Forse è solo perché eravamo amici. Forse è solo perché ci avevamo lavorato assieme. Forse è solo una storia come tante, questa, e la vita ci crea sempre tante cicatrici addosso – più si va avanti, più ne crea – e ci si può fare poco, tocca a tutti. Però chiunque abbia frequentato il mondo della musica dal vivo di taglio rock (e dintorni…) in Italia, dal nuovo millennio in poi, non può non aver incrociato le proprie strade con Francesco Poppy’s Cerroni. Non può semplicemente non averle incrociate.
Incrociandole, ha conosciuto uno stage manager inflessibile, un direttore di produzione precisissimo e super professionale, un risolvitore di problemi e prestigiatore di backline incredibile e, soprattutto, ha conosciuto una persona inflessibile su quello che conta davvero e piacevolissima e meravigliosamente curiosa e brillante su tutto il resto.
“Sono sempre i migliori che se ne vanno” si dice, è una sciocchezza, perché in realtà alla fine se ne vanno tutti, ce ne andiamo tutti; però è sicuro che Francesco se n’è andato troppo presto, per un male bastardo con cui ha giocato a scacchi per un po’ e poi boh, le cose non sono andate come dovevano, com’era giusto che andassero.
Non ci si può fare nulla.

Ma la traccia lasciata è stata talmente profonda, nella vita di tantissime persone dell’ecosistema musica in Italia, che Poppy’s è come se fosse ancora qui. In tanti sentiamo ancora di dovergli qualcosa, in tanti siamo come sempre pronti a scattare se ci chiede qualcosa, se ci fa capire che c’è bisogno di qualcosa per fare le cose a modo. Perché era un perfezionista, lui – non te lo faceva pesare, ma te lo faceva chiaramente capire.
Forse è anche per questo che ad un certo punto non aveva mai posto fine a un progetto della band che aveva co-fondato con Giorgio Maria Condemi, i Poppy’s Portrait. Un album che era stato aperto come lavorazione ma che ad un certo punto – troppi vari impegni lavorativi nel core business – non era mai stato chiuso. E che non sarebbe stato chiuso quindi mai, visto il destino demmerda, cinico e baro?
No.
Un insieme di persone che a Francesco ha voluto bene davvero e che con lui c’ha lavorato (benissimo!) un sacco, questo ultimo album ha deciso di chiuderlo, di finirlo. Si parte naturalmente da Giorgio Maria Condemi, alla batteria – sempre uno spot “vagante”, nei Poppy’s Portrait – si è aggiunto quel drago di Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion), Genna al mix, Andrea Suriani al mastering, Valerio Bulla l’impianto grafico, la parte produttiva e discografica se la sono smazzata 42 Records e Dna Concerti.
E quindi, al diavolo tutti!, questo disco è stato finito. Hai capito, Francesco?
…ed è pure bello.
Sano rock intelligente ed alternativo. Nulla che cambierà il mondo, eh. Ma se la musica fosse tutta così, di sicuro sarebbe un mondo migliore. Ascoltare per credere.
Stasera 20 gennaio 2026, al Monk di Roma, c’è la seconda edizione della Poppy’s Fest – l’evento creato proprio per ricordare Francesco nel migliore dei modi, ritrovandosi assieme, stando bene assieme, stando immersi nella musica e fra la gente di musica. Si celebrerà anche l’uscita di questo album.
Si celebrerà il fatto che la musica è proprio una cosa bella: perché crea delle energie umane ed una ricchezza di emozioni come poco altro. Qualcosa capace di resistere nel tempo. Qualcosa capace di resistere anche agli scherzi più infami ed insensati del destino.
Qualcosa che vale.
Perché anche se di questi tempi cercanoo di convincerci del contrario, per rendere tutto mercato e fare marketing su qualsiasi cosa dello scibile e dell’arte e delle professioni, non è vero che vale tutto. Francesco – scientifico e chirurgico nel capire cosa fosse importante e cosa no, cosa valeva davvero e cosa un po’ meno – lo sapeva benissimo.