Quando, nel 1982, Grandmaster Flash and The Furious Five pubblicarono “The Message”, il rap americano arrivò a possedere una sua identità. Le barre di questo brano, per Rolling Stone la miglior canzone hip hop della storia, raccontano in modo diretto la realtà di quartiere. Identità e quartiere sono anche il filo conduttore di questo dibattito a Calvairate, in Zona 4 a Milano. Qui, nella piazza centrale, Emanuelino, Rally, Lefty e Oers ci hanno raccontato la loro storia da un’angolatura periferica e matura. Le loro riflessioni ci regalano un grandangolo di tenacia e purezza, da “Calvairate Mixtape Vol.1” di Rkomi fino ad oggi, in una zona artisticamente feconda.
(Tutte le foto sono di Fabio Ficara)
Jake La Furia, citando “No More Sorrow” in “Penna Capitale”, scrive: “Sono il prodotto del freddo di queste strade e voi siete il prodotto e l’effetto di questa frase”. C’è qualcosa in più nella strada di Calvairate rispetto alle altre d’Italia?
Emanuelino: Secondo me, niente. Dove vivi la strada, la vivi allo stesso modo ovunque. Forse qui la roba non è la strada, ma il segno che hanno lasciato alcune persone prima di noi. Ragazzi che avevano voglia di fare qualcosa di importante e ci sono riusciti. Quindi, dato che molti ce l’hanno fatta, anche noi abbiamo capito che si poteva fare. La strada è strada ovunque. Però la frase di Jake è molto bella, ha il suo senso ed è giusta. La strada, alla fine, la fa chi la vive. Anche in Duomo ora ci sono problemi. Noi abbiamo avuto solo un po’ di speranza in più. Tutto il mondo è quartiere.
Lefty: Forse la particolarità è che comunque, in linea d’aria, Calvairate non è lontanissima dal centro; però, ha quell’anima da quartiere che si respira anche in zone più distanti e periferiche. Strada va intesa anche come abitudini, tipo il signore che prende il caffè sempre allo stesso bar. Chi condivide esperienze con altri, forma un gruppo. Ereditare un certo tipo di influenze musicali, ci ha legato e aiutato a portare avanti i nostri progetti.
Rally: La cosa bella che dice Ema è che ci sono state persone che hanno lasciato il segno prima di noi. Questo fa la storia del quartiere. La nostra fortuna è stata quella di poter attingere dalle esperienze di persone più grandi. In alcuni casi poi sono anche le stesse. Nel mio caso, anche Ema e Lefty mi hanno influenzato tanto, perché sono più giovane rispetto a loro. Questo sia nella musica che nella vita.
Oers: Io, in realtà, sono stato adottato da loro. Abito a 10 minuti da qui, zona Forlanini-Corvetto. Non aggiungo altro. Condivido e sottoscrivo tutto quello che è stato detto.

L’8Mile Road divide il quartiere bianco dal quartiere nero di Detroit. C’è mai stato un muro visibile o invisibile che ha ostacolato la vostra arte in questi anni?
Emanuelino: Muri monetari sicuramente, almeno in teoria. Ma non è mai stato un ostacolo reale, perché siamo stati abituati a rimboccarci le maniche e ad andare avanti. Gli ostacoli visibili e invisibili sono magari persone invidiose che vorrebbero spaccare quanto te e ti danno contro a prescindere, senza impegnarsi nel loro lavoro. Si gioca sul fatto che, se una persona è debole si fa schiacciare dagli altri. Ma qui siamo tutti forti! Io sto facendo il mio e sto sudando da solo e non voglio regalare la mia arte alla prima persona che mi chiama. All’inizio sono cazzate, ma se non le affronti subito bene, diventano ostacoli.
Rally: A livello personale, escludendo la parte più concreta che ha spiegato perfettamente Ema, posso dirti che nella carriera di tutti ci sono spesso conflitti interiori. Io li ho subìti molto ed è sempre difficile mostrarlo, soprattutto oggi in Italia. Anche reggere il peso di dire che qualcosa non si sta concretizzando è tosta, ma ho sempre cercato di balzare questo ostacolo. È quello struggle che poi gli altri ti invidiano.
Lefty: Il bello è rendere tutto ciò parte del tuo racconto. Sbatterti di più per migliorare, senza fare del vittimismo. Paradossalmente ho più fame venendo da quel muro invisibile lì. Cerco di portare tutto davanti, in primo piano. Perché mi compongo anche delle difficoltà e delle cicatrici.
Oers: Dal lato della produzione, il mio muro invisibile è stato il fatto che all’interno della compagnia ero l’unico che inseguiva questa cosa, sebbene venissi spronato da loro. Sono diventato un po’ la matrice di me stesso. Incontrare Lefty e Rally mi ha poi permesso di crederci come non mai!

Alimentare le connessioni è un valore al di sopra e fuori dal tempo. Citando un pezzo di Ema con Uzi Lvke e Helmi, come si arriva a queste “Strade Unite”?
Emanuelino: Ti nomino proprio Uzi e Helmi per farti l’esempio. Noi in quel momento non avevamo fame – di più! Con loro non ho fatto una canzone: a loro voglio bene, punto! Conta molto il periodo in cui ti confronti con la gente e, soprattutto, come ti poni rispetto al dibattito. Devi comunque essere disposto a conoscere nella vita, perché se sei frenato su questo aspetto, ti blocchi. In Helmi e Uzi ho trovato dei ragazzi stupendi, fratelli che condividono i miei stessi valori. Ci siamo poi voluti conoscere ed è nato un rapporto vero. La musica e le nostre realtà ci hanno unito.
Lefty: Forse l’unico vero modo per connettersi è essere se stessi. Ma non solo nella musica, proprio nella vita.
Rally: Parlo per tutti e tre, e dico che noi abbiamo sempre avuto questa propensione, cioè quella di avere una motivazione per collaborare. Con Helmi, Uzi e Ema ricordo con piacere quel periodo. È stata una connessione spontanea e naturale, non dettata da fattori esterni. Lo stesso vale per il pezzo che ho fatto con Vincè, che già conoscevo da tempo. La connessione tra Ema e Helmi è quella che ha dato inizio a tutto. Un altro ragazzo a cui sono legato è Don Pietro: è di Palermo ed è un mio caro fratello. Siamo partiti da zero e il rapporto si è sviluppato in un modo tutto nostro. E questa cosa a me l’ha insegnata il rap! Quando da piccolo vedevo le connection tra persone di altre città, la musica diventava quasi il contorno.
Purtroppo, spesso sono gli altri a darti un’identità: a volte sono le persone che tentano di cucirti addosso la tua, prima che lo possa fare tu stesso
La vostra penna trasmette suggestioni cantautorali. Come sono entrate nelle vostre case, e c’è qualche riferimento contemporaneo?
Lefty: Purtroppo in casa nessuna. Ma proprio per questo la ricerca è stata ancora più stimolante, perché l’ho iniziata da solo e l’ho proseguita insieme a persone che ho incontrato negli anni. Se devo citare cantautori del passato, ti dico Dalla su tutti, Battisti e Rino Gaetano. Del presente dico Calcutta, Canova (quando erano assieme, prima che si dividessero), Giorgio Poi, e metto anche Marracash. Rispetto all’America, dove si può attingere ad un background rap, pop o jazz molto importante, in Italia questo tipo di cantautorato è un unicum.
Rally: Sì, ho avuto parecchie influenze in casa. Mio padre mi faceva vedere gli spettacoli di Gaber e di Jannacci, da vero milanese doc! Jovanotti è un altro che mi ha influenzato parecchio da bambino, quando non conoscevo ancora il rap. Da parte di mia mamma e di mia nonna, invece, ho imparato a conoscere ed apprezzare un sacco Battisti. De Andrè l’ho scoperto dopo. Quando sei piccolo non cogli le sfumature: quando poi incontri il rap, corri verso il rap. I rapper negli USA, come diceva bene Lefty, si ispirano al soul, al funk, all’R&B, generi che hanno una storia black. In Italia, quel tipo di cultura, ci è data dal cantautorato. Il cantautorato è lo street-rap del pop italiano. “Ho un flow da cantautore vestito da rapper”.
Emanuelino: Sicuramente sì, anche se io su questo mi sento un po’ meno esperto. Posso ascoltarmi per giorni la stessa canzone e poi svariare tantissimo. Ascolto più che altro persone o artisti che rispetto: così riesco ad immedesimarmi meglio in quello che vogliono dire. Cerco di prendere la loro verità, detta con il loro stile. Comunque, ho sempre ascoltato rap e ho sempre cercato pezzi old school americani e francesi. Ora magari ascolto anche il cantautorato, più per ricerca personale che altro. A parte questo, una volta non dovevi essere per forza un figo per fare musica, anche se avevi due denti in bocca e i capelli crespi, se spaccavi a cantare, beh, cantavi! Erano real. Il tipo che veniva dalla borgata di Roma, si metteva in piazza con la chitarra e ti raccontava i suoi problemi. In sintesi, ti dico che diventi più completo se sei in grado di cogliere le varietà per creare immagini e citazioni.
Oers: Rispetto a loro, ho vissuto meno il cantautorato. Sono stato “allattato” con la musica classica perché mia nonna suonava il pianoforte. Il mio preferito è Chopin. I nostri lavori sono un connubio tra le nostre adolescenze, è un continuo scambio di reference tra di noi. Credo che questa cosa si senta all’interno dei pezzi.
(Matteo Garini, durante la conversazione con Emanuelino, Rally, Lefty, Oers)

I grandi poeti ricorrono all’uso delle figure retoriche. Trovo che voi siate forti in quella dell’iperbole. Come siete riusciti a farlo diventare un vostro marchio di fabbrica?
Rally: Innanzitutto è figo che riconosci un marchio di fabbrica perché, in quanto emergenti, siamo ancora in evoluzione. Sicuramente è un flusso creativo che dipende dal contesto. L’iperbole poi… è proprio rap! Essendo un genere così diretto, vive di questo. Noi la usiamo quasi senza nemmeno pensarci, in modo naturale, e la usiamo anche per le cose più semplici. È davvero forte poter estremizzare una situazione quotidiana al punto da creare emozioni ed empatia!
Emanuelino: Lo ammetto, loro sono più colti di me. Se mi parli di figura retorica, sì, so cos’è, ma non le riconosco. Non conosco queste regole. Imparo ancora le barre ora, anche se scrivo da tantissimo. Sfrutto la mia naturalezza. Nel tempo sono cambiato, mi sono evoluto sia nella scrittura che nello stare in studio. I miei primi lavori erano quasi canzoni-sfogo, dove mi veniva da piangere mentre ci lavoravo. Ora riesco a stare in studio anche con venti persone, prima dovevo essere da solo. Semplicemente cercavo di raccontare la realtà ed il quartiere. L’esagerazione dell’iperbole voglio farla arrivare attraverso le parole, non con le cazzate!
Lefty: Si mette a servizio di quello che è la musica. Per me conta quello che ho ascoltato perché mi ha influenzato. Io sono cresciuto con i Dogo, e questo modo di scrivere credo arrivi da lì.
Siamo consapevoli della nostra posizione a livello di ascolti e non avevamo nemmeno la pretesa di uscire con l’opera più importante per la nostra carriera: è anche bello potersi dare il tempo di sbagliare
Le collaborazioni e il legame con Genova e il collettivo Genovarabe, testimonia un sentimento difficile da trovare in questa bolla odierna. Che similitudini ci sono tra Z4 e i vicoli genovesi?
Emanuelino: La connotazione di un quartiere cambia a seconda di come si pone rispetto al territorio. Oggi leggo che Milano è la città più pericolosa d’Italia, io non lo so: quando scendevo a Palermo c’erano i cartelli bucati dai proiettili… a Milano non ci sono! Quindi, a percezione mi sembra sia più pericolosa Palermo. Digressione a parte, direi, che persone con situazioni e valori uguali, si trovano e si vogliono bene. Sayf e Helmi mi dicono sempre che qui si sentono a casa. Questa accoglienza si vive molto da noi, in Zona 4.
Rally: Ci sono tantissime cose in comune, come in tutti i quartieri. Dopo la connection di cui parlavamo, i nostri primi lavori li abbiamo fatti con Giulio Cocco, quando abbiamo deciso di ripartire con i nostri progetti singoli qui in zona. Per il mio secondo singolo di questa nuova partenza, “Meridiana”, è stato Giulio a dirmi di fare il video a Genova e per la prima volta ho trascorso una giornata in città insieme a Helmi e gli altri. Questa per me è la similitudine più grande: questo senso di accoglienza, il sentirsi a proprio agio. Siamo stati insieme e ci siamo divertiti. Poi il bello di Zona 4 è che è frammentata: non c’è solo Zona 4. C’è Forlanini, Corvetto, 22 Marzo… e ognuno di questi micro-quartieri ha una propria vita. Sono spazi accoglienti e ci si trova un senso di comunità allo stesso tempo.
Per Hiedegger il “Dasein” è un concetto filosofico che indica il dover esserci. Dasein Sollen è il primo Ep di Rkomi e tu, Ema, con 4Z celebri tuo fratello Rkomi. Cos’è per voi identitario?
Emanuelino: Per quasi tutte le persone che non rappano, essere se stessi è facile. Per quelli che rappano sembra difficile, perché quasi tutti fanno finta! L’identità, per me, è riuscire ad essere me stesso al meglio possibile. Devo mica assomigliare ad un altro? Non sono un altro. Se rendi forte te stesso, hai automaticamente un’identità.
Rally: Sono d’accordissimo con Ema. L’identità, per citare Rkomi, a mio avviso, sono “Io in Terra”.
Lefty: A livello personale è difficile perché c’è di mezzo quello che tu pensi di essere e, purtroppo, spesso sono gli altri a darti un’identità: a volte sono le persone che tentano di cucirti addosso la tua, prima che lo possa fare tu stesso. L’esempio siamo noi da bambini, quando sei alla ricerca di chi vuoi essere. È inevitabile. Come dice Massimo Pericolo “Comprendere chi sei quando non sai chi essere”.
Uno dei significati più attribuiti alla parola “medley” è quello di “accozzaglia”. Con il tuo progetto omonimo, però, sei riuscito a ribaltarne completamente il significato. A quale brano di “Medley” sei più legato?
Emanuelino: “Medley” per me voleva dire miscuglio. È nato da persone che volevano aggiungere qualcosa di proprio. Il progetto doveva basarsi su “Tutto è possibile”, che è anche la traccia a cui sono più legato a livello di significato. A livello di valore invece è “Lucky”, con Simba La Rue.
“137” è un brano fortemente identitario, un inno alle tue radici. Lo vedi anche tu così? Com’è lavorare con Shune e Rocco Biazzi?
Emanuelino: Sì lo valuto anch’io così. Nel suo piccolo ha fatto il suo grande lavoro. Quando ragionavo a questa traccia con Shune, è venuta fuori la parola “inno”. Lo è forse diventato e mi auguro che possa acquistare ancora più valore con il trascorrere del tempo. Lavorare con Rocco e Shune è una bomba, stiamo da Dio assieme! Il rapporto è nato da una reciproca presa bene tra di noi, in modo naturale. Sono dei professionisti pazzeschi e, in primis, voglio bene a loro.
Io sto facendo il mio e sto sudando da solo e non voglio regalare la mia arte alla prima persona che mi chiama
La luce, secondo come filtra, fornisce uno sguardo diverso sulle cose. Che pensiero grafico c’è dietro questo progetto? Cos’è per Rally la “Luce”?
Rally: Il concetto di “Luce”, nella mia vita, è stato sempre presente. Oers mi ha fatto notare che questo concetto era ricorrente nei miei pezzi. Quindi, alla base c’è una consapevolezza. La luce, per me, è consapevolezza. Anzi, è ricerca di consapevolezza. È un bel viaggio perché esplora tante mie sfaccettature che non avevo esaminato in “ITM”. Dal punto di vista musicale è una consapevolezza anche del sound per esprimermi al meglio. Ringrazio Oers e sono grato di poter lavorare a tutti i miei brani insieme a lui. Non a caso, il brano che dà il titolo all’album, rappresenta tutto questo. Nella mia musica comunque ci sono sempre gli altri. Da poco abbiamo conosciuto anche Garelli, che è una mente pazzesca, sa spaziare su ogni cosa a livello sonoro. La ricerca personale si riflette anche sugli amici che mi circondano. Mi chiamo Rally per questo: perché vuol dire “raduno”.
A proposito di connessioni, Luce vede la collab di Guesan per “Giotto”. Il pittore ha introdotto il senso dello spazio con un nuovo tipo di prospettiva. Cosa rimanda in te la chiusura di un cerchio?
Rally: Guesan è un king. Mega props a Gues per aver partecipato a questo brano. Per me è un onore perché nel rap sono cresciuto con i suoi pezzi e con quelli del suo collettivo Wild Bandana. Sono felice di aver conosciuto una persona d’oro e felicissimo di averci collaborato perché, per me, è una delle penne più forti che abbiamo in Italia. Parlandone poi anche con Fohx Panamera, fondamentale per la connection è stato Chryverde che ha coprodotto il pezzo, e ha riarrangiato “Oro”. Per quanto riguarda la chiusura dei cerchi, sì, io ragiono così. Anche i singoli a cui sto lavorando sono tutti cerchi che si chiudono nella mia testa. A livello di copertina e di grafiche, l’idea è partita da me e Fabio ed il primo collegamento grafico per riprodurre la luce, è stato il sole. Al suo interno abbiamo inserito sempre una persona a me cara. Quella di “Oro” è una mia amica che si chiama Giulia e, per me, rappresenta la purezza. In “Giotto” c’è Giovanni Tinella, manager di Vincè e di Sossy, e l’ho scelto perché, legandomi sempre al significato di purezza, le realtà in cui viviamo sono condivise. Ho sempre visto Giò come una persona che è rimasta pura, e a cui voglio molto bene. In “Ogni Mattina”, invece, quel bimbo è un mio cuginetto e l’ho immaginato come il me da piccolo. Per me il cerchio è un senso di equilibrio che si crea e finisce. E viene riportato all’interno dei nostri quartieri di appartenenza. Convivendoci, si può espandere e può portarti verso la luce.
Le bende simboleggiano la guarigione, ma coprono anche le ferite. Questo è il titolo del tuo brano con Nerone tratto da “Battesimo”. Quali sono le ferite ancora aperte di Lefty e come nasce questo lavoro con Nerone?
Lefty: Credo che, per quanto uno possa metaforicamente porre delle bende, l’intento rimanga sempre quello di non nascondere il proprio vissuto. Tutto rimane aperto, per quanto mi riguarda. Ciò che rimane aperto è l’insieme delle cose che ti segnano, che è giusto che rimangano lì in superficie. Le bende servono solamente a far si che le cicatrici non continuino a bruciare come bruciano all’inizio. Forse è stato uno dei primi pezzi, ancor prima di proporlo a Max. Forse ci siamo resi conto dopo, che è anche uno dei fili conduttori di questo progetto. La collaborazione è nata perché ci sembrava adatto per lui. Citando io stesso la città di Milano, mi sembrava figo fare un tributo ad un rapper che ha parlato di questa città. Nel ritornello scrivo anche di conservare dello spazio per ricevere questi tagli, su cui verranno messe le bende. Sono parte necessaria del nostro percorso.
Da un brano come “Karma” ad un progetto come “Battesimo”, che racconto c’è da parte di Lefty?
Lefty: Non credo nel karma. In teoria il karma rappresenterebbe quello che ti accade nella vita successiva. Come brano mi rappresenta ancora, quella che è cambiata è la mia vita da quel momento. Soprattutto per come abbiamo preso seriamente il nostro fare musica. Ci siamo poi ritrovati al “Le Park”, qui a Milano, in una sessione di due mesi: in poco più di venti giorni avevamo chiuso il progetto. Super props a Adma, Riva Undici per le produzioni, a Gae per il lavoro grafico incredibile e Wizer per averci messo tutto se stesso. Il concetto fondamentale a mio avviso lo rappresenta il “come tutti”. A testimoniare il fatto che siamo tutti sulla stessa barca, nonostante noi ci consideriamo artisti. Siamo consapevoli della nostra posizione a livello di ascolti e non avevamo nemmeno la pretesa di uscire con l’opera più importante per la nostra carriera. È il mio primo progetto ufficiale, ed è anche bello potersi dare il tempo di sbagliare. Mantiene la sua anima e continua a suonarmi bene come album. Il titolo poi viene da Rally, ed è il secondo pezzo in tracklist. Battesimo non in senso cristiano, ma legato al concetto di “prima volta”. È la mia prima volta che mi immergo in quest’acqua, resa al meglio all’interno della cover con il drago verde, simbolo di Milano. Un battesimo sia urbano che sonoro.
Quale sarà il vostro “Scudetto” per i prossimi 10 anni?
Emanuelino: Non so quale dev’essere, ma so come dev’essere. D’oro. Dallo scudetto di fango allo scudetto d’oro.
Rally: Semplicemente vorrei essere soddisfatto del percorso che starò facendo e vorrei mantenere lo stesso fuoco con nuove ispirazioni. Il mio scudetto più grande sarebbe poter vivere di musica.
Lefty: Mantenere questo tipo di impegno con la mia arte, e riuscire a fare un mio ed un nostro live in una bella location qui a Milano.
Oers: Banalmente ti dico la possibilità di continuare a produrre la mia musica. Svegliarmi ed essere grato di aver raggiunto questo traguardo.