L’anno scorso, nella mia consueta sessione di approfondimento pre-Primavera Sound, scartabellando tra nomi a me sconosciuti, una canzone ha attirato la mia attenzione.
È uno di quei brani semplici ma sexy, è ipnotico e ripetitivo, che è sul costante orlo per esplodere, ma che ti lascia ad annuire con la testa mentre sorridi soddisfatto.
La canzone si chiama Bon Bon e fa parte del primo ep dei Fcukers, Baggy$$, uscito nel 2024.

Una produzione che non sorride per niente all’estetica glamour, ma è sporca, fancazzista e con la vibe dell’ “I don’t give a flyin’ fuck”.
C’è un termine che ora viene spesso utilizzato, quando ci si riferisce all’estetica del periodo di inizi 00: indie sleaze, ossia il revival, sia come outfit che come sonorità, a volte preso in modo manieristico, a volte come puro citazionismo, a volte come operazione nostalgia che sta andando molto più in voga negli USA che qui, dove è passato in sordina.
In ogni caso, non si esce da quella fantomatica parola: indie.
E il duo di New York arriva proprio dalla scena indie contemporanea, ma se ne distacca a suo modo, rompendo gli schemi di quel linguaggio per smontarlo e ricostruirlo secondo logiche attuali: meno estetica vintage, più disordine controllato, nessuna voglia di essere hype, ma allo stesso tempo il risultato è dannatamente cool.
Talmente cool da aver aperto a Tame Impala e Harry Styles, annoverano Charli XCX e David Byrne tra i loro fan, e tutto questo ancor prima che uscisse Ö, il loro album d’esordio.

Anche in Ö, i Fcukers adottano una formula molto semplice: lavorano su ripetizioni vocali, frammenti sparsi da dub, reggae, trip hop, dance-pop, e li ricompongono sotto la lente del club contemporaneo, trasformandoli in un flusso coerente, quasi ipnotico. Se si prende un pezzo come “I like it like that” è una ripetizione allo sfinimento della stessa frase messa proprio sul beat: non se ne esce, il cervello smette di resistere e tu ti ritrovi a ripeterla in automatico in trance. Una volta che ci sei dentro, è molto complicato uscirne.
L.U.C.K.Y. ha dei beat che ricordano Harder, better, faster stronger dei Daft Punk, mentre Shake it up ha quei synth grassi degli LCD SoundSystem. I like it like that sorride alla dance di fine 90 e all’estetica Y2K, ma quando pensi che sia finito qui, vieni sorpreso dalla dub di di TTYGF, la drum’n’bass di Play Me e un finale, Feel the real, che ricorda più Saint Etienne che tutto ciò che abbiamo sentito per la durata del disco.
If you wanna party come over to my house, è proprio questo che si percepisce nel disco: ascoltandoli, mi sono ritrovata in una di quelle feste in casa tra sconosciuti, dove all’inizio all’apparenza sono tutti un po’ sulle loro, ma dopo un po’ di alcolici si trasforma in una scena alla Skins (ve lo ricordate? È il fratello maggiore di Euphoria, con meno glitter e più marcio, uno spaccato ben fatto di ciò che realmente era la vita di tanti giovani in quel periodo).
Sarà che sono affezionata a quel periodo fatto di sbronze e hangover, di occhiali da sole e sigarette e flash sparati in faccia nelle serate senza storie su Instagram, ma i Fcukers funzionano alla perfezione, creano hit con semplicità e con un’attitudine che è quasi punk. Definirli come una rivisitazione dell’electroclash sarebbe riduttivo.

Se ai tempi vi piacevano CSS, New Young Pony Club, Ladytron, Fujya & Myiagi, YACHT, Lamb i Fcukers vi danno tutto questo e anche un po’ di più: ti portano nella loro collezione di dischi e di riferimenti musicali, in una summa maxima delle loro influenze. Che, spesso e volentieri, da un pubblico più giovane, a cui si rivolgono, verrà percepito come una novità, mentre per le orecchie più attente, è un cocktail di tutto ciò che si ballava nelle piste vent’anni fa. Potrebbe essere un’ottima operazione nostalgia, ma portata all’estremo e fatta per essere apprezzata da un pubblico molto più ampio dei vecchi nostalgici.
E qui sta il vero punto della narrazione. I Fcukers non vogliono essere innovativi, ma non solo: non gliene importa proprio nulla. Non vogliono nemmeno fare qualcosa di memorabile: vogliono che venga vissuto sul momento, un po’ come quando ci divertivamo da giovani senza bisogno di immortalare ogni cosa in content. È musica che non chiede il permesso, e soprattutto non cerca di piacere a tutti. Conta solo la presenza, al resto non si pensa.
If you wanna party, ascolta questo disco.