Partiamo da qui: Finn Johannsen, una persona e un dj che stimiamo veramente molto, ha avuto parole molto poco accomodanti verso un grande e – nelle intenzioni – ipercritico editoriale appena pubblicato da Resident Advisor, “The most recent desperate clickbait effort”, e non c’è bisogno di tradurre, no? Da persona precisa ed accurata (ed accorata) qual è, Johannsen ha poi specificato bene nell’intero post e anche nei commenti più sotto il perché di questa sua presa di posizione così dura.
Ora, in teoria questo lungo e pensoso editoriale di Resident Advisor sotto accusa, che potete leggere qui, partiva dalle migliori intenzioni: lanciare un grido d’accusa contro la deriva “alla Keinemusik” che ha preso la club culture, il già il titolo parla chiaro, “The great regression”. Come non essere d’accordo, almeno in teoria?
Lo sappiamo bene anche noi: a criticare i pesci grossi, i vincenti del momento, i numeri li macini. Oh se li macini. Su Soundwall puoi spendere ore e fatica a parlare di questo o quell’altra cosa meritevole ed emergente, poi però se piazzi un articolo di portineria su Peggy Gou o di critica spicciola ad Anfisa Letyago improvvisamente i clic si impennano, facendo spesso un decimo della fatica. In più è anche posizionante, criticare quelli forti, lo è parecchio e di nuovo facendo pochissima fatica: ti poni subito come un Robin Hood senza macchia e senza paura, che lotta per gli ideali vero e non è corrotto dai soldi, dal potere (…anzi: ormai è ufficiale che sono i soldi a dare il potere, in un ecosistema del clubbing che è diventato in tutto e per tutto un’industria, e il propellente finale di ogni industria è il profitto).
In realtà, no. In realtà, quello che più è sempre interessato a queste pagine, è l’equilibrio: e l’equilibrio – che ehi, sarebbe bello piacesse a più persone, in un’epoca in cui i social tentano sempre più di polarizzarci – è tentare di fotografare l’intera situazione, da più angolature, senza per forza rifugiarsi in rendite di posizione partigiane ed incazzose (…nulla di male se si sceglie di essere partigiani, è una scelta nobile quando fatta con purezza d’animo, ma bisogna ricordarsi che non siamo in guerra, e nel giornalismo e nella comunicazione in generale il confine tra “partigiano” e “parziale” è molto sottile, quasi nullo).
Ci sta criticare la deriva fashionista non solo e non tanto di Peggy Gou quanto di tutto ciò che la circonda (l’abbiamo fatto), o far notare quando Anfisa Letyago copia consapevolmente o inconsapevolmente un brano che sarebbe tenuta a conoscere (l’abbiamo fatto). Non è questione di voler fare una lotta senza quartiere al mainstream per principio; è più questione di un confronto dialettico in cui spieghi chiaramente che ci sono delle cose, nel mainstream, che non ti piacciono, che ti fanno dire “Ehi, fermi lì”, perché sono delle linee rosse che vengono sorpassate e che rischiano di avvelenare i pozzi per tutti. E volendo, è esattamente quello che avrebbe provato a fare Resident Advisor con l’editoriale di Rachel Grace Almeida, no? Il punto però è che anche le cause per noi migliori dovrebbero essere sottoposte ad un check, ed è esattamente ciò che ha fatto Johannsen e dovrebbero fare anche tutte le persone che in queste ore ci hanno inoltrato l’articolo di RA (“Hai visto?”, “Hai letto?”, “Finalmente!”, eccetera eccetera, con un entusiasmo ed uno zelo quasi sospetto).
Onestamente: l’ascesa al top della cricca Keinemusik ci pare una gigantesca bolla speculativa senza troppa sostanza artistica (loro per primi hanno “banalizzato” il loro suono, rispetto alle scelte degli esordi), l’isteria da FOMO che è montata attorno alle loro comparsate è una dinamica insufflata non da chi di clubbing ne sa in profondità ma da chi usa il clubbing come accessorio. Certo. Eppure il clubbing – e proprio per il lavoro di realtà come Resident Advisor, come di chiunque ci abbia fatto informazione attorno cercando di lodarne la rilevanza sia ideale che numerica – è diventato qualcosa in cui anche il pubblico più distratto è entrato nell’ecosistema, e questo è un processo difficilmente reversibile. Ecco che quindi forse è il caso di considerare questo stato delle cose, non facendo i finti ingenui e gli immensamente puri, senza per questo rinunciare al diritto ed al dovere di critica.
(Per bookare questi signori qui, oggi servono cifre a cinque se non a sei zeri; continua sotto)

Ciò che insospettisce di questo editoriale di Resident Advisor è che – volontariamente o involontariamente? – pare per l’ennesima volta troppo adagiato sullo Zeitgeist del momento, che è un po’ una eterna malattia della critica musicale di stampo anglosassone (così come di Resident Advisor da quando è diventato grande, da quando è diventato un’azienda). E quindi, in questo editoriale, vai di accuse di appropriazione culturale (i bianchi che saccheggiano l’afro-house), o di persistenza del sessismo e del patriarcato (Hugel): sarà vero, sarà falso, ognuno si faccia una opinione, ma dura scartare il sospetto che per l’ennesima volta Resident Advisor stia cavalcando le cause con un meccanismo ad orologeria: quello dove si prova a calcolare scientificamente qual sia la causa più attuale. Una sorta di onda lunga attitudinale dell’hipsterismo, il principio del trending topic che diventa un caposaldo ed una bussola anche ideologicamente, politicamente, socialmente. Essere insomma sempre legato a ciò che è più fresco, più cool anche quando non si resta alla superficie, e si vuole scavare nella profondità (…e usiamo “cool” apposta, perché usare questo termine nel 2025 è diventato clamorosamente uncool: ne siamo pienamente coscienti). Per dire: quando c’era da supportare un certo tipo di clubbing più “commerciale” e già fintamente underground, a lungo RA non si è sicuro tirato indietro e, come fa notare Johannsen nei suoi vari commenti, ancora adesso proprio questo tipo di clubbing, mica altro!, è la spina dorsale della sua sopravvivenza economica, grazie al ticketing. Non è insomma che c’è qualcosa che non va, qualche irrisolvibile incoerenza di fondo, in questa fretta di essere sempre al fianco della causa-del-momento con grande radicalità? Non è che forse forse c’è più opportunismo che convinzione ed autentica motivazione? Non è che forse certo criticism è diventato più performativo che di sostanza?
A questo dubbio ci ha portato una cosa che apparentemente non c’entra. Sul suo profilo personale su Facebook, Gaetano Parisio – una persona di enorme spessore – ha scritto un accorato e molto amaro post in cui denuncia, ad un anno di distanza, il silenzio che c’è stato attorno alla morte di Rino Cerrone, un gigante assoluto della techno, pilastro di quella scena napoletana che è stata una delle prime (…la prima?) eccellenza italiana nella club culture più rigorosa, parliamo di fine anni ’90, primi 2000, tempi non sospetti. In questi giorni cade il primo anniversario di questa scomparsa, e Parisio ci ha tenuto a ribadire che certi silenzi sono inaccettabili, considerando invece quanto tempo si spende a parlare di cose (e personaggi…) “futili”.
(Rino Cerrone, nella foto scelta da Gaetano Parisio per commemorarlo, ad un anno di distanza dalla sua scomparsa; continua sotto)

Cerrone – per caso, per carattere, per le ingiustizie del destino, per circostanze prevedibili ed imprevedibili, per scelte sue ed altrui – da molti anni era uscito dai trending topic del clubbing, da molti anni non avrebbe potuto ambire ad essere un candidato agli Award annuali di RA né ad essere rappresentato da una mega-agenzia che chiede per lui fee a cinque zeri e alberghi a cinque stelle. Questo lo rende “inutile”? Questo lo rende irrilevante? Noi tutti – oh, a partire da chi sta scrivendo queste righe: nessuno è escluso – dovremmo imparare a (ri)valutare di più la conoscenza “lenta”, accettando ed anzi cercando dei discorsi ed un’informazione che non siano sempre ossessionati dal trend del momento, ma si permettano il lusso di recuperare argomenti non più sulla bocca di tutti però comunque importanti, artisti ed eventi che forse non mietono follower ma hanno lasciato una traccia enorme umana ed artistica tra chi ne sa. L’invito va esteso tra chi scrive, ma anche tra chi legge: è snervante che chi ti critica quando parli di un nome-che-funziona-come-hype si faccia però pesce in barile quando spendi tempo, conoscenze e sforzi a parlare di cose molto più sotterranee. Se e quando fai così, caro lettore, cara lettrice, sappi che stai tirando acqua al mulino soprattutto di quello che odi, non di quello che (…a parole?) ami.
Poi succede che proprio la volontà di un approccio “lento” ci aveva portato a non parlare subito di Rino Cerrone, nei giorni della sua scomparsa. Gli articoli “in memoriam”, bruttissimo dirlo, sono infatti quelli più letti, sono dei clic facili: ci sembrava veramente di sminuire la figura di Cerrone e in qualche maniera di mancargli di rispetto, a vergare lì sul momento un accorato ritratto e a lucrarci prevedibilmente sopra numeri di view che con altri articoli in quei giorni non avremmo fatto. “Ci ritornerà sopra con calma, nelle prossime settimane”, mi ero detto, “perché la sua traccia è qualcosa di profondo, qualcosa che resta nel tempo, e ricordarlo non deve essere una fiammata di commozione del momento, quando tutti postano”. Lo avevo spiegato allo stesso Gaetano Parisio, con cui all’epoca mi ero sentito, proprio per parlare del silenzio “italiano” attorno alla scomparsa di Cerrone (per lui infatti questo è stato un problema fin dall’inizio, non è che se lo è inventato ora, non è che gli è venuto in mente adesso: Gaetano è persona di assoluta rettitudine e coerenza).
Poi però succede che la quotidianità è tutto tranne che “lenta”, anzi, della “lentezza” è nemica profonda: quindi arrivano cose di lavoro, arrivano altri argomenti, arrivano impegni vari, arrivano committenze di scrittura urgenti su altre cose, e piano piano dal rimandare passi – ahimé – al dimenticare. Male.
…ma a questo punto proprio tutto ciò ti deve far ricordare quanto sia importante non essere schiavi, nel raccontare il clubbing, della sola attualità, della sola urgenza, unicamente di ciò che è al centro dell’attenzione e del chiacchiericcio qui&ora. O almeno, puoi provare a trovare dei compromessi (forse) intelligenti, o almeno decenti, ragionati: e allora il fatto che l’argomento-del-giorno sia l’editoriale (pelosamente?) critico di Resident Advisor, che verte attorno ai chiacchieratissimi, ricercatissimi, pagatissimi, sopravvalutatissimi Keinemusik, puoi farlo diventare il pretesto per parlare, finalmente, di una cosa di cui avresti dovuto e voluto parlare perché per te è importante (lo era ieri, lo è oggi, lo sarà domani). Per ricordare che sì, c’è spazio per tutti, e nel dancefloor c’è sempre stato spazio per le derive commerciali e superficiali (come ricorda saggiamente Johannsen), ma la cura, la generosità umana e la visione artistica netta e nitida di un Rino Cerrone è qualcosa che ha illuminato molta musica e molte persone, e lo ha fatto quando era difficile farlo.
Se oggi c’è chi chiede 10, 50, 500.000 euro a data, alberghi a 5 stelle, aerei privati, camerini esorbitanti, benefit esuberanti, è anche perché in tempi non sospetti e non sotto la luce dei soldi e dei riflettori persone come Rino Cerrone hanno messo tutto il loro talento a disposizione per costruire una scena rilevante, significativa, di impatto sulle emozioni delle persone, di sfida al mainstream del momento, catalizzando in questo modo energie ed entusiasmi inediti, imprevisti, capaci di diffondersi. Che ci hanno portato a dove siamo ora.
Dove siamo ora è bello? Non sempre, certo. Ci mancherebbe. Ma fa sorridere che alcuni fra i più grandi critici della deriva commerciale del clubbing oggi siano stati i primi ad abbracciarla all’epoca, quando muoveva i suoi primi passi, e da certi circhi si siano sfilati non per scelta, ma perché non hanno saputo cavalcare le nuove regole del gioco (pochi, pochissimi quelli che lo hanno fatto per scelta: imparate a capire quali). Così come fanno sorridere quelli che ancora cavalcano la posizione dell’underground e della (contro)cultura, la cavalcano a parole, ma poi nei fatti se guardi le loro fatture vedi che gli introiti derivano proprio da quello che sui social e nelle chiacchiere dicono di non sopportare. Esattamente come fanno sorridere gli appassionati che spendono più tempo e nervi a ruggire contro quello che non gli piace che a supportare quello che gli piace: non capendo che nel fratttempo il mondo che ruota attorno ai dancefloor è diventato talmente ampio, sfaccettato e professionalizzato che, in realtà, ci sarebbe spazio quasi per tutti, se ciascuno nel suo agisse davvero, agisse in modo costruttivo.
Finché non si imparerà a farlo davvero e sistematicamente, per riportare un minimo di attenzione su Rino Cerrone sarà purtroppo sempre meglio a mettere il suo nome nel titolo accanto a quello del fenomeno del momento, un fenomeno che lascerà – nella storia artistica e valoriale della club culture – comunque una traccia meno importante dei cavalieri della techno napoletana degli anni ’90, dei primi 2000. A meno che non misuriate tutto a fatturati, a follower, a stream, a views.
Possiamo cambiare le cose. Proviamoci.