Due emisferi dello stesso pianeta, quello in cui confluiscono gli innumerevoli rivoli che sgorgano dalla diaspora africana, si sono incontrati nel cartellone di JazzMi 2025. La rassegna si snoda per circa due settimane in vari spazi di Milano; selezionare gli appuntamenti è inevitabile, e la scelta – almeno per la sottoscritta – non può che essere affettiva e ricadere su due artisti che, con sensibilità e background diversi, incarnano al meglio i linguaggi contemporanei della legacy afrodiscendente.
La mia esplorazione inizia dalla scatola nera di Santeria Toscana 31 con Bilal, erede postmoderno di quella tradizione soul intrisa di romanticismo e sensualità, equilibrista del canto con un timbro classico eppure inconfondibile. Come nelle migliori biografie delle star del genere, si forma musicalmente nella chiesa cristiana frequentata dalla madre (e si sente), mentre il padre musulmano lo porta in giro nei jazz club. Il nostro però non è certo uno shouter, appartiene piuttosto alla scuola “morbida” dei soulmen e a Milano questa qualità vellutata e scivolosa viene inghiottita dal granitico incalzare della band. La batteria infatti pesta e, insieme al basso, macina un beat dietro l’altro, trainando l’incedere collettivo in una marcia che non permette all’intenzione di Bilal di tracciare il percorso, come accade invece su disco o in performance live più sfaccettate. Una sezione ritmica compatta e muscolare insomma, che sarebbe più adatta a una vocalità che si impone, mentre quella di Bilal cerca di ammaliare – come sa fare egregiamente – ma finisce per restare indietro, nella dinamica come nell’incedere complessivo. Ulteriori colpi sono sferzati dalla chitarra, con assoli invadenti che spostano il discorso musicale dal raffinato eclettismo a cui Bilal ci ha abituati a una testosteronica interpretazione degli stilemi chitarristi ascrivibili al “blues” più didascalico.
Nella scelta dei brani in scaletta non lesina i classici, incluse gemme come “Something to hold on to” dal mai pubblicato “Love For Sale” (la traccia compare invece nel “Live at Glasshaus”, dove Bilal si contorna di gente come Common, Questlove, Robert Glasper, Burniss Travis: un live in cui la qualità caleidoscopica del sound del nostro emerge con calore cristallino, in un gioco delle parti perfettamente equilibrato che lascia brillare scrittura e vocalità in tutta la loro nitidezza).
Sull’altro emisfero, qualche giorno dopo, un fiume scorre placido e oscuro nell’antro del Conservatorio Verdi: è il concerto di Shabaka Hutchings, coadiuvato per questa manciata di date dall’ottimo e ieratico Dave Okumu.
Shabaka aveva tutto: era il giovane paladino del nu-jazz made in UK, emerso come una divinità contemporanea dai club di East London e dai programmi educativi del Regno Unito postcoloniale e “blackwashed”. Bicipiti in vista, soffiava fiero e imperturbabile nel sassofono alla guida di una serie di formazioni efficacissime, conquistando i festival globali.
Era tutto perfetto. Ma io ricordo benissimo quella dichiarazione, arrivata come un fulmine a ciel sereno la mattina del 1 gennaio 2023: quello sarebbe stato il suo ultimo anno con un sassofono in mano, almeno per un po’. Qualcuno non ci ha creduto, altri si sono disperati, pochi hanno avuto fiducia in quello che sarebbe avvenuto. Da allora ci sono stati molti altri strumenti – il clarinetto e il clarinetto basso, tanti, tantissimi flauti, dalle Ande, dal Brasile, dal Giappone – e un’evoluzione personale e creativa in una direzione genuinamente spiritual, che i presenti alla data milanese possono senza dubbio testimoniare.
(Il sassofono, per ora, no; continua sotto)

Una lunga suite in cui l’improvvisazione si invola su brani e temi per quasi due ore, racchiudendo la sala del Conservatorio in una bolla atmosferica la cui trama si condensa e si dirada tra strumenti a fiato, percussioni maneggevoli, sample e loop, colorati a tratti dagli interventi chitarristici di Okumu, che suggellano l’ordito tessuto dalla fantasia di Shabaka. Come la carta del Mago nei tarocchi, seduto al suo tavolo lui gestisce dispositivi e somministra sortilegi in un continuum di certo non semplice – diverse teste si accasciano in platea – che ci porta nell’universo di Don Cherry, Mtume Umoja Ensemble, Lon Moshe, dell’AACM meno intemperante e più campestre.
Con la saggezza di chi sa di aver avuto ragione, Shabaka chiude un cerchio e ne apre infiniti altri, ora che torna al sassofono con orecchie nuove. Le sue, e anche le nostre.