Quando nasci e cresci in provincia – la provincia come categoria geografica esistenziale, che include anche i capoluoghi a dispetto del numero di abitanti, della presenza di istituzioni culturali, delle targhe che ricordano i geni locali a cui il luogo ha dato i natali – hai delle certezze. Sai che dovrai farti almeno 200 km in direzione Roma o Firenze – nel mio caso – per vedere il concerto di quella band che sta affollando il tuo scaffale dei vinili, per scovare quei negozietti second hand dove troverai capi che nessuno indossa e che ti distingueranno tra la folla, per stanare gli spiriti affini e sentirti un po’ meno sola. Sai anche che un passato più o meno glorioso c’è stato anche lì, ma che presto la gentrificazione rimpiazzerà i cinema d’essai del centro storico con le multisale mostruose delle periferie, che gli spazi occupati e i presidi culturali alternativi ereditati dagli anni ’90 verranno riacquisiti e riconvertiti cedendo il passo ai contenitori-scatolone dove proliferano format fotocopia a uso e consumo delle generazioni di fuorisede che si susseguono una dietro l’altra.
La scomodità genera però ingegno e allora, se intercettare le rotte esterne su cui orbitano le stelle delle avanguardie contemporanee è sempre più difficile, quella provincia se ne appropria. A Perugia, il posto da cui arrivo, era già accaduto in passato con i festival su diversi livelli di risonanza – da Umbria Jazz che sopravvive ancora con la sua 53esima edizione, a Rockin’ Umbria che negli anni aveva portato i R.E.M. per la prima volta in Europa, Robert Wyatt, David Byrne solo per ricordare i miei preferiti -, con i club underground e gli spazi occupati; ma i tempi cambiano, i contributi pubblici si assottigliano e la spinta all’aggregazione assume nuove forme e si indirizza verso contenitori diversi. “Fare cultura” diventa sinonimo di resistenza del presidio culturale stesso: se non ho le economie per assicurarmi il nome in hype, cerco di intercettare le avanguardie prima che finiscano sui media più blasonati o nei cartelloni dei grandi festival (ovvero, prima che il cachet diventi proibitivo); se gli spazi preposti chiudono i battenti o vengono riconvertiti (nel caso di Perugia, basti l’esempio del Teatro Turreno, sala da 1.200 posti in pieno centro storico, chiusa dal 2010), ripenso l’esperienza del concerto e vado a cercare luoghi inaspettati, non convenzionali, che spesso nemmeno gli autoctoni conoscono.
(La prima volta in Europa dei R.E.M. fu a Perugia; continua sotto)

È così che nasce Sacred Noise, rassegna indipendente che dal 2015 porta nelle chiese, negli auditorium e nei giardini di Perugia personaggi come Ghedalia Tazartes, Mai Mai Mai, Sarah Neufeld. Ascolti non facili, certo, in luoghi che non ti aspetti. Soprattutto in un contesto in cui il dialogo con istituzioni pubbliche e stakeholder privati è sempre più sfidante e in cui il coinvolgimento del pubblico deve fare i conti con numeriche esigue e, spesso, con ridotte possibilità di accesso ai prodotti culturali. E se scarseggiano gli spazi pensati per la fruizione di eventi musicali, la sfida nella sfida è scegliere strutture non convenzionali: come la Chiesa di Sant’Agostino, esempio di architettura gotica che ospitava opere del Perugino, raramente accessibile al pubblico e che ha accolto il concerto di Hackedepicciotto, progetto di Alexander Hacke (già negli Einstürzende Neubauten) & Danielle de Picciotto; il Tempio di San Michele Arcangelo, una delle chiese paleocristiane più antiche d’Italia, con il concerto del duo texano Balmorhea; l’Auditorium di Santa Cecilia, l’unico monumento barocco della città insieme alla vicina Chiesa di San Filippo Neri, restaurato e riaperto al pubblico dopo decenni di degrado, in cui si sono esibiti, tra gli altri, Iosonouncane e i Saroos.
(Location bellissime; continua sotto)

A fianco del coraggioso e incosciente Fabrizio Ciancaleoni, giovane direttore creativo di Sacred Noise, ho vissuto in prima linea i concerti di Hailu Mergia – che ho riascoltato tempo dopo sul palco di We Out Here – o de Les Filles de Illighadad, ben prima che diventassero le pupille dei fanatici dei suoni globali. C’è scappata anche una foto con Mike Watt, ospitato per il tour de Il Sogno del Marinaio, progetto condiviso con i nostri sempre eccellenti Paolo Mongardi e Stefano Pilia. Alla sua undicesima edizione, Sacred Noise ha già piazzato Al Doum & the Faryds, che lo scorso 1 marzo hanno presentato all’Auditorium di Santa Cecilia il nuovo album “Ipnagogico”, che già circola alla grande sulle pagine e sui giradischi degli addetti ai lavori; infilerà poi il trio impro-jazz Ill Considered – che mi ha letteralmente steso al primo ascolto dal vivo (ovviamente non in Italia, dove si sono avvistati di rado) tra il sax deragliante e la sezione ritmica ostinata e metropolitana – sabato 21 marzo al Cinema Postmodernissimo e chiuderà il trittico con Paolo Angeli, domenica 19 aprile al Tempio di San Michele Arcangelo con il suo ultimo album “LEMA”, uno dei lavori più complessi e ammalianti dell’ultimo anno.
(Al Doum & The Faryds; continua sotto)

Ora, osservare a distanza le gesta dei miei ex concittadini mi offre un punto di vista privilegiato e un ulteriore livello di riflessione sulla macrocategoria “concerti strani in posti fighi”. A Torino abbiamo Jazz is Dead, affine per orecchio e occhio (penso alle edizioni al Cimitero di San Pietro in Vincoli o agli spin off al Planetario), a Milano c’è l’altro cugino Inner Spaces dell’Auditorium San Fedele ma garantisco che, come cantavano i Fall, “It’s hard to live in the country“. Sforzi condivisi come quello di Sacred Noise fanno bene alla cultura, che in comunità numericamente piccole e geograficamente isolate stenta a crescere, e alimentano una famiglia che non è più costretta a disperdersi e che può rinsaldarsi ed espandersi intorno alla musica. Perché sapere di non dover fare centinaia di km per ascoltare un bel concerto in un bel posto e di non essere sola in questo, è qualcosa di prezioso.