Settimana scorsa, è uscito un UFO veramente bizzarro, nel (nuovo) panorama dancefloor italiano. “Euroclub” – titolo del disco e nome del progetto – è infatti una scheggia impazzita, imprevedibile ed imprevista. Ora, che nella nuova generazione di dj/producer italiani, quella diciamo che sta in un perimetro stilistico che va da Fred Again all’hard techno passando per inflessioni trap ed urban, ci sia del talento e ci sia una bellissima vibra lo sosteniamo da tempo, massì, e ancora di più lo sosterremo nei mesi a venire; ma che questa nidiata, attraverso alcuni dei suoi elementi più in vista e/o talentuosi, potesse venirsene fuori con una roba come “Euroclub” lo abbiamo trovato a prima vista spiazzate. Ma, a seconda vista, molto coerente, molto intelligente, molto divertente. E il divertimento, nel clubbing, resta una stella polare.
Fuori i nomi, intanto: della cricca Euroclub fanno parte (per ora) MILES, Greg Willen, camoufly, Lenny Delicious, msft, Automhate, Domm, runo. Ciascuno di questi ha una sua storia (qualcuno ha più di un disco d’oro, qualcuno una fama all’estero ormai strutturatissima), e ciascuno continuerà ad averla. Ma una cosa veramente bella della scena deejayistica di questi anni è che c’è un grandissimo spirito di gruppo, un grandissimo rispetto reciproco, una grande voglia di ascoltarsi a vicenda e scambiarsi dritte e lavori: vale per i nomi coinvolti in Euroclub, ma a loro si possono tranquillamente aggiungere un okgiorgio, un Estremo, un Fenoaltea, e potremmo andare avanti ancora un tot. Dopo la nidiata nostrana tech-house (o anche edit/disco, o anche techno) che ha percorso tutto l’inizio del nuovo millennio, dove bene o male ciascuno appena diventava un minimo famoso pensava a farsi i fatti propri o al massimo spingere solo la propria etichetta e quelle naturalmente ad essa affiliate, spignendo al massimo se c’era da accamparsi a Ibiza, a Berlino, a Londra o a Tulum, e chi cazzo se ne frega dell’irrilevante Italia, ecco, dopo tutto questo, una grandissima boccata d’ossigeno. Una cazzo di ondata di ossigeno, di buon senso, di onestà, di belle vibrazioni.
(Eccoli radunati, i ceffi; continua sotto)

Ai nostri eroi, agli Euroclub, l’Italia interessa. Eccome. Anzi: è stato proprio questo interesse a figliare un’operazione bislacca come questa, o meglio, a farle prendere la direzione che ha preso. Pochi prima delle release dell’album, ci siamo ritrovati a fare una chiacchierata con tutti loro negli uffici della EMI (…già, c’è una major ad adottare questa faccenda: anche questo non è scontato né normale). Ovviamente impossibile riportarla come intervista “normale”. È stato un divertente casino in cui uno completava le frasi dell’altro, chi iniziava una risposta difficilmente la finiva perché nel frattempo il testimone del discorso veniva passato a qualcuno altro (o da qualcun altro preso d’impeto). C’è chi ci vedrebbe del casino e del velleitarismo, noi invece siamo abbastanza sicuri che tutto ciò sia figlio prima di tutto della mancanza di ego tossico nei singoli protagonisti, e di un divertito senso di “…we’re in it together”.
I virgolettati che seguiranno infatti non è possibile attribuirli a questo o quello. Sono flussi di discorso a più voci, che abbiamo provato a riassumere per comodità. Ma prima di buttarsi su di essi, ascoltatevi il disco (e fateci spendere qualche parola su di esso):
Ascoltato? Sentito? Siete orripilati? Siete disgustati che una dance così crassa sia accolta con tanto affetto su queste pagine? State accarezzando nervosi il santino di UR, o l’asciugamano fradicio che Theo Parrish vi ha lanciato addosso alla fine di un suo set sofisticatissimo di sette ore, pur di calmarvi? In realtà fateci dire un paio di cose. Al di là del fatto che ante litteram una Nina Kravitz e poi successivamente le varie ondate alla Indira Paganotto abbiano sdoganato il (supposto) trash nella serie A dei dancefloor e del clubbing, su Euroclub non si può – se sani di mente – lanciare la minima accusa di fashionismo. Nella loro posizione, per i loro profili personali, per il periodo che la musica italiana sta attraversando, avessero voluto fare una operazione paracula avrebbero fatto ben altro. Gettandosi così sull’eurokitsch più sfrontato, che ha un maestro nell’italiano, italianissimo Gigi D’Agostino, si sono realmente messi in gioco e hanno acceso ed accettato la nota dell’(auto)ironia, qualcosa che da troppo tempo è penosamente assente fra i custodi e i cultori della club culture più, ehm, intelligente. Ma occhio, Euroclub non è solo una gag: è un disco prodotto bene, pensato bene, con una certa attenzione agli equilibri, che ogni tanto manda stilettate di contemporaneità sia stilosa che spigolosa, invece di fare solo il compitino revival.
(Robert Miles in un hyper luna park; continua sotto)
Tutto questo potete recuperarlo in un po’ di cose che ci siamo detti, una decina di giorni fa, all’undicesimo piazzo del palazzo che ospita la Universal (e quindi anche la EMI).
“Euroclub nasce prima di tutto come una storia di amicizia, di frequentazione personale. L’idea di fare della musica tutti assieme è arrivata dopo, molto dopo. La scintilla originaria? Una chat. Dove non eravamo tutti, all’inizio. E dove si parlava prima di tutto di cose tecniche, di sample pack ad esempio, ma ovviamente anche di molto cazzeggio. Piano piano il gruppo è cresciuto, ora siamo arrivati credo a tipo sedici persone, anche se solo la metà è pienamente coinvolta in Euroclub. Che poi sono quelli che si sono sentiti di più fra loro, siamo che ci becchiamo più facilmente anche di persone, in giro”
“Chiaramente in questo gruppo ci facevamo sentire a vicenda anche la musica che facevamo. Ognuno, ovvio, come producer ha la sua personalità. Ma nel momento in cui è maturato l’idea di fare un gruppo vero e proprio ci siamo detti “No, attenzione, qua bisogna trovare una direzione comune“. Una quadra che vada bene a tutti, e che caratterizzi la faccenda”
“Ci abbiamo messo un po’, ma più andavamo avanti a cercare questa quadra, più diventava evidente che un certo tipo di eurodance anni ’90 intrigava un po’ tutti quanti. E quando ci mettevamo a comporre a gruppi o anche solo a coppie, nel trovare una direzione che mettesse d’accordo le varie anime presenti era lì che si andava a finire”
“Sì: siamo perfettamente consapevoli che questo tipo di dance non è certo quella più raffinata, anzi, se la definisci “Musica da calcinculo al luna park” la definizione ci sta tutta. Anzi, ci piace proprio. Perché ci permette dire: “Ah, così? Perfetto: allora noi porteremo ulteriore luna park nel luna park”. Un po’ tutti noi che ci siamo radunati attorno ad Euroclub siamo prima di tutto ragazzi di provincia da un lato, ma dall’altro abbiamo sempre cercato di essere un po’ diversi dalla massa, di essere alternativi. Quindi chiaro che all’inizio la dance più commerciale non la sentivamo una cosa nostra. Ma crescendo, abbiamo capito meglio quanto in realtà rappresentasse un’anima popolare, verace, da noi in Italia. Anche perché era un fenomeno molto italiano, molto spontaneo: non era una moda importata dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti”
(Lo sentite anche voi il sapore di discoteca di provincia anni ’90? Continua sotto)
“E poi questo tipo di sonorità è molto legato agli anni dell’esplosione del fenomeno delle discoteche in Italia, parliamo di certi anni ’90. Ci piaceva l’idea di andare a recuperare quello spirito, quelle vibrazioni, rivisitandole e riattualizzandole. E naturalmente mettendoci anche del nostro. Sono fasi che non abbiamo vissuto in prima persona? Vero. Però è un tipo di musica, e di cultura, che in qualche modo è sempre stato dentro di noi. Per farti un esempio molto concreto, legato a uno di noi: il padre di Lenny è di origine asiatica, in quegli anni lavorava in fabbrica – e parlava pochissimo l’italiano. Il terreno di scambio comune coi suoi colleghi è stato allora tramite le cassettine dance che loro si scambiavano, cassettine che poi lui si portava a casa e quindi finiva col sentirle ed ascoltarle pure Lenny stesso. Questa è la sua storia, ma tutti noi abbiamo delle storie in qualche modo simili. C’è chi si è trovato immerso di più, chi di meno, ma in un modo o nell’altro tutti ne siamo stati toccati, da questo suono, da questo periodo storico, anche se in realtà di nostro e nel nostro presente volevamo andare in direzioni molto diverse, creandoci una strada e una identità come producer di un certo tipo”
“Una cosa ci teniamo a dirla: la nostra non è una operazione revival. Cioè, un po’ lo è, ovviamente c’è un recupero quasi filologico, ma non è un “remember”. Nel senso: è un po’ troppo veloce per essere ascoltata e ballata da chi oggi ha cinquant’anni. Credo che prima di tutto Euroclub può essere qualcosa che interessa a chi ci segue abitualmente: perché ci vede alle prova con qualcosa che di solito singolarmente non facciamo e che, a dirla tutta, nemmeno ci si aspetterebbe facessimo. Quindi ci piace l’idea che possiamo stimolare la curiosità in chi già ci segue… Curiosità anche nel capire come diavolo si fa a trovare una direzione comune in otto tizi che decidono di fare un progetto comune così, dal nulla: non è una cosa semplice”
(Ma ci si concede anche un po’ di muscolare electro rabbiosa, rozza e modernista; continua sotto)
“Ognuno di noi, nel suo, ha già una carriera avviata. Avevamo bisogno di fare questo? No. E quindi: lo abbiamo fatto in maniera completamente spontanea, pura disinteressata. E questo pensiamo sia un valore, oggi come oggi, non ci sembra che accada spesso, e a dirla tutta ci sembra che progetti dove otto dj/producer si mettono assieme tutti quanti oggi come oggi in giro non ce ne siano. Siamo come una boy band di dj! Solo che siamo tanti, siamo ingestibili, siamo casinisti, non abbiamo nessun tipo di progetto strategico. Ed è esattamente questo il bello, il bello di Euroclub…”