Subito un disclaimer: personalmente, ho un amore incondizionato per Nitro. Al di là della musica (sempre consistente) e del rap (oggettivamente di alto livello tecnico in tutta una serie di aspetti), l’ho sempre trovato un personaggio incredibilmente vero, incredibilmente onesto. Non si è mai fatto problemi a mettere in piazza i suoi incubi e le sue nevrosi, ma al tempo stesso lo ha sempre fatto con un twist profondamente intriso di amore e rispetto verso la cultura hip hop più autentica, lavorando come un matto ed esponendosi del tutto a costo di farsi (metaforicamente) del male. In un mondo, quello del rap italiano e in generale quello dell’industria musicale nostrana, dove ormai è una gara a chi si espone di meno e a chi ha il management e/o l’etichetta che lo gestisce meglio centellinando le mosse, Nitro è una cazzo di meravigliosa eccezione. Il suo album appena uscito, intitolato guarda un po’ “Incubi”, ne è l’ennesima indiscutibile riconferma.
Il paradosso è che tutta questa stima nei suoi confronti non è nata da una frequentazione personale, dall’amicizia che “sporca” un asciutto giudizio giornalistico: no, questa che qui potete leggere è la prima volta che abbiamo avuto l’occasione di parlare con un po’ di calma l’uno con l’altro. Cosa pensi Nitro di me, non lo so (e non che importi granché al lettore); ma il bene che penso io di Nitro e della sua figura ne è uscito ancora una volta rafforzato, e spero ci sia un effetto simile per chi legge. Averne, di artisti nella nostra scena così onesti, così sinceri – onesti verso se stessi, e verso la cultura che praticano e che rappresentano.
Perdonami Nicola, ma partirò con una domanda che fa molto Marzullo però, forse, è anche un po’ sensata, almeno per contestualizzare un po’ di cose. Ovvero: ma tu, nel mondo del rap, sei il più giovane dei vecchi o il più vecchio dei giovani?
Questa in realtà è un’ottima domanda. Diciamo che sono il “MIDDLE CHILD” di cui parla J Cole: quello troppo grande per i piccoli, troppo piccolo per i grandi (sorride, ndi). Comunque sì, questa è un po’ la mia croce ma anche un po’ una benedizione, e vale un po’ per tutti quelli della mia generazione, che stiamo un po’ a metà tra vecchia e nuova scuola: possiamo essere né carne né pesce, ma possiamo anche essere un punto di riferimento sia per i più giovani che per i più vecchi. Dipende tutto da che parte la si vede, da come ragioni… Una cosa penso sia importante: fare un grande lavoro di consapevolezza su se stessi, e agire di conseguenza.
Tu comunque ti senti un punto di riferimento, per una parte di pubblico? Una guida, insomma? Senti questo tipo di responsabilità?
Sì, sento di essere una guida per qualcuno. Ma anche io, a mia volta, ho avuto tante guide, quando ero più giovane; ma non per questo ho seguito pedissequamente quello che loro dicevano o facevano.
Che tipo di guida sei? Verso dove porti?
Non so. A me piacerebbe solo essere la dimostrazione che un’alternativa è possibile. Ovvero che si può fare musica senza scendere a compromessi, e che se ci sono – e ci sono – sia i progetti che ti riempiono il portafoglio e quelli che ti riempiono il cuore, beh, devi saperli riconoscere tutti e due, e sta a te decidere quale vuoi scegliere.
Anche a costo di odiare il rap? Perché una delle tracce che trovo più belle e di spessore di “Incubi” è, guarda un po’, proprio “Odio il rap”… Traccia che condivido praticamente in tutto e per tutto, nel grido d’allarme che lancia. Che sta succedendo, nella scena?
È esattamente come quando nel calcio entrano troppo persone che del calcio, del giocare a pallone, non gliene frega un cazzo.
I procuratori, i faccendieri, i social media manager…
Esatto. Il problema è che oggi gli artisti stendono il tappeto rosso a questo tipo di personaggi. Sai perché? Perché vogliono essere gli ingranaggi di una macchina che funziona. Invece di voler essere – come in passato, come era il rap quando avevo iniziato io – l’ingranaggio che blocca il meccanismo.
Ma ad un certo punto bloccare il meccanismo inizia ad avere dei costi insostenibili, per l’artista. Cioè, per capirci, facendo un esempio terra terra: questa intervista la stiamo facendo in Sony, è stata organizzata dalla tua ufficio stampa che è molto brava, se tu la facessi mandare a monte più che penalizzare la Sony penalizzeresti lei e il suo lavoro, e lei di sicuro non se lo merita. Giusto per fare un esempio.
Vedi, “Odio il rap” se non avesse l’ultima frase che ha, quella in cui dice che è tutto è anche colpa mia, sarebbe solo l’ennesimo sproloquio di un vecchio scorreggione. E invece no: non mi metto in una posizione esterna, di superiorità. No: ci sono di mezzo pure io. Pure io ho fatto i miei errori. Se certe cose le dico e se di certe cose parlo, è perché voglio trasmettere il bisogno di capire, di progredire, di fare qualcosa. E poi ancora, volevo mettere in luce una contraddizione che c’è nel nostro mondo rap: siamo tutti qua a dire che siamo dei self made men, che ci siamo fatti da soli, bla bla bla, però se poi per caso le cose vanno male eccoci pronti a dare la colpa alla casa discografica di turno. Ah sì? Troppo comodo fare le veci di una cosa, e poi quando tutto si complica sconfessare completamente quello di cui ti vantavi… Le case discografiche fanno il loro lavoro: facendo il loro lavoro, ti possono anche consentire di acquisire delle risorse che tu poi puoi usare per delle idee che per te valgono davvero. Sta a te. Sei tu che devi decidere da che parte stare.
(Ecco “Incubi” da che parte sta; continua sotto)
Ci sono stati dei momenti in cui, col senno di poi, ti sei reso conto di aver fatto delle scelte sbagliate, preso delle posizioni sbagliate?
Sì. Probabilmente sì. Sicuramente ce ne sono state. Ma non mi voglio rimproverare troppo: perché di una cosa sono sicuro, le mie intenzioni sono sempre state nella direzione giusta… Sai cosa mi ha affascinato all’inizio del rap? Che era una musica e una cultura di contraddizioni; era “peace, love, unity and having fun” ed al tempo stesso era insulti e competizione. Ma questa contraddizione era un propellente per creare aggregazione, comunità, passione attorno a quello che si faceva, capisci? Quindi sì, avrò sicuramente fatto qua e là delle scelte sbagliate, ma le mie intenzioni sono sempre state super pure.
E le intenzioni su questo “Incubi”?
Musicalmente?
Sì.
Era di far capire che puoi fare un pezzo che sembra Eclipse, uno Pusha T, uno Travis Scott, ma se tu hai personalità e segui un filone narrativo ben preciso puoi comunque fare un lavoro compatto, solido. Questo ero uno degli sfizi che mi volevo togliere. Un altro, ma volendo è legato a quanto ti ho appena detto, è dimostrare quanto io sia un unicum nella scena italiana: sono forse l’unico che può mettere insieme nello stesso disco Tormento, Salmo, Niky Savage, 22Simba, Silent Bob, Nerone. Ci sono quattro generazioni in questo disco, capisci? C’è quella di Tormento, che è old school; c’è quella di Salmo, che è quella prima della mia; c’è quella di Nerone, che è la mia. E poi ci sono i più giovani. Non è una lista di ospiti che è stata fatta pensando a chi erano quelli più in hype… Zero. Ma nemmeno volevo solo fare un disco con ospiti che erano solo ed unicamente miti dell’underground più duro e puro. Io posso stare con gli uni e con gli altri, coi nuovi e coi caposaldi, posso stare negli ambiti più diversi, ma la mia sfida è quella di restare credibile sempre e comunque. E penso, onestamente, di riuscirci.
Tra l’altro ci riesci con pezzi particolari come “Elon Musk”, che è un po’ la tua personalissima “War Pigs” dei Black Sabbath, non propriamente una canzone urban e r’n’b.
Eh, prima o poi mi piacerebbe fare tutto un album così, un po’ nu metal. Perché il nu metal per me è uno dei generi più fighi mai esistiti nella storia. Come il trip hop.
Cazzo, fermo lì: io amo il trip hop. Tra l’altro, sia nu metal che trip hop sono considerati nel 2025 dei generi superati, fuori luogo, fuori tempo, un po’ da sfigati…
“Luci blu”, la mia prima produzione ufficiale insieme a Low Kidd, è nata perché io stavo ascoltando un sacco i Portishead. Ma tipo per quattro giorni di fila, eh: ascoltavo solo loro. E un po’ i Propellerheads, che è una roba un po’ più breakbeat, più alla Prodigy…
…ma sempre di musica inglese fighissima oggi considerata non cool stiamo parlando.
Già. “Luci blu” è nata così: ho preso un beat di Low Kidd che andava a 110 e l’ho portato ad 80 bpm, mettendoci sopra quelle sorta di dolcezza sordida e sporca, lurida e sinuosa, che era tipica del miglior trip hop.
Non potevi descriverlo meglio, il miglior trip hop.
Per me resta una dei picchi più alti della storia musicale degli ultimi decenni, il trip hop.
Pensa che io volevo portarlo su Aelle, all’epoca, ma in redazione c’era resistenza,
Eh.
(“Luci blu”; continua sotto)
In generale, come descriveresti musicalmente “Incubi”?
La cosa bella è che tutti i produttori coinvolti sono nel disco non perché dovevano fare una cosa per Nitro, no, ma perché volevo che facessero una cosa con Nitro. Vale per Low Kidd, che è ovviamente la presenza più forte, ma vale anche per Cripo, Mr. Monkey che è veramente bravissimo, Mike Defunto con cui avevo già lavorato, Dona che pure con lui avevo già lavorato ed è stato la chiave per far venire fuori “Elon Musk” così come è venuta fuori… Con ogni singolo producer è stato davvero un lavoro d’assieme, in cui ci siamo messi in due a scambiarci idee ed a capire quale era la cosa più giusta da fare. Ed è capitato di prendere spunto dalle cose che ci sono in giro oggi e che troviamo le più forti, ma anche appunto da cose del passato che magari oggi non si fila quasi nessuno, ma che per noi personalmente sono ancora maledettamente fighe – e lì la sfida diventa riattualizzarle. Una cosa te la posso dire di sicuro.
Quale?
Non c’è stato nulla di programmato. Nulla. Non c’è mai stato il pezzo su cui abbiamo lavorato pensando “Ecco, questo deve essere il singolo”, o “Questo deve piacere a quel tipo di pubblico lì”: zero, niente di tutto questo. Per me questo tipo di libertà è il prerequisito necessario per poi essere bravo creativamente. Sapere che puoi fare quello vuoi: ecco, questo è il punto.
(Nitro, ritratto da Asia Michelazzo; continua sotto)

Ma ti sei divertito a fare questo album?
Andavo in studio ogni giorno per portarlo avanti, ed ero contento di farlo, anche più di altre volte: quindi, la risposta è sì. Ma sai perché: perché “Incubi” mi ha in qualche modo reinsegnato a scrivere.
Cioè?
Guarda che non è una frase che ti dico a cuor leggero, visto che penso di poter dire che la mia penna è sempre stata piuttosto precisa. Però in passato mi facevo ogni tanto limitare dall’insicurezza, dalla paura di non riuscire a fare abbastanza, di non aver tirato ancora fuori il meglio… Ad un certo punto però mi sono fatto un discorso, ed è un discorso che da adesso in avanti ripeterei a tutti i miei colleghi che entrano in studio: “Tu ascolti il rap da sempre, ci vivi dentro da sempre. Quindi vuol dire che il tuo cervello si è abituato a ragionare e ad esprimersi proprio in termini di rap. Lo fa quando dormi, lo fa quando sei in viaggio e leggi i cartelli in autostrada come fossero strofe e ci fai le rime multisillabiche. Quindi cazzo: smettila di voler insistere ad insegnare al tuo cervello una cosa che già da anni sta facendo lui da solo per i fatti suoi”. Pensa agli uccelli: non volano pensando ogni volta “Ah, cazzo, sto volando, che roba”. No, nel momento in cui imparano a farlo volano e basta, per loro è normale, è naturale, punto. Questo però attenzione non significa fare le robe alla cazzo. Se la tua intenzione è fare dello storytelling, devi stare lì con la carta e la penna, sbatterci la testa, prenderti il tuo tempo. Però se ci metti troppo impegno nel pensare a come migliorare le cose, il rischio è che ti rallenti da solo, ti complichi la vita da solo – inutilmente. Spendi energie lì dove in realtà non ce ne sarebbe bisogno.
Ci sta.
Non dobbiamo mai dimenticarci che questa roba qui è un gioco, l’arte è un gioco, un artista è realmente forte soprattutto quando riesce – lui che è adulto – a ritrovare una spontaneità che aveva quando era bambino, pur mettendoci i pensieri e la consapevolezza che ha maturato da adulto… Poi chiaro: la gente deve saper ascoltare.
Cioè?
Se ascolti la mia roba in modo superficiale, coglierai solo la rima che cade sul rullante, perché nell’hip hip quella è la rima principale, quella che cattura l’attenzione; ma dietro a questa rima ci sono tante cose, ci sono costruzioni anche molto complesse. Credo che in questo disco ci siano molte miniature veramente belle.
Siamo un po’ contagiati tutti dall’ascolto superficiale. Io per primo. Tipo, penso anche all’ascolto superficiale e un po’ sensazionalista, quello da portineria. Esempio concreto: “Incubi”. Ammetto che la prima cosa che ho pensato, ascoltando la traccia, è stata “Mmmmh, ‘anvedi, ma con chi ce l’avrà…”.
Cioè a chi è riferito quel pezzo?
(Eh, a chi è riferito tutto questo? Continua sotto)
Già. Ma non te lo chiederò qui. Perché, appena c’ho pensato un attimo più lucidamente, ho capito che non mi interessa. E anzi, mi vergogno un po’ all’inizio di esser caduto nel tranello del gossip, del ragionare in modo gossiparo, come ormai fanno tutti, perché è un meccanismo di engagement che funziona sempre alla grande. Anzi, funziona ora molto ma molto più di un tempo, magari grazie al fatto che parecchio ora si svolge attraverso i social, e i social vogliono sempre la via più breve e più efficace per catturare la nostra attenzione, anche a costo di avvelenare i pozzi. E di buttarla sul gossip, non sulle cose che dovrebbero fare la differenza davvero.
Sì, può essere. Ma la verità è che in “Incubi”, te l’assicuro, non pensavo ad una persona precisa. Anzi, per certi versi “Incubi” parla anche di me. Di alcuni momenti che posso aver passato. Il successo ti può annebbiare la testa: può farti credere, in determinati frangenti, il contrario di quello in cui hai creduto sino a ieri.
Verissimo.
Non ce l’ho insomma con una persona particolare, in “Incubi”; ce l’ho semmai con una situazione, in cui tutti possiamo cadere. E ci possiamo cadere ancora più facilmente oggi, visto che si è sempre più spesso ridotta una cultura a un mero modo per fare soldi ed ottenere la fama, fregandosene di portare un messaggio. Beh, sai cosa: si possono fare i soldi anche portando un messaggio. Pensa te! “Incubi” è un po’ un messaggio da fratellone maggiore, quello che ti dice “Ehi, attento, non è tutto oro quel che luccica”. Detto questo, io non giudico nessuno. Non voglio giudicare nessuno. Ma se penso a me, so che se avessi avuto accanto persone che mi dicevano solo ed unicamente “Guarda che tu del rap non capisci un cazzo”, mi sarei fermato, mi sarei arenato, le persone che invece mi hanno guidato un po’ per mano dandomi degli esempi invece di pensare solo a cazziarmi sono state fondamentali per farmi andare avanti, e farmi andare avanti bene. Oggi voglio ricambiare. Oggi voglio essere io una di quelle persone, con le generazioni più giovani. Non un professore che bacchetta e fa la morale, ma un fratello maggiore che capisce.
Però sempre col tuo piglio feroce, arrabbiato. C’è comunque tanta rabbia, nel tuo rap. Da sempre.
In un mondo come quello di adesso, se sei un minimo intelligente come fai a non essere anche arrabbiato? Senza contare che la rabbia è anche uno dei modi che uso per esprimere amore… Sono fatto così, e credo sinceramente che non cambierò. Anche perché l’altro giorno ho visto un filmato di Kaos che sale sul palco, s’attacca al microfono e cazzo, con la sua voce ti apre l’anima, capisci? Ancora oggi. Questa è l’eternità della musica. Sai, quando ho iniziato a salire sul palco, ai concerti avevo di fronte persona più adulte di me; poi, qualche anno dopo, ho iniziato ad avere di fronte dei coetanei; oggi, sono spesso delle persone molto più giovani di me. Me lo sono posto il problema, sai? Me lo sono chiesto – “Ma questi mi vedranno come un vecchio signore esagitato che sbraita sul palco? Non è che gli posso sembrare un po’ ridicolo?”
Ecco. E la risposta?
La risposta è: magari sì. Ma chi se ne frega: perché se mi girano le balle, avrò i miei motivi. E li ho. Ce ne sono. Ancora oggi. Parecchi.