Nella vita di un appassionato di musica arriva quasi sempre quel momento in cui il tuo artista preferito pubblica “l’album di svolta”. Che, di norma, risulta divisivo e traccia una linea tra i fan della prima ora e i nuovi.
“Deadbeat” ha fatto arrabbiare moltissimi ascoltatori di Tame Impala, perché non è stato all’altezza delle aspettative che si sono create intorno alla figura di Kevin Parker, nuovo Re Mida della musica pop e alternativa mondiale.

Anticipato da tre singoli, il disco ha creato un enorme dibattito tra chi lo odia, chi lo ama, chi approfondisce la figura di Parker come padre e chi invece si dedica ad approfondimenti sulla scena bush doop rave australiana da cui trae ispirazione.
Ma se fa più notizia il fatto che Parker sia padre (questo disco non è stato scritto in occasione della nascita di sua figlia Peach, anzi presentataci a mo’ di Simba nel Re Leone al concerto di Milano nel 2022), o la scena rave australiana, rispetto al disco, dobbiamo porci delle domande.
Più che di “svolta dance” di cui si è tanto parlato, e che in realtà è iniziata già a partire da “Currents“, per culminare con la collaborazione con i Justice in “Neverender“, bisognerebbe approfondire la svolta di Tame Impala stesso nell’approcciarsi alla musica come prodotto fruibile e commerciabile. E approfondire anche i contenuti di questo disco: molto differenti rispetto alle sensualità psichedeliche che hanno sempre permeato le sue produzioni, da cui il pubblico è sempre stato affascinato.
Al primo ascolto, “Deadbeat” sembra quasi una sessione in studio, fatta di prove, lavori in divenire, tentativi di approcci a suoni differenti, più o meno riusciti. Una prima bozza che deve essere ancora selezionata e ripulita.
Nonostante sia più asciutto e diretto, risulta a volte fin troppo prodotto e patinato, quasi didascalico. È un disco manierista che propone una serie di spunti derivanti da diversi generi musicali, tutti prodotti magistralmente, ma apparentemente svuotati da una vera intensità emotiva. Si spazia dal reggaeton di “Oblivion”, un pezzo fuori dal coro, quasi più pensato per essere cantato da una pop star che da Parker stesso, che poco si allinea in una continuità con le produzioni precedenti, alle chitarre spagnoleggianti di “Obsolete”, al pop di “Dracula”, fino alla zuccherosa “Piece of Heaven”, ballad dedicata al rifugio confortevole che è casa.
(Eccolo, “Deadbeat”; continua sotto)
E manierista è anche l’approccio alle parti dance: tutte ben fatte, ma se da un lato si omaggia e si offre l’opportunità di approfondire una controcultura, dall’altro si rimane incastrati nella dimensione pop: la cassa è dritta quel poco che basta per non spiazzare chi non è abituato a ballare dodici ore di fila.
In una prospettiva più ampia, questo prodotto discografico si inserisce all’interno del nuovo modo di approcciarsi alla cultura del clubbing: parliamoci chiaro, quello di Tame Impala è un’interpretazione della cultura rave ripulita e confezionata per un pubblico ampio e generalista. Non ci si sporcano le scarpe e non si suda, ballando sulle sue note. È quasi più un’attitudine da listening party, dove si va per sentire in anteprima le nuove uscite, magari per strappare quei 15 secondi di fama social, dove conta di più la socialità spicciola e la musica rimane a lato, quasi in sottofondo.
Se Parker avesse voluto fare un vero album di rottura, avrebbe potuto osare molto di più su questo. E sinceramente, lo avrei sperato, perché “End of Summer” e “Ethereal Connection” sono i brani meglio riusciti, che paradossalmente ti fanno venire voglia di cambiare disco e mettere nelle cuffie della bella techno da ballare.
In una prospettiva più ampia, “Deadbeat” si inserisce all’interno del nuovo modo di approcciarsi alla cultura del clubbing: parliamoci chiaro, quello di Tame Impala è un’interpretazione della cultura rave ripulita e confezionata per un pubblico ampio e generalista
Più che sentirsi in un rave in mezzo al deserto, qui sembra di trovarsi a un djset in una bakery. Potrà essere un bel trend, ma non è una vera espressione della controcultura a cui si fa riferimento.
Di più: questo è quel modo di fruire i prodotti discografici che sta contribuendo al lento spegnersi della dimensione live come primo strumento per scoprire, conoscere, comprendere e imparare.
La riflessione sorge spontanea: Kevin Parker vuole davvero entrare nel campionato mondiale dei produttori di elettronica? O questo è solo uno sfizio personale, quasi una velleità a dimostrarsi eclettico?
Mentre “Deadbeat“ a livello sonoro racconta una crisi di come concepiamo il clubbing e la scena rave, a livello di contenuti ci racconta una crisi di identità.

Sembra quasi che, arrivato a quella famosa soglia degli anta, Kevin Parker sia combattuto tra una gioventù che non tornerà e l’amore per la sua famiglia, tra il successo pubblico e la sua voglia di essere una persona normale.
E questo viene ben descritto in “No reply”, forse la canzone più onesta di questo disco: traspare quasi la smania di voler essere lasciato in pace, di non pensare agli altri, ma solo a sé stesso.
Quindi più che “disco di svolta”, “Deadbeat” è un disco di crisi.
In “One More Year”, anno d’uscita 2020, cantava di non aver mai desiderato altro nella vita se non fare musica, della paura che questo desiderio si trasformasse in faticosa realtà, e si diceva “facciamolo ancora un anno”; ora che di anni in fin dei conti ne sono passati cinque, Tame Impala ci sbatte in faccia senza troppe remore che è stanco. Non di fare musica, anzi, ma del personaggio che gli (noi, voi, tutti) abbiamo costruito addosso e intorno.
(“Ancora un anno“, cinque anni fa; continua sotto)
In questo senso il titolo stesso acquista un valore importante: deadbeat, una persona esausta, un impostore vittima della sua stessa truffa nei nostri confronti.
Kevin Parker ci sta dicendo che lui non è quella divinità che abbiamo osannato, che dietro il suo moniker esiste una persona e in quanto tale è fallibile. Qui si spoglia di tutti i suoi titoli per mettere sotto i riflettori il ragazzino a cui piace fare la musica che gli piace, prima di tutto. E apre il disco facendo questa dichiarazione, con “My Old Ways”, ponte diretto per certi versi a livello di contenuti con “One More Year“, chiedendoci di comprendere le sue scelte, di vedere l’uomo dentro il personaggio. Il dubbio rimane, se anche questa sia solo una facciata: se da un lato vuole raccontarsi vulnerabile, dall’altro permane lo sforzo di dimostrarsi sempre il migliore in qualcosa. Un conflitto interiore, esternato in un disco contraddittorio e non sempre ispirato.
Per questo penso che dovremo riascoltarlo tra qualche mese, o qualche anno, per comprenderne i reali effetti: come nel caso di “Random Access Memories“ dei Daft Punk, stroncato da tanti all’uscita, magari anche “Deadbeat“ a suo modo contribuirà alla creazione di nuove sonorità, di farci entrare per davvero in quella scena rave che lui ha voluto omaggiare, ma di cui si percepiscono soltanto lontani echi patinati. O, semplicemente, sarà servito a farlo stare bene con sé stesso. Perché la musica serve anche a questo.
A disconnettersi, per riconnettersi con la propria identità.