Quando Damir mi ha chiesto di pensare a una lista di 10 dischi internazionali usciti l’anno scorso, un articolo-gemello rispetto al suo sui dischi italiani, mi si è raggelato il sangue: avevo già glissato sulle mie solite polemichette sulle classifiche di fine anno, tutte sempre più uguali l’una all’altra, in cui album acclamati come capolavori nei mesi scompaiono nelle sempre più lunghe liste di dischi a dicembre, tutte modellate su quello che è giusto venga scritto.
Invece qui la questione è diversa, qui si guarda l’attitudine e non la posizione in classifica, e meno male, mi dico, perché i miei ascolti del 2025 sono stati caotici, di pancia e spesso al di fuori dei binari degli ascolti di cui si è parlato in abbondanza.
Quest’anno porta con sé strascichi sociali e politici che possono essere definiti soltanto come orrendi, e vorrei che ripartissimo dalla musica come il centro di dissidenza, di riflessione, di speranza e di ardore. Questa lista parte proprio da qui: persone che alzano la voce, portano messaggi, raccontano identità e storie personali che smantellino punti di riferimento strutturati, ci distolgano dall’ego e dall’autoreferenzialità per darci prospettive alternative, un po’ su tutto.
***
Bad Bunny – Debí tirar más fotos
Stando agli avvenimenti mondiali di questi primi giorni di gennaio 2026, quello di Bad Bunny è un disco necessario. Uscito esattamente un anno fa, più che musica come divertimento è uno statemen sociale e politico: dalla sua uscita in poi, Bad Bunny ha fatto un tour mondiale evitando il Nord America, è stato chiamato a esibirsi all’half time del Superbowl e ha dichiarato “Avete quattro mesi per imparare lo spagnolo”, ribaltando una cartina geografica anglocentrica e dando voce alle comunità latine. Oggi, ancora più di un anno fa, che ti piaccia o meno la sua musica, questo è un disco imprescindibile per comprendere cosa sta succedendo intorno a noi.
***
Maruja – Pain to Power
Quando Shabaka annunciò la fine dei Sons of Kemet io rimasi orfana di quel nu-jazz che univa alla musica un forte messaggio sociale. Per fortuna sono arrivati i Maruja.
Questo disco ti sbatte la realtà in faccia in modo impietoso: è feroce e spiazzante, racconta del contemporaneo con elegante rabbia. È esattamente quello che desidero ascoltare ora. Abbiamo esigenza di sfogarci e di sfogare tutti i sentimenti di impotenza e frustrazione che stiamo provando. E loro ci aiutano a farlo in maniera impeccabile. Si parla di genocidio, di potenti che si arricchiscono col dolore altrui e di come ritrovare il nostro potere, come collettività. Lo abbiamo visto succedere, non possiamo più stare soltanto a guardare.
“When the culture is oppressed/we dress up all our trauma”.
***
Obongjayar – Paradise now
A volte quello che serve per ripartire è ballare, con una giusta dose di attitudine. È quello che porta Obongjayar nel suo ultimo lavoro: muscolare, potente, rivelatorio. Il cantante nigeriano riesce a trovare la gioia e la vitalità anche di fronte al completo caos che è la vita. Lo fa esplorando le sue radici, spazzando via la timidezza, si spazia da balli sfrenati e momenti di riflessione. Un ottimismo quasi spiazzante, un’ironia tagliente, come in “Talk Olympics” con Little Simz, o “Jellyfish”, un pezzo clamoroso. Il suo è soprattutto un messaggio di appartenenza: non siamo i prescelti, ma apparteniamo a questo mondo, che non è un Paradiso, ma in qualche modo possiamo arrivare a renderlo tale. Forse avremmo bisogno di riascoltare questo disco quando le cose non vanno e scrollarci di dosso il malessere con le sue parole di speranza.
***
Little Simz – Lotus
La rapper inglese ci insegna come ricominciare dopo una rottura, in questo caso professionale. E lo fa con un disco intitolato appunto al fiore della rinascita e della perseveranza. Questo 2025 non è stato un anno semplice, e lei ci dimostra come nei momenti peggiori si può trovare lo slancio creativo necessario a ricostruirsi, non solo nella forma di artista, ma come individuo. Si apre con la dura “Thief”, ma la delusione per ciò che è successo ha una sua redenzione in “Free”, una canzone dedicata all’amore, che nasce dalla comprensione che le persone possono cambiare. Da ascoltare per ricordarsi il proprio valore.
***
Panda Bear – Sinister Grift
Panda Bear è un artista che vive fuori dagli schemi e dal tempo. Già con gli Animal Collective era riuscito a portare una sferzata di originalità unica nei suoni indie rock degli inizi del 2000, e da allora non ha mai smesso, soprattutto nei suoi dischi solisti. Penso che “Sinister Grift” sia uno dei suoi lavori più emotivamente complessi, per quanto sia forse a livello sonoro uno dei più accessibili della sua carriera. Si sente Lisbona, dove ora vive, il mare, il classic rock e la contemporaneità, la saudade e la speranza: dall’apertura di “Praise” che ricorda gli Animal Collective, fino a “Elegy for Noah Lou”, violentemente malinconico. Un escapismo perfetto per tempi bui.
***
Barry Can’t Swim – Loner
Mentre tutti guardano a Jamie XX e Fred Again…, Barry Can’t Swim ha pubblicato un disco molto interessante. Lo ripeto sempre, quando ci accorgeremo di lui in Italia sarà troppo tardi (come è stato con Fred Again, conosciuto qui ormai all’apice di una carriera che lo ha reso icona mondiale). Barry Can’t Swim è una perla da tenere come riferimento per l’evoluzione della musica elettronica europea. In questo disco si spazia da sonorità old school a influenze trance, spoken words e house: una cavalcata tra momenti di intensità emotiva, gioia, caos e trasformazione. E tutto questo si riflette nei suoi live: momenti di pura liberazione collettiva, dove lui stesso invita le persone a salire sulle spalle di chi sta loro vicino, per godersi l’ultima track tutti insieme. “I’m just about to begin”, dice una sua canzone: e lo speriamo davvero, perché di un produttore come lui ne vorremmo molto di più.
***
Pulp – More
Non avrei pensato di vivere in una linea temporale dove i Pulp avrebbero fatto uscire nuova musica. Invece ho avuto la fortuna sia di vedere la loro reunion dal vivo che di godere di questo nuovo album. Jarvis Cocker è stato un mio mentore sulla vita, sull’universo e sulla sensualità, e anche ora torna a darci lezioni di vita con la sua capacità di raccontare la realtà con occhio sagace e ironico. E nonostante i suoi 61 anni continua a chiedersi com’è essere “Grown ups”, e forse non smetteremo mai di chiedercelo nemmeno noi: ci siamo mai realmente divertiti? Di sicuro con i Pulp continueremo a farci le stesse domande, sentendoci sempre giovani con sempre più saggezza e voglia di ballare. Quando divento grande, voglio essere come Jarvis Cocker. Lo dicevo vent’anni fa, lo ribadisco oggi.
***
Perfume Genius – Glory
C’è un non so che nella voce di Perfume Genius che ti mette in pace con il mondo. La grazia con cui canta di morte, perdita, amore e paura è tranquillizzante. Forse perché questo disco parla proprio del riuscire a convivere con i propri timori, di abbracciare la consapevolezza di un amore che sta finendo, di ritornare a sentirsi dentro, per poter affrontare il mondo fuori. C’è l’accettazione della perdita (e qui si va sul personale, ha dedicato il disco alla sua cagnolina morta), anche se questa è futura, ma inesorabile in “Left for tomorrow”. Si decostruisce l’immagine del maschile in “Full on”. Si mettono a nudo le fragilità, ma soprattutto le si accolgono. Quello che dovremmo imparare a fare un po’ tutti quanti.
***
HAAi – Humanise
I gradi di separazione tra lo shoegaze e l’elettronica sono pochi. Collante tra questi due generi apparentemente diversi tra loro è HAAi, che col suo secondo disco ci trasporta in luoghi magici, e ci fa abbandonare trasognati alla sua voce. Ma per quanto si viaggi, in questo disco il tema principale è il ruolo dell’artista nel mondo. Per HAAi arte e attivismo sono inseparabili l’uno dall’altra, e in quanto artista queer e trans già il fatto stesso di fare musica è un atto politico. Questo è un album dedicato alla sua famiglia queer, alla comunità a cui viene strappata a forza la voce, e che necessita di ritrovarla e di farsi sentire. “Go” e “HQ” cantata da Kaiden Ford sono un’invocazione a non lasciare mai che le voci vengano spente, le identità cancellate. HAAi canta un’utopia realizzabile, e voglio sentirmi parte di questo sogno collettivo.
***
Ela Minus – DÍA
“Broken” è stato fin da subito il mio inno dell’anno. Ela Minus riesce a creare una connessione unica con chi la ascolta, ti senti di appartenere. Per me non c’è musica migliore di quando puoi scacciare via la malinconia ballandoci sopra e urlando a squarciagola il tuo dolore. “I’ll keep writing melodies/ to keep away the gloom that we have succumbed to”. Il disco si chiude con “Combat”, una canzone eterea, in spagnolo (e qui torniamo alla dichiarazione di Bad Bunny), che parla di ribellione, di ritrovare la forza di abbattere i muri: quando si vive la repressione, l’unico modo per reagire è bruciare tutto. “No parar hasta quemarlo todo”, è il mio augurio per questo anno nuovo.
***
Bonus
Judeline – Verano Saudade
Non ho mai detto di essere una persona che si attiene alle regole, soprattutto quando ci sono di mezzo dischi ed elenchi. La lista sarebbe finita, ma questo che vi sto citando non è un disco, ma un ep, quindi mi sento di includerlo come bonus, come succedeva nei cd di anni fa. Ma Judeline per me è una figura che dà una vera visione alternativa a quel preciso immaginario tra pop, folklore, religiosità e sensualità, a oggi dominato da Rosalía. Lei percorre una strada parallela eppure molto più coerente alla sua identità: guarda al futuro, pur cantando delle sue radici, lo fa con collaborazioni d’eccezione (come Pa Salieu e Sega Bodega), rimane legata alla forma di cantautrice, ma la rivoluziona iin una forma anti conformista. Niente fronzoli, niente show arzigogolati: le basta un palco su cui salire, il resto viene da sé. Una vera anti-star.