Frequento il C2C Festival da quando era ancora un evento itinerante, che si svolgeva tra i vari club cittadini. Con un biglietto relativamente economico, potevi saltare da un bus all’altro, rincorrere la notte e ballare facendo un inaspettato tour di Torino fino all’alba. È stato il mio benvenuto a quella che era una città il cui cuore pulsava in quattro quarti.
Diciassette anni dopo tutto è cambiato: alcuni di quei club non esistono più, sostituiti da nuovi ristorantini frequentati dai cabinotti (i fighetti torinesi), i Murazzi sono stati sostituiti da susherie brasiliane e da locali che promuovono la foodification, e i cessi di Giancarlo sono finiti sotto teca, come fossero un reperto archeologico da mettere in mostra a un pubblico generalista che va a ballare la musica commerciale, senza cosienza della storia che è stata scritta sotto i loro stessi piedi.
Anche Sergio Ricciardone non c’è più.

Ovvero, colui che aveva visto la vera anima della sua città e aveva capito che la soluzione a tutti quelli che la dipingevano come una città dormitorio era quella di renderla un punto di incontro internazionale per gli appassionati di musica elettronica prima, e di avant-pop dopo. Ha creato una scena, l’ha consolidata, e poi l’ha trasformata nel corso dei decenni.
Possiamo dire che lui è riuscito a prendere il termine avant-pop, ai tempi davvero ancora poco utilizzato, e renderlo personale ed influente, inserendolo nel cartellone del C2C festival (fin da subito punto di incontro degli amanti del clubbing), in modo sempre più predominante, anche sgomitando contro chi diceva “Eh ma dov’è la cassa dritta?“.
Con ostinata determinazione ha reso il festival ciò che è oggi: un evento che, pur tenendo conto dei capisaldi su cui è stato costruito, si proietta verso il futuro. Arca, il primo live di Liberato, King Krule, Caroline Polacheck: sono solo pochi dei nomi che negli ultimi anni hanno calcato i palchi del Lingotto, ormai centro nevralgico delle due serate principali del weekend definito “il più caldo dell’inverno torinese”. E sono nomi che parlano chiaro, in quanto a cambio ed ampiezza di direzione.
C2C Festival è sempre stato croce e delizia degli amanti della musica, che per settimane si preparano per una vera e propria maratona negli spazi post industriali di una periferia che vive ancora del ricordo della FIAT. Gli spazi del Lingotto Fiere sono allo stesso tempo familiari e accoglienti, escludenti e vuoti. Amore e odio, salotto borghese e classe operaia, arte e rivoluzione: in questo festival si respirano tutte le contraddizioni che si respirano nella capitale del Piemonte. Forse per questo ci si torna sempre: perché C2C festival è come Torino, ti fa soffrire, ti mette a dura prova, ma allo stesso tempo ti scuote dentro e ti fa sentire vivo.
Gli spazi del Lingotto Fiere sono allo stesso tempo familiari e accoglienti, escludenti e vuoti. Amore e odio, salotto borghese e classe operaia, arte e rivoluzione: in questo festival si respirano tutte le contraddizioni che si respirano nella capitale del Piemonte
E se la notte torinese è fatta per ballare, la sera è fatta per sognare. Quest’anno ho voluto abbracciare la visione avant-pop di Ricciardone e ho deciso di andare presto, per approfondire la direzione sperimentale e avantguard così ben costruita e coscientemente inseguita nelle varie edizioni.
E forse quest’anno, più degli altri, il per sempre direttore artistico del festival sarebbe stato soddisfatto nel vedere che la sua impresa di ampliare le vedute del suo pubblico sia compiuta, compiuta davvero.
Perché solo chi ha una visione azzardata, quasi incosciente, può affiancare Annahstasia ai Model/Actriz e far sì che tutto abbia una linea coerente.
Cominciamo da qui a raccontare l’edizione 2025: dal silenzio religioso che permeava il main stage alle 19 quando Annahstasia, seduta su un palco enorme, accompagnata solo dalla sua chitarra acustica, ci ha regalato uno dei momenti più belli della storia del festival. Un live sentito, emozionato, coinvolgente, di una purezza infinita. Chi seduto a terra, chi in piedi, tutti abbiamo cantato insieme a lei “‘Cause I get lonely and I know you get lonely too, can I be lonely here with you?”, commuovendoci. Per un’ora il tempo si è fermato, ci si è dimenticati di essere dentro uno spazio enorme dove fino a qualche ora prima si è ballato, e, semplicemente, abbiamo ascoltato, rapiti, una voce. Penso che l’intensità di questo concerto, un momento di assoluto raccoglimento, sia uno degli omaggi migliori che si potessero regalare a Ricciardone.
I Model/Actriz subito dopo ci ricordano che le fratture sonore e visive, l’eccentricità, lo stravolgimento degli schemi sono le linee espressive con cui la nuova direzione del festival si è imposta nella scena internazionale. Yves Tumor due anni fa ha aperto la strada affinché loro potessero salire su questo stesso palco, e portare all’estremo la performance.
E mentre i Model/Actriz facevano impazzire il pubblico, nello Stone Island Stage Florence Sinclair ci regalava un altro momento estatico. Un rap emozionante, intimo ma anche sociale, che viene dal cuore, supportato da un violino. Un’altra contraddizione su un palco che, solitamente, accoglie i fanatici dei suoni più spinti. Anche in questo caso, quello che ha stupito di più è stata la religiosa attenzione con cui il pubblico h accolto il live.
Ecco2k invece ha portato l’avanguardia (e un traliccio su cui fare arrampicata): si conferma uno degli act più interessanti di questa edizione. Nourished by Time ci ricorda che in questa edizione la presenza di artisti black è importante, ma ci fa anche sapere che l’Italia è ancora un Paese fortemente razzista. Il suo è un set scanzonato, divertente, ci fa ritrovare la dimensione del divertimento senza la performatività, e ci fa dimenticare la fatica provata la sera precedente.
E qui è necessario parlare dell’elefante nella stanza.
Il live di Iosonouncane e Daniela Pes: il più acclamato e nominato, atteso così tanto da mandare sold out il venerdì fin da subito. Ma, onestamente, non all’altezza delle aspettative. È stato come una costante attesa che succedesse quella magia che i due artisti insieme possono dare, ma è risultato alla fine una sorta di sessione di prova, dove non emergono né le singole personalità né un concetto vero e proprio che stia alla base della performance. Non si può dire che abbiano suonato male, ma la sensazione è stata di smarrimento. Non abbiamo avuto la percezione di entrare nei mondi che loro, singolarmente, riescono a creare così bene.
A essere cattivi, si direbbe che sia stata solo una costruzione ad hoc, non troppo pensata per avere una progettualità, per questa esclusiva. Vogliamo davvero sperare che non sia così.
La sensazione generale è stata di vedere assolti compiti fatti bene, ma in un costante “aspettarsi qualcosa che non arriva”. Una attesa a tratti snervante, senza possibilità di sfogo. Fortunatamente, il sabato ha spazzato via questa sensazione, regalandoci ottimi act di impatto
Anche Saya Grey, potenzialmente incredibile live, è stata schiacciata da evidenti problemi di suono di cui il main stage soffre quando non si tratta di djset, ma di band. La batteria sovrastava e soffocava la sua voce, che è molto delicata. Anche di fronte al mixer il suono arrivava impastato. Così come per Blood Orange: maestria e tecnica impeccabili, purtroppo penalizzate dalla qualità dei suoni. Molta bravura, ma poca emozione.
Così poca che ho passato tutto il tempo a pensare “Magari al Primavera, all’aperto, seduta sulla collinetta con una birra al tramonto sarà meglio, sarò più rilassata, me lo godrò di più”.
Ve lo dirò, in caso.
La sensazione generale è stata di vedere assolti compiti fatti bene, ma in un costante “aspettarsi qualcosa che non arriva”. Una attesa a tratti snervante, senza possibilità di sfogo. Fortunatamente, il sabato ha spazzato via questa sensazione, regalandoci ottimi act di impatto.
E qui, l’altro elefante nella stanza che è necessario guardare: un festival così longevo non può reggersi solo su una line-up di eccezione, senza prendere in considerazione le ampie aree di miglioramento che ancora oggi persistono. Stare al Lingotto più di 5 ore è oggettivamente faticoso: non ci sono zone chill dove sedersi, non c’è modo di avere un momento di relax. Anche la zona food è all’esterno, e quest’anno è andata bene, ma due anni fa con pioggia torrenziale e freddo glaciale sfido chiunque dei presenti in outfit da festival a stare più di 15 minuti senza soffrire.
A fronte di un sold out il cibo non può esaurire alle 21.00, così come pochi baristi per bar non riescono a contenere più di 5000 persone che vogliono bere.
Le code sono lunghissime, ma d’altronde anni fa c’era chi aveva rinominato il festival CodatoCoda.
Tutto ciò trasforma l’esperienza, che dovrebbe essere di distacco dalla realtà, in una molto più prosaica prova di resistenza.
Se, come giustamente è impostato ora, il pubblico può rimanere dalle 17.30 alle 5.30 del mattino, è necessario fare in modo che la vita all’interno dello spazio festival sia confortevole, in qualche modo. Se, come si prospetta, saranno sempre di più i live con artiste e band, forse sarebbe bene pensare agli spazi anche per poter decomprimere: i corridoi con le installazioni di discoball sono lo spot perfetto per selfie e storie di Instagram, ma sarebbero perfetti anche come zone di relax tra un palco e l’altro (…non entro nei meriti di effettiva agibilità su questo: lascio l’onore ad architetti, geometri, certificatori. Ma non posso non parlare da utenza, da spettatrice, da appassionasta).

I bus sostitutivi della metro (che, per la poca lungimiranza torinese, chiude troppo presto) ci sono, ma non riescono a sostenere la domanda di un pubblico sempre maggiore, così come i taxi, che, ahimè, sono inutili: troppo pochi, troppe richieste, il 31 ottobre il sistema è andato in tilt anche a causa delle feste di Halloween sparse per la città. So che è un problema che va oltre il festival, ma si potrebbero porre le basi per creare un sistema di navette in collaborazione con il festival che coprano almeno un paio di punti nevralgici della città.
Bonus: hanno finalmente posizionato una fontanella d’acqua per poter riempire gratuitamente le bottigliette, un piccolo passo avanti per il festival, un’enorme conquista per il benessere del suo pubblico.
Penso che parlare in modo oggettivo di questi punti serva per poter mettere in atto quel percorso utile a migliorare di anno in anno la qualità, soprattutto se il calibro dell’evento è quello di essere un punto di riferimento internazionale. Se si gioca nel campionato dei grandi, come C2C festival sta facendo, si deve essere pronti ad accogliere anche i punti di debolezza e lavorarci, con la stessa caparbietà che ha creato e sostenuto il festival, per continuare a crescere.
Tornando a quello che è C2C oggi, al suo ventitreesimo anno di età, quello che possiamo dire è che ancora a Torino c’è fame di musica, voglia di ballare, e per fortuna, voglia di portare avanti un’eredità che nel corso degli anni ha creato un pubblico affezionato e pronto ad accogliere ogni evoluzione. E questa è la memoria di Ricciardone: continuare a ricordarci che a Torino pulsa un cuore notturno, che ha vissuto e vuole vivere di questo. Non dobbiamo dimenticarcelo.
Se si gioca nel campionato dei grandi, come C2C festival sta facendo, si deve essere pronti ad accogliere anche i punti di debolezza e lavorarci, con la stessa caparbietà che ha creato e sostenuto il festival, per continuare a crescere
Il C2C Festival mi ha insegnato che i nomi cambiano e va bene così, così come le forme e le direzioni, anche se creano apparenti fratture; che la consuetudine non deve diventare abitudine; e che il pubblico, quando fidelizzato, può essere guidato fino alle stelle, e oltre.
C’è ancora tanto lavoro di convincimento da fare, soprattutto su chi ancora pensa al clubbing in modo performativo e presenzialista, o su chi non accoglie il cambiamento, perché assuefatto a quella pigra abitudine di non cambiare prospettiva. Sono questioni intrinseche a qualsiasi tipo di evento. Però l’invito e l’auspicio ogni volta è proprio quello che si torni sempre a casa con qualcosa di nuovo da ascoltare, con una chicca da raccontare, con un nuovo artista che è entrato nel cuore – per rimanerci. Che si torni a casa con una nuova consuetudine da portare avanti, ecco: anche se le cose cambiano, le persone non ci sono più, le certezze svaniscono e forse il domani non sarà più come prima. Anche se non è più correre da club a club, C2C Festival sarà sempre storia e futuro di una città, e memoria di chi lo ha costruito.
C2C festival è come Torino, ti fa soffrire, ti mette a dura prova, ma allo stesso tempo ti scuote dentro e ti fa sentire vivo
Ci sono tanti meme, legati al C2C Festival, tra cui il punto interrogativo che sappiamo ormai essere sempre Kode9, o la sicurezza che il festival si svolga sempre nel weekend più piovoso dell’anno.
Quest’anno il cielo ci ha graziato, la temperatura era mite, non è scesa una goccia.
Penso che Ricciardone, ovunque sia, abbia voluto stravolgere le nostre certezze anche stavolta.