ciò che è “vendibile”. Oggi, in un diluvio di comunicati stampa che celebrano ogni trenta secondi un disco d’oro di qua, uno di platino di là e un numero uno su Spotify manco fossero noccioline, si è creata questa convinzione che il “successo” sia solo ed esclusivamente una questione numerica. Bella cazzata.
Poi però si piangono lacrime di coccodrillo quando gli artisti vanno giù di testa e in depressione, con esiti talvolta anche tragici: è un’opera meritoria quella di chi da anni fa sensibilizzazione sul tema della salute mentale e del benessere psicofisico per chi lavora (o aspira a lavorare…) come artista, è bello che l’argomento sia sollevato, ma forse bisognerebbe portare fino in fondo il ragionamento ed iniziare a minare alle basi quale sia la percezione odierna del reale significato e metro di valutazione del successo.
(Un successo è essere in forma, sorridente, gentile e disponibile come lo è stato il giurato speciale dello JägerMusic Lab 2025 Richie Hawtin: davvero una bellissima presenza, la sua; continua sotto)

Prendiamo lo JägerMusic Lab: chiaro, Jägermeister azienda (prima sotto il gruppo Campari ora sotto il gruppo Montenengro: il sostegno al Lab è rimasto intatto in questa transizione) ha chiaramente anche bisogno di view dai reeel, dalle story, da anni c’è una cazzuta squadra comunicazione attorno all’evento e ci sono state anche edizioni in cui si sono scelti dei “conduttori” per le pillole sui social che avessero già di loro una reach di un certo livello, sui social.
Però se il Lab è ancora qui è perché mai e poi mai questo è stato il focus unico del tutto: mai e poi mai si è avuta la sensazione che chi finanziasse il Lab fosse interessato solo ai numeri su YouTube e/o alla tele- e social-genicità dei finalisti e vincitori. Questo anche perché Alex e Nello della MAT sono sempre stati molto chiari su questo, molto “protettivi” dello spirito originario della cosa e del fatto che non devono arrivare ingerenze ciniche e “quantitative”. Loro per primi sanno che il vero successo non è quando sei “vendibile” (i due hanno provato ad esserlo, partecipando a Top Dj, ed è stata una delle esperienze meno soddisfacenti della loro vita) ma quando riesce ad esprimere te stesso, a tirare fuori la tua personalità: quando a questo si aggiunge il talento – e inevitabilmente c’è chi ne ha di più chi ne ha di meno – allora magari i pianeti si possono allineare a può arrivare la vittoria al Lab, la carriera nel mondo della musica e del deejaying, la fama, il riconoscimento economico.
Ma anche lì: non esistono equazioni precise. Certe volte puoi essere bravo, bravissimo, o brava, bravissima, ma quello che stai facendo come artista non è la cosa giusta al momento giusto, e non “esplode” sul mercato. Capita, oh se capita. Se però quanto stai facendo ti rispecchia, è fedele a quello che sei ed all’emotività che indossi, cade bene sui tuoi baricentri etici ed estetici, sai che c’è? La vera verità è che continuerai a farlo, indipendentemente dal riscontro del mercato. Certo, magari sarai obbligato a farlo come secondo lavoro o hobby, magari tirerai molte più bestemmie di quello che dovresti, ma puoi starne sicuro: continuerai a farlo. E ti farà star bene, nel suo piccolo o nel suo grande. Mentre vediamo troppe stelle-dei-numeri, in Italia e all’estero, che si vivono la loro vita e la loro identità da musicista veramente male, stando di merda. Sarà un caso?
Forse davvero dovremmo iniziare ad evidenziare più e meglio la “durata” come vero indicatore del “successo”: è più facile che una cosa persista nel tempo se è autentica, se è sentita, se si poggia su basi sane. Il fatto che lo JägerMusic Lab esista da otto edizioni, non conosca in linea di massima flessione qualitativa, sia sopravvissuto a vari cambi nel marketing e nella proprietà del brand che lo sostiene, dovrebbe fare da monito e da esempio positivo.
Non è quindi un problema che al Lab ti chiedano, nel 2025, di essere un minimo in grado di fare dei reel, del content a misura di TikTok: non è così che si snatura l’operazione, anzi, una richiesta di questo tipo è perfettamente coerente, perché il Lab è davvero una palestra che vuole prepararti senza sconti e con cruda sincerità a quello che stai andando ad affrontare, cioè il mondo della musica oggi. È che sta a te capire se, come e perché usare questi tool. Avendo in mente quale sia il vero obiettivo: essere se stessi, esprimersi, farlo nel tempo con serenità e soddisfazione.
(Damir Ivic)