Chiacchierare con Huerco S. è un promemoria: esistono ancora dj e producer che fanno musica sincera senza inseguire copertine o algoritmi. Ormai considerato tra i nomi più significativi dell’elettronica ambient e “post-club” internazionale—insieme a voci affini come Actress, Yves Tumor, o il catalogo PAN—Brian Leeds ha iniziato nel punk e nel metal in Kansas, America, prima di virare verso territori più intimi, cerebrali, in cui il suono diventa spazio e riflessione. Da “Colonial Patterns” a “For Those Of You Who Have Never (And Also Those Who Have)”, passando per esperimenti ancora più sussurrati e alienanti (ma in senso buono) come “Plonk” o i groove sornioni del più recente “One Day” (come Loidis), ha trasformato la sua fame di volume in architetture sonore stratificate, fatte di dettagli minuziosi e pause che traboccano di tensione.
Non cerca riflettori o streaming a ogni costo: preferisce siano i suoi dischi a parlare—sia che si firmi Huerco S., Pendant, Loidis, tra i diversi alias—e a raccontare un mondo fatto di rischi e ricerca. Lo rivedremo in Italia ad AZUL 2025, rassegna che celebra l’ora blu e l’alba nel Sud-Est siciliano: il 1 agosto, tra gli ulivi e le pietre di SUQ, a due passi dal mare, Leeds sarà ospite con un dj set che promette di mescolare techno spezzata, bass e contaminazioni globali, in una serata che si completerà col live di Laura Agnusdei in trio. L’evento sarà gratuito, qui tutte le info del caso.
Il 17 agosto, invece, l’alba al Museo della Pietra di Sampieri sarà sonorizzata da una performance esclusiva di Warren Ellis (nelle scorse due edizioni lo stesso show era stato affidato a Daniela Pas e Marina Herlop: un trittico davvero non male, affatto! diremmo). Noi intanto lo abbiamo intervistato per fare un punto sulla sua carriera, arrivati fin qui.
Allora, partiamo da un flashback: ormai tutti ti conoscono per paesaggi elettronici drone e ‘meditativi’, ma il Brian adolescente rompeva i muri a botte di punk e metal nel Midwest. Come nasce questo cambiamento?
Eh, guarda, non è successo così immediatamente. Stare in una band è divertente, ma è anche una faticaccia: litigi, calendari impossibili, prove infinite… a un certo punto implodi. L’elettronica mi ha dato la libertà di fare tutto da solo, di modellare i suoni come volevo. E poi, mentre ero ancora con la chitarra in mano, ascoltavo drum & bass “liquida”, electro house e disco, roba tipo Justice, MSTRKRFT. E pensavo “Mica male, mi piace. Voglio provarci anch’io“.
Chi o cosa ti ha fatto venire voglia di cambiare completamente strada?
Non c’è stato un vero spartiacque, ma ricordo bene quando ascoltai il mix di James Murphy & Pat Mahoney per Fabric: roba che ti apre ad un mondo di disco profonda, senza la puzza di commerciale. Poi la drum & bass più elegante che faceva il mio amico batterista, e quel tocco alla Daniel Wang, per capirci, musica che ti porta in un’altra dimensione. È stato un accumulo di cose, che messe insieme mi ha convinto a cambiare marcia.
In una recente intervista (come Loidis) per Resident Advisor parlavi infatti di come certa dance “massiccia” e “urlata” oggi stia diventando uno standard: sembra che tutto debba spaccare i timpani. Ti manca quel tocco più “moderato”, quasi sensuale che invece tu hai sempre cercato? Ambient a parte — che possiamo dire abbia avuto la sua sorprendente rinascita durante (e dopo) COVID e lockdown — torneremo mai a qualcosa di più… misurato? Specie nelle idee.
Secondo me la musica va sempre a ondate, non è prevedibile dire cosa può influire domani. Dopo anni di “tutto a mille” potrebbe tornare il bisogno di respirare, di un suono che ti prenda piano piano. Io amo la dance sottile, quella che ti entra dentro senza farti venire il mal di testa. Non parlo di ambient mollaccione, ma di brani che ti fanno pensare in pace. Linee minimal, ma potentissime nel creare atmosfera.
Parliamo di For Those Of You…, l’album che ti ha portato ancora più in là in questo senso. Anche e soprattutto a livello mediatico. Che anni sono stati per te?
Più naturale di così non poteva essere. Con Colonial Patterns avevo già cominciato a ritagliare spazi vuoti, a esplorare texture rarefatte. In For Those Of You… ho semplicemente tolto quasi tutto il ritmo per vedere cosa succedeva. Non è stata una strategia di marketing, è venuto così: sentivo che era il passo giusto per raccontare quello che avevo dentro.
Nel tempo hai anche seminato altro con vari alias—Loidis, Pendant, oltre che il più conosciuto Huerco S. Come (e perché) nascono queste differenti personalità?
All’inizio era un casino, davvero. Ogni tanto mi svegliavo e non sapevo più chi fossi (ride, ndr). Poi ho deciso di dare a ogni mondo il suo spazio: Loidis per la techno più groove, Pendant per l’ambient-club, e Huerco S. per i voli più liberi e personali. È come avere tre pennelli diversi: quando vuoi fare un quadro astratto prendi Pendant, se vuoi picchiare prendi Loidis, se vuoi esplorare prendi Huerco.
E nei DJ set come si mescola questa diversità?
A sentimento. Anche quando suono come Huerco non mi tiro indietro dal buttare dentro un po’ di bass music, roba africana, frammenti di techno spezzata. L’importante è costruire un viaggio, con alti e bassi, momenti di tensione e di respiro.
Ti ho anche sentito dire vorresti un giorno fare un disco “dub techno ma pop”. Giusto per semplificarti la vita, aggiungerei. Ma ovviamente è super interessante, che roba potrebbe essere?
Non parlo del pop plastificato delle radio, chiaramente. Penso a una sua versione libera, magari come quella di artisti come Erika de Casier, Astrid Sonne o James K: un groove soul/electro che non si prende sul serio. Un disco che possa camminare sul confine, con voci e melodie, ma senza perdere artigianalità sonora.
West Mineral, la tua etichetta, è partita tra amici. Come scegliete quei pochi, ottimi dischi da pubblicare?
È semplice: li ascoltiamo, poi ci parla il cuore (o beh, nel caso, non ci parla). Non pubblichiamo demo ricevute a caso, è roba che deve avere un’anima e un’idea condivisa. È come una famiglia: non voglio milioni di uscite fatte per farle, ma pochi, veri riti sonori tra amici.
Andando verso una chiusura, secondo te oggi cosa vuol dire “prendersi dei rischi” nella musica elettronica? Credo un po’ tutto il tuo percorso sia stato su questa cifra.
Per me non è fare roba “strana” solo per farla strana. È avere il coraggio di mostrare chi sei, anche se la gente potrebbe non capire. Vuol dire essere onesti, anche a costo di restare fuori dal coro.
E chi è l’ascoltatore ideale per fare questo? Anche guardando a come il mercato si sta muovendo, in questo senso.
Non ci penso quasi mai, davvero. Faccio musica per me, per raccontarmi. Se qualcuno si riconosce, è un regalo; ma non è la ragione principale. Spero solo che chi ascolta sia curioso, aperto, pronto a perdersi in un viaggio sonoro. Senza etichette, senza una mappa.

foto di Kasia Zacharko.