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#therewillbehaters: let them be

Servono nell’ecosistema, gli hater. Servono, servono eccome. Serve che ci sia chi ti dia contro spesso, appena scrivi o fai qualcosa: perché nel sapere cosa rispondergli (o perché ignorarlo…) ripasserai mentalmente tutto il filo di ragionamenti, idee, azioni che ti hanno portato a fare quello che stai facendo, a scrivere quello che hai scritto. Serve che ci sia chi è preso sempre male con la vita, o se non altro è preso sempre male con te: perché ti farà apprezzare molto di più quando tu sarai preso bene e sarai convinto sulle scelte che hai fatto, sulle opinioni che hai portato avanti. Serve che ci sia chi usa molte delle sue energie per parlare male del tuo, e non piuttosto per costruire il suo: avrai un concorrente più debole, meno lucido, meno pericoloso. Serve che ci sia chi odia chi fa un minimo di successo, serve che ci sia così geloso delle cose gli piacciono (dischi, artisti, eventi) da diventare furente quando esse allargano la propria cerchia e diventano patrimonio di più persone: serve, perché così capirai da chi è meglio star lontano, con chi è meglio non collaborare, perché queste gelosie morbose distruggono, lasciano solo terra bruciata e recriminazioni.

Ecco perché allora quando arriva adidas a parlarci della campagna #therewillbehaters e ci chiede en passant noi come la vediamo, beh, la risposta è: molto bene. La vediamo molto bene. Perché pure nel nostro piccolo abbiamo i nostri hater, ma soprattutto nelle cose che quotidianamente raccontiamo non manchiamo mai di vedere “nuvole di hating” che si aggirano. E attenzione: non stiamo parlare del criticare. Hating e critica sono due cose profondamente diverse. Hating non è “dare un giudizio”, hating è “non ammettere che possano esistere altre realtà e altre ragioni al di fuori della mia” con conseguente voglia di ridicolizzare, distruggere, annientare (in questo ordine preciso).

Ma gli hater ci vogliono, appunto. Danno più gusto al nostro lavoro. Soprattutto, molto più importante, danno più senso al nostro lavoro. Perché nello stare quotidianamente attenti a non essere come loro, non possiamo che finire col lavorare un po’ meglio, con un po’ più di attenzione, con un po’ di entusiasmo, con un po’ più di soddisfazione. #therewillbehaters allora, e così sia. Anche qua, dalle parti di Soundwall. Perché tanto non esiste hater al mondo che possa oscurare la soddisfazione di ogni giorno nel raccontare, testimoniare, recensire, intervistare – provando così a dare il nostro piccolo contributo per una informazione culturale sincronizzata col qui&ora, per una società che sappia e riconosca la ricchezza di ciò che è musica, di ciò che è club culture.