Partiamo dal fondo: partiamo da un concerto specialissimo, che vi consigliamo davvero di non perdere, che si terrà sabato 14 febbraio a Milano, al Circolo Magnolia: il coronamento del giro di eventi per festeggiare il decennale di “Beats & Hate”, un disco che ancora adesso si porta dietro un record molto significativo – è il progetto discografico autoprodotto che ha raccolto il maggior numero di soldi (quasi 70.000 euro) lanciando un crowdfunding. Un disco importante, sentito, partecipato, a cui il suo autore – Egreen – ha voluto dare una veste completamente nuova per questa data al Magnolia, arrivandoci con una live band di livello (a partire da Luca Romeo al basso), scardinando quindi il principio dell’hip hop “puro” che vuole solo microfono e turntables. Oh, è un principio che oggi hanno scardinato in molti: ma se i più lo fanno per venire incontro ai gusti del pop, questa è la verità, abbiamo la certezza assoluta che Egreen non lo faccia per questo motivo, zero.
Sì. Egreen è uno di quelli su cui puoi mettere la mano sul fuoco; e se te la bruci un po’, la mano, sai che poi ci sarà sempre modo di recuperare, e di sapere pure il motivo per cui te la sei bruciata un po’. Questo perché si dedica al rap da vent’anni con una passione infinita, perché è dannatamente bravo ed intenso, e perché non ha quasi mai cercato scorciatoie ed “ascensori per il mainstream” e la volta che li ha cercati, beh, ne è stato disarcionato – parlando di tutto questo con molta sincerità. Insomma, esattamente come il Moder di cui pubblicavamo l’intervista un paio di giorni fa, Egreen è uno di quei personaggi da “working classe hip hop” di cui l’Italia ha maledettamente bisogno, soprattutto per quando la fine della bolla d’interesse e d’investimenti attorno al rap nostrano scoppierà, o si sgonfierà tornando a dimensioni più sensate. È una questione d’onore, per Egreen, fare rap e farlo in un certo modo, mettendoci impegno feroce, quasi disperato; ma da un po’ di tempo è diventata anche una questione d’onore per lui essere sincero, sincero sino in fondo, anche a costo di farsi del male e farsi cattiva pubblicità, anche a costo di essere sgradevole.
Questo significa che parlare con lui è sempre una di quelle occasioni rare in cui la conversazione scorre andando all’essenza delle cose, e non si nasconde dietro filtri di comodo. La scusa per questa chiacchierata nasce per fare il punto sui due anni di Payback, la label/piattaforma che lui ha creato per dare spazio a rapper emergenti: le riflessioni che fa sull’argomento sono tante e sono particolarmente interessanti. Ma sono altrettanto interessanti le osservazioni che fa su di sé, sulla propria arte, sulle proprie prospettive. Davvero: oro, avere interviste di questo tipo. Ma oro è anche quello che Egreen è sul palco: uno degli mc più rocciosi, devastanti, consistenti vi possa capitare di vedere in Italia, punto. Che sia il 14 febbraio 2026 al Magnolia con la band, che sia nelle altre date che arriveranno, non perdetevelo. Ci ringrazierete per questo consiglio. Se poi invece preferite i rapper meno bravi ma più instagrammabili, più a pronto-uso adolescenziale e più prezzolati dai brand, beh, fate pure. Non è una colpa. Ma vi state perdendo qualcosa di bello, qualcosa di importante.

Aalla persona che acutamente ha detto “Fare rap non è obbligatorio”, titolo velenoso e ben pensato delle tue ultime release in cui collabori con un sacco di mc’s underground di talento, non posso che chiedere, rivoltandoti contro il sarcasmo: e fare il discografico, allora? Quello invece è obbligatorio?
(scoppia a ridere, ndi) Allora, allora… Diciamo che già solo “discografico”, a sentirla pronunciare, è una parola che mi fa paura. Meglio allora sostenere che: sono uno che cerca di sviluppare dei progetti. Ecco, così è meglio. Così è meglio di “discografico”. Stavo parlando con un vecchio amico (che tra l’altro conosci anche tu ma non ti dirò chi è, uno comunque che discografico lo è davvero e lo è ad alto livello da tantissimo tempo): mi diceva, un po’ scherzando ma forse un po’ no, “Dovremmo creare un canale anonimo sui social ed usarlo per demotivare le persone a fare questo lavoro”. Ma venendo nello specifico alla tua domanda, che accetto: fare il discografico è obbligatorio? Non lo so. Diciamo che è obbligatorio farlo, ma a patto che tu lo faccia con cognizione di causa. Ecco. Perché all’inizio quello che ti spinge a fare certe cose è spesso il romanticismo, e va bene; ma una volta che quello è assodato, poi arriva tutto il resto.
Mi stai dicendo comunque che tu la cognizione di causa ce l’hai, visto che questa faccenda di Payback sta andando avanti davvero – e sono due anni ormai. Cosa hai imparato, in questi due anni? Quali sono le cose che hai chiare adesso, e che invece quando hai iniziato non pensavi minimamente di dover affrontare? Quali sono le illusioni che si sono rivelate tali, e i luoghi comuni che invece si sono dimostrati veri?
Mi sono buttato in questa avventura convinto di avere tutti gli strumenti e tutte le conoscenze per affrontarla: era gennaio 2024. Oggi, febbraio 2026, ti posso dire che ogni certezza in tal senso nel frattempo è completamente crollata. Crollata, già. Sai: io ero convinto. Mi dicevo “Conosco la scena, so come vanno le cose, comunque ho la stima e il rispetto di un tot di persone: dai che sarà una cosa facile”. Cioè, sto sintetizzando, eh, magari non la tiravo via così con semplicità e con questo tipo di simpatica arroganza, ok, non ero così stupido e superficiale; ma il senso più o meno era quello. Da lì, da quando ho iniziato realmente a lavorarci sopra, mi sono invece completamente scontrato con quel muro che è la realtà.
(Il primo volume di “Fare rap non è obbligatorio”; continua sotto)
Qual è stato il trauma maggiore, in questo scontro?
Io davvero ero convinto che conoscendo l’underground, ed effettivamente lo conosco, e conoscendo la gente, ed effettivamente la conosco, e conoscendo la mappa di una certa parte della nostra scena, ed effettivamente la conosco, le cose fossero più facili. Ti faccio un esempio molto concreto: chiunque gestisca un’azienda sa che spesso l’aspetto più difficile da gestire è il capitale umano. È la cosa che impari sul campo. In qualsiasi tipo di azienda. Ecco, figurati la musica: che è un tipo di azienda dove il capitale umano rappresenta spesso e volentieri il 90% della faccenda. E poi di tutti i tipi di capitale umano, quello costituito da artisti è probabilmente il peggiore, il più difficile, il più complicato da gestire: e te lo dice uno che prima di tutto è un artista. Tecnicamente, poi, la musica è pure un tipo di business che monetizza sulla componente più umana di tutte, le emozioni, a rendere le cose ancora più complesse. Il risultato è che tutto si complica all’ennesima potenza. Non hai a che fare con degli oggetti: no, hai a che fare con delle persone. Sia nella “produzione”, che nella “gestione”, che nella “vendita”.
Quale capacità hai sviluppato, in questi due anni, per sopravvivere a questa complicazione all’ennesima potenza, a questa variabile imprevedibile che è il fattore umano?
La pazienza. Tanta. Tantissima.
Ok.
Prima di tutto, quella di continuare a lavorare su se stessi. Ancora oggi, infatti, io sbaglio tantissimo.
Che tipo di leader di un’etichetta discografica sei? Nel senso: sei uno che impone la propria visione perché sa che ne ha una forte ed ha l’esperienza per farlo, o sei invece uno molto democratico che si accontenta di permettere agli altri di sviluppare la loro, di visione, senza che tu ci metta troppo del tuo?
La risposta a questa domanda è qualcosa che ho affinato nel tempo. E molto semplicemente è: dipende dai casi. Devi fidarti della tua intuizione, e capire quando è il caso di agire in un modo o nell’altro. Ci sono persone che arrivano da me e mi dicono “Nico, questo è il disco, voglio sapere quando esce e cosa hai in mente per la promozione”, e a questo tipo di persone so che non devo dire niente di più oltre a quello che mi chiedono; ci sono invece altri che hanno bisogno che io venga lì, ci metta la testa, e gli dica cose come “Questa parte può essere fatta un po’ meglio, questa traccia forse meglio toglierla”; e poi alla fine ci sono proprio quelli che hanno talento, anche tanto, ma è come se fossero persi, ti fanno capire chiaramente che hanno bisogno di una guida, di una bussola – una cosa che spesso accade coi giovanissimi ma non credere, può capitare anche a gente già abbastanza adulta, vicina ai trent’anni, sempre più l’underground non è più questione di anagrafe. Insomma: ogni progetto dopo un po’ capisci che va gestito diversamente.
Credo che al momento all’80% del rap in Italia sia condizionato dalla grande industria discografica. E attenzione, questo non lo dico per condannare o puntare il dito: è proprio un fatto oggettivo, una constatazione neutrale. Il problema è che il rap italiano ha mercato solo in Italia, il business è legato quindi a un territorio molto piccolo. La conseguenza è che quelli che dettano le regole sono quei pochi, pochissimi in grado di tirare fuori degli investimenti. La situazione è questa, e non ci sono colpe di nessuno
Ora però ti facci0o una domanda pericolosa: il ruolo di Payback nella scena qual è? Ovvero: è la label in cui entri, ti fai le ossa, e se tutto va bene poi sei pronto per una major? O è la label dove entri, ti fai le ossa, e poi visto che sei una persona leale resti sempre lì, ed assieme a lei cresci?
Bellissima domanda (pausa, ndi). Davvero, bellissima domanda. E la risposta è: io, al fine di essere il più professionale possibile, sto imponendo a me stesso di vedere questa piattaforma, questa struttura, come un qualcosa che è al 90% per gli artisti è solo di passaggio.
Mmmmh. È un atto di umiltà, dirlo.
Credo che molti artisti facciano ancora fatica a capire quale potrebbe essere il valore aggiunto di stare in una realtà come Payback, e non in altre molto più grosse. Imporsi però come uno che vuole tenere a forza le persone a sé dove mi porterebbe? Sarebbe controproducente, anche perché l’underground rap italiano resta un paesino, le voci corrono in fretta. In questo momento, se voglio essere il più professionale possibile, devo fare un lavoro su me stesso per convincermi che Payback è, prima di tutto, nella stragrande maggioranza dei casi, vista dagli artisti come una fase di passaggio, non come un approdo finale. C’è chi mi fa capire che invece gradisce l’idea di restarci, in Payback, non è che non ci sia; ma non devo abituarmi a questo, è l’eccezione questo, non la regola. È la ciliegina episodica sulla torta, non qualcosa che posso pretendere di dare per scontato.
Di nuovo, risposta acuta e lucida. Si vede che questi due anni di Payback sono stati davvero formativi. Ecco, la mia paura è che possano esserlo stati troppo.
Cioè?
La mia paura è che tutta questa ragionevolezza che hai dovuto mettere su iniziando l’avventura di Payback posso in qualche modo “soffocare” la cazzimma di Egreen artista. Fino a che punto Payback ha finito col togliere tempo e risorse ed energia ad Egreen?
Fatto un totale di 100, 80 va a Payback, 20 ad Egreen.
Ecco.
Sì. È da un bel po’ che mi sto occupando di Egreen quasi nei ritagli di tempo. Ma non la farei tragica, eh: perché in realtà è una fase, e tra l’altro tutto quello che sto imparando ora credo che potrà diventare utile in futuro anche nella mia vita da artista. Anzi, dovrebbe succedere a breve. Ma non posso farti spoiler.
No? Ma sarà un progetto targato Egreen, o…?
Sì, sarà un progetto targato Egreen – quello te lo posso dire. Ma altro, no.
(Il sequel di “Fare rap non è obbligatorio”; continua sotto)
Beh, è già qualcosa. Ti faccio ora una domanda che sembra banale, ma forse non lo è del tutto: qual è il tuo criterio di selezione per Payback?
La domanda sembra banale, in realtà la risposta è complicatissima: vero. Soprattutto, nell’arco di due anni la risposta è stata in evoluzione, è cambiata via via. Ora, io credo una cosa: mai come in passato è necessario, oggi, trovare delle persone che abbiano qualcosa da dire. Attento, non voglio renderla una risposta eccessivamente “politica”, però se la domanda è apparentemente banale, e non lo è, anche la mia risposta è apparentemente banale ma, nella realtà dei fatti, non lo è per nulla. Credo che stiamo attraversando una fase storica in cui sia molto importante andare al di là del semplice esercizio di stile. Soprattutto nell’underground, sai? Perché in teoria l’underground è proprio quel posto dove puoi avere la massima libertà possibile, dove puoi permetterti di non avere filtri, di non essere obbligato a seguire formule – e allora ne devi approfittare. E non è solo questione di dire “Oh, scendiamo in piazza”, non bisogna ridurre tutto a questo, no; ma siamo davvero in una fase storica in c’è bisogno di dire delle cose, delle cose che abbiano un peso, un significato, che arrivino da un’esigenza esistenziale, reale. Guarda, qualche settimana fa parlavo con un ragazzo molto giovane della provincia di Brindisi, precisamente di Fasano, diciannove anni, Vittorio. Proprio lui mi ha detto “Nicolas, adesso è il momento in cui nel rap bisogna dire delle cose”: mi ha colpito moltissimo. Perché ha ragione. Quindi Vittorio, se mi stai leggendo, sai che se questa risposta è venuta come è venuta fuori per merito tuo… Cioè, era un concetto che già avevo in testa, ma la forza e la consapevolezza con cui me l’ha detta un ragazzo di diciannove anni mi ha colpito tantissimo.
Già. Anche perché nel rap, e non solo nel rap, tendiamo a pensare che gli adolescenti e i ventenni siano solo delle mucche al pascolo pronte a farsi condizionare dal mercato…
Esatto. E non è assolutamente così, invece.
In teoria l’underground è proprio quel posto dove puoi avere la massima libertà possibile, dove puoi permetterti di non avere filtri, di non essere obbligato a seguire formule – e allora ne devi approfittare. E non è solo questione di dire “Oh, scendiamo in piazza”, non bisogna ridurre tutto a questo, no; ma siamo davvero in una fase storica in c’è bisogno di dire delle cose, delle cose che abbiano un peso, un significato, che arrivino da un’esigenza esistenziale, reale
Cambiando in parte argomento: qual è il rischio che l’underground del rap diventi, in Italia, un po’ come la letteratura, dove ci sono più scrittori che lettori? Ovvero, quanto è realmente grande il bacino d’utenza degli appassionati di rap underground?
Io di questa cosa ne ho già parlato qualche mese fa, ricevendo anche dei backlash non piacevoli per quello che ho sostenuto: però sì, penso che ci sia molta più offerta che domanda. Ammettiamolo. E poi, un altro problema è che vedo che le persone tendono ad essere appassionate più del singolo rapper che del rap in sé come tecnica, come genere musicale. Vale per il mainstream, ma vale anche per l’underground – e già da un po’ di anni. So che evidenziare questa cosa può dare fastidio a qualcuno, magari anche a qualcuno che è mio fan, ma è una cosa di cui sono profondamente convinto.
Ecco, i tuoi fan come hanno preso l’avventura di Payback? Peraltro, tu sei uno dei pochi che ha una fanbase vera, dimostrata coi fatti quando ad esempio con la chiamata alle armi per “Beats & Hate” hai fatto il record assoluto di crowdfunding.
Io sono molto riconoscente nei confronti della mia fanbase. Molto. Sicuramente ho perso qualcuno per strada, ma è inevitabile: si cresce, si fanno dei figli, se prima venivano ad ogni mio concerto oggi magari ne fanno uno all’anno, ed è perfettamente comprensibile. Però in generale chi mi segue fin dall’inizio, e soprattutto lo fa ancora oggi con attenzione, devo dire ha dato molto credito a Payback. Sotto questo punto di vista si può davvero parlare di “missione compiuta”. A me interessa catturare l’attenzione dei più attenti: perché so che restano. Non mi interessa catturare l’attenzione per un attimo di migliaia di persone, che però magari dopo due giorni nemmeno si ricordano più di te.
C’è poi il problema della monetizzazione dell’effetto-nostalgia, che è una cosa che da un po’ sta accadendo nel rap, non lo nascondiamo, per favore. Ma mi ci metto pure io, bada bene: l’ho fatto, credo e spero dignitosamente, con “Il cuore e la fame”; lo faccio ora con “Beats & Hate”
Senti, ti chiedo una cosa: dove sta andando l’hip hop adesso? E intendo: musicalmente. Perché guarda, io mi sono avvicinato all’hip hop non per i rapper, ma per la musica.
Ma sai che anche io? Ma per rispondere alla tua domanda – intendi l’hip hop italiano, quello americano, o…?
Sia americano che italiano. Voglio sapere la tua opinione su entrambi.
Ok. Allora, diciamo così: l’hip hop americano naviga a vista, nel senso che mi sembra molto soggetto a dove tirano i venti del business, a qual è lo spirito del tempo, del qui&ora; per quanto riguarda l’Italia invece, credo che al momento all’80% sia condizionato dalla grande industria discografica. E attenzione, questo non lo dico per condannare o puntare il dito: è proprio un fatto oggettivo, una constatazione neutrale. Il problema è che il rap italiano ha mercato solo in Italia, il business è legato quindi a un territorio molto piccolo. La conseguenza è che quelli che dettano le regole sono quei pochi, pochissimi in grado di tirare fuori degli investimenti. La situazione è questa, e non ci sono colpe di nessuno. L’industria fa il suo mestiere.
Per anni ho convissuto con i malumori che mi ha generato il non aver raggiunto determinati obiettivi. Lo dico chiaramente. Faccio brutta figura a dirlo? Passo per rosicone? Bene: non mi interessa. Non mi interessa, perché ora finalmente questa cosa non mi tocca più
Ci sono però ogni tanto dei glitch nel sistema: penso ad esempio a Shocca, a cui tu sei legatissimo, che è riuscito negli ultimi anni a ritagliarsi uno spazio all’interno della grande industria discografica restando al 100% se stesso, dal punto di vista dell’identità artistica e personale.
Ha fatto qualcosa di allucinante, Shocca, persona a cui tra l’altro sono enormemente grato. È riuscito a fare un disco hip hop hardcore unendo tre se non quattro generazioni di mc’s al microfono, e con questo disco è riuscito a riempire l’Alcatraz a Milano. La domanda un po’ provocatoria che però ci possiamo porre è: dobbiamo essere contenti per Shocca, perché ha avuto il giusto riconoscimento per la sua carriera e la sua integrità, o dobbiamo essere preoccupati perché lui è un caso isolato o quasi? Senza contare poi il problema della monetizzazione dell’effetto-nostalgia, che è una cosa che un po’ sta accadendo nel rap, non lo nascondiamo, per favore. Ma mi ci metto pure io, bada bene: l’ho fatto, credo e spero dignitosamente, con “Il cuore e la fame”; lo faccio ora con “Beats & Hate”. E se vuoi con “Beats & Hate” è anche una cosa a cui ho inizio ho pensato un po’ controvoglia, ma come fai a non celebrare un disco che ha raccolto in crowdfunding, da indipendente al 100%, 70.000 euro? Lo devo a chi ha creduto in quel progetto, lo devo anche a me stesso. Però poi basta. Di dischi ne ho fatti tanti, quindi da ora in poi ogni anno o quasi rischia di essere il decennale di qualcosa. A me queste operazioni-nostalgia fanno un po’ paura: credo debbano essere centellinate.
E magari devi farlo per dischi che ti piacciono ancora.
Guarda che “Beats & Hate” oggi mi fa schifo. Faccio fatica ad ascoltarlo.
(Fa schifo? Mah, insomma… Continua sotto)
Addirittura?
Ti dico il motivo: urlavo. Urlavo, urlo per tutto l’album. Senti, c’è stato un produttore molto, molto conosciuto con cui sono stato a strettissimo contatto per anni, ormai un po’ di tempo fa e… Anzi, no, aspetta, apro qui una parentesi: ora che ho quarantun anni, mi sono reso conto che per troppo tempo mi sono pianto addosso dicendomi che non ho mai avuto mentori, che nessuno mi ha mai dato una mano, eccetera eccetera, ma ora mi rendo conto che in realtà ne ho avuto tanti, ed anche molto importanti e prestigiosi – magari lo sono stati per segmenti limitati di tempo, ma ci sono stati, e mi hanno lasciato insegnamenti molto importanti. La cosa bella della vecchiaia è che finalmente ti rendi conto di queste cose… (sorride, ndi)
Sai qual è la cosa bella del raggiungere una certa età? Che ti rendi conto finalmente che ciò che è stato è stato, basta, non puoi tornare indietro, non puoi cambiare le cose del passato. No, ti resta solo da guardare avanti. E farlo nel modo migliore possibile
Ma dicevamo del produttore, e di quello che ti diceva.
Lui, che appunto posso considerare un mentore, e con cui il cammino si è intrecciato negli anni più volte, mi ha rotto un sacco di volte i coglioni su questa cosa dell’urlare, dicendo che lo facevo, lo facevo troppo, che non andava bene. Io all’inizio me la prendevo. Pensavo: “Sono Egreen, sono fatto così, il mio rap è sempre stato fatto così, cosa vuoi da da me, cazzo dici…”. Invece, col tempo ho capito che aveva assolutamente ragione. Pensa che quando sento i miei vecchi dischi ormai mi si accappona la pelle, perché davvero urlo sempre, urlo troppo. Il fastidio oggi è talmente grande che stavo per riregistrare tutto il master di “L’onore e la fame”, perché lì davvero il mio urlare arriva all’apice, all’apoteosi. Però persone molto vicine a me mi hanno fatto ragionare, facendomi capire che le persone a quei dischi lì sono affezionati così per come sono, non aveva senso farne un re-master cambiando modo di rappare. E quindi per questo motivo anche per “Beats & Hate” resterà così, il rap urlato resta lì.
Fammi dire che in te da un po’ tempo c’è sempre questa forma molto forte di autocritica. Di autoflagellazione, quasi: qualcosa che è completamente bandito dal manuale del rapper-che-funziona.
Vero.
Ti stai sabotando da solo.
Verissimo. Ma mi piace pensare che questo diventi una benzina per fare sempre meglio. Se all’inizio tutto questo può generare insicurezza e una sorta di sindrome dell’impostore, in realtà se sei bravo riesci a trasformare questo mettersi in dubbio in energia positiva. Certo, devi lavorare molto su te stesso. Sai qual è la cosa bella del raggiungere una certa età? Che ti rendi conto finalmente che ciò che è stato è stato, basta, non puoi tornare indietro, non puoi cambiare le cose del passato. No, ti resta solo da guardare avanti. E farlo nel modo migliore possibile.
Fammi chiudere con una domanda un po’ marzulliana: hai aperto Payback per poter prima o poi seppellire Egreen, o invece per rafforzarlo?
Ho aperto Payback perché mi sono reso conto che la musica è la mia vita. Senza voler cadere nel banale, stando proprio ai fatti penso di poter dire che l’amore e la passione per questa roba del rap alla fine ha sempre avuto la meglio su tutto. Ho aperto Payback per ricordarmi chi sono e da dove vengo, e per curare la legacy di questa cosa senza dover per forza incentrare tutto sul mio nome. Perché non deve diventare una questione egocentrica. Sai, se ho aperto Payback è anche perché dopo un po’ di tempo ho finalmente imparato a smettere di vedere ogni altro rapper come una minaccia… Sì, lo ammetto: per anni è stato così. E per anni ho convissuto con i malumori che mi ha generato il non aver raggiunto determinati obiettivi. Lo dico chiaramente. Faccio brutta figura a dirlo? Passo per rosicone? Bene: non mi interessa. Non mi interessa perché ora finalmente questa cosa non mi tocca più. Ora il mio vero obiettivo è poter arrivare a permettermi di fare i dischi per il puro gusto di farlo, non per necessità. Voglio essere sereno. Voglio che se a sessant’anni mi viene voglia di tirare fuori dei freestyle li faccio, e li faccio e uscire, senza pormi il problema se sia la mossa giusta o meno. Sai, c’è un rapper spagnolo molto famoso, uno dei pionieri in quella nazione, faceva parte dei Violadores Del Verso, si chiama Kase-O. È gigantesco lui, è un eroe dei due mondi, perché non è grosso solo in Spagna, lo è anche in Sud America. Ecco: in lui vedo una serenità incredibile. Riempie gli stadi, lo fa ancora, ma dopo quarant’anni di carriera gli leggi ancora la felicità in faccia – e capisci che fa quello che fa perché lo fa star bene, e non perché “deve”. Io non riempirò mai gli stadi; ma il mio obiettivo è arrivare ad essere come lui, come approccio. Ci sto arrivando.