Una delle edizioni più belle – e forse meno celebrate – di Jazz:Re:Found è stata una delle ultime a Torino, forse l’ultima, e in particolar modo una serata allo Spazio 211: una delle ultima date degli Yussef Kamaal prima che si sciogliessero (il clima umano in camerino era già gelido…), e poi soprattutto – quando già il grosso del pubblico era andato via – una sfida di puro mceeing in freestyle simbolicamente fra Milano e Torino, da una parte Ensi fra gli altri, e dall’altra sempre fra gli altri Willie Peyote. Fantastica, scoppiettante, 100% cazzimma underground e lealtà hip hop. Ecco: per chi scrive Willie Peyote è soprattutto questo. Sì. Poi può essere arrivato il fenomeno indie (in cui è stato inglobato), possono essere arrivati i concerti sempre più sold out (che ha inanellato), può essere arrivato Sanremo (che ha fatto non una ma due volte), possono essere arrivate le interviste non sempre simpatiche e non sempre accomodanti coi media mainstream (sfidiamo però voi a essere simpatici e non essere sarcastici, in certi casi), ma chiunque conosca davvero il tracciato di Guglielmo in arte Willie Peyote dovrebbe sapere, insomma, che lui è uno dei “nostri”. Oh sì.
Il pubblico però è distratto, qualche volta. O ha la memoria corta. E allora, parlando proprio col team di Jazz:Re:Found, ci siamo detti: ma perché non imbastire una intervista con Willie Peyote proprio a ridosso dell’annuncio del suo ingresso trionfale, da headliner, nella edizione 2025 del festival? Come sempre accade, la chiacchierata con lui è stata piacevolissima, intensa, ragionata. E come già altre volte accaduto, lui alla fine ha chiosato “Ok, ma poi quando la trascrivi e la butti giù non farmi passare per antipatico, per favore”: perché in effetti il problema di Guglielmo Bruno in arte Willie Peyote è che non si accontenta di essere accomodante e/o comodamente provocatorio, nelle interviste. Cerca sempre la parte a cui appartiene, invece: una via di mezzo tutta sua. Capirla, “sentirla”, è una soddisfazione. Fidatevi: Jazz:Re:Found 2025 ha guadagnato un headliner di gran valore. Se ancora non ci credete del tutto, vediamo se questa chiacchierata – lontana dalle ubbie dei giornali generalisti – può farvi almeno un po’ cambiare idea.
Dichiariamola subito: la scusa per questa intervista nasce dalla tua presenza a Jazz:Re:Found, annunciata una decina di giorni fa. Per me personalmente ha completamente senso il fatto che tu sia in cartellone, ma io parto avvantaggiato forse, nel senso che ti conosco, ti seguo da un sacco di tempo, so la tua storia; per altri invece sei “Ah sì, quello di Sanremo” e si chiedono che diavolo c’entri tu con un festival come JZ:RF, tu personaggio pop, tu personaggio mainstream…
Ma dici che veramente c’è chi mi vede come pop?
Dico.
È un po’ la condanna di tutta la mia vita e di tutta la mia carriera: nei contesti pop sono visto come uno che non c’entra niente, nei contesti underground sono visto come uno troppo pop… Oh, succedeva anche agli inizi, quando facevo punk e quando facevo rap: per quelli del punk ero troppo rap, per quelli del rap ero troppo punk.
Ecco.
Boh, che ti posso dire? Vorrei capire perché posso essere visto come un artista pop che con Jazz:Re:Found non c’entra: forse perché ho fatto Sanremo? Ma c’è molta gente, anche più underground di me, che Sanremo ha provato a farlo: solo che magari non li hanno presi, e allora loro sono al di sopra di ogni sospetto (sorride, ndi).
Che poi tu Sanremo lo hai fatto non una, ma due volte.
Due, sì, ma in realtà una sola. La prima è stata assurda. Non so se vale.
Era l’edizione del Covid, quella ad Ariston vuoto.
Già. Quando, avendo l’opportunità di stare sul palco d’Italia mentre tutto intorno era fermo, bloccato, ho cercato di sensibilizzare il pubblico attorno al rispetto che meritano i lavoratori dello spettacolo. Il secondo Sanremo diciamo che è stato un’esperienza più piena, è stata l’esperienza-Sanremo a tutto tondo. Ma comunque anche lì ho provato a mettere dei temi sociali e politici che erano sicuramente in contrasto col clima politico e sociale dominante in Italia. In entrambi i casi: non rinnego nulla di quello che ho fatto. Penso che non sia il palco a fare l’artista, ma l’artista a fare il palco: vale per il pop, vale per l’underground.
(Willie Peyote in un intenso primo piano di Chiara Mirelli; continua sotto)

Ok, ma fino a che punto – quando graviti in ambiti mainstream – hai l’impressione di essere davvero capito? Perché tu hai un messaggio che testualmente e concettualmente è piuttosto complesso, anche perché usi a profusione ironia e sarcasmo, insomma, non proprio la classica “comunicazione lineare” da pop.
Io credo che l’ironia sia necessaria sempre, per alleggerire un po’ le cose. Forse è per questo che collaboro più spesso con dei comici che con dei cantanti… (ride, ndi) Per rispondere però alla tua domanda: se affrontiamo il tema della comprensione del testo, è un tema importante che va in effetti al di là della musica e no, non credo di essere sempre capito. Viviamo in un’era storica in cui non si vuole dedicare del tempo per capire meglio delle cose che non si capiscono subito. E va bene, eh, è legittimo. Ma qui stiamo parlando di Jazz:Re:Found, no? Non credo che lì ci sia un pubblico pigro, distratto. E se parliamo invece di musica, quasi tutte le persone che suonano nella mia band hanno un’estrazione jazz, come background da strumentisti. Grandi musicisti che io ogni singolo giorno ringrazio per accettare di condividere un palco con me. Senza contare i dischi: tolto magari qualche singolo, e dietro ad un singolo possono esserci tante motivazioni, anche quella appunto di alleggerire un po’, di prendersi meno sul serio, dicevo, se togli i singoli io credo che l’influenza della musica black in ciò che viene registrato ci sia, e sia palese.
Che poi, anche i singoli, anche Sanremo: Io credo che “Grazie, ma no grazie” abbia la linea di basso più funk e sofisticata mai sentita in decenni di Sanremo.
Pure Jorja Smith è un’artista pop. Ma mi pare nessuno possa mettere in dubbio il suo spessore. Pure The Roots ad un certo punto lo sono stati, pop, e in parte in America lo sono ancora oggi: vogliamo mettere in dubbio loro? Ma potrei farti diecimila esempi. Sai cosa: io credo che all’estero si facciano molte meno pippe su questi temi, sinceramente. Al Tiny Desk per dire vedi di tutto, vedi anche i Clipse. È come se all’estero in fondo contasse la musica, solo quella, mentre da noi bisogna mettere un carico ulteriore di paranoie. Non so, forse semplicemente in Italia c’è un concetto più stringente di “genere musicale”. Potrebbe essere anche solo quello.
Che in teoria potenzialmente potrebbe anche essere un bel segnale, se fosse legato al fatto che per noi la musica è importante. Invece la mia personale impressione è che in Italia la cosa realmente importante sia delimitare i propri orticelli. Col gusto di agitare i forconi, appena qualcuno si vuole togliere lo sfizio di attraversarli trasversalmente…
Boh. Io ti posso solo dire che vivo di dubbi, non di certezze. Le certezze mi spaventano. Da sempre. Tornando alla domanda iniziale, tornando a Sanremo: il tentativo è stato quello di andare a prendere il megafono più grande che c’era e c’è a disposizione per un artista in Italia, e dire delle cose. Ecco, mi piace pensare che il primo obiettivo di chi sente davvero di avere delle cose da dire sia quello di allargare il più possibile la portata del proprio messaggio; parlare solo a chi la pensa già come te ha un’utilità molto relativa, perché se lo fai – cosa cambia davvero? In che modo ci si aiuta a vicenda? In che modo si migliorano davvero le cose?
(Willie Peyote in azione sul palco; continua sotto)

Quanto è rimasto di hip hop dentro di te?
Molto. Nel senso che io ancora oggi ascolto molto rap, bazzico ancora parecchio i concerti e gli eventi dove il rap è protagonista. Ho molti amici che praticano ancora con grande dedizione ed efficacia questa disciplina. Io stesso cerco sempre di mettere il rap in quello che faccio: le mie parti vocali, per quanto ci siano anche delle melodie, sono sempre molto più rap che cantautorali, guarda la struttura metrica, quella ritmica. Sono fan del rap, ancora adesso. Poi magari ci sono cose che vanno al di là dei miei ascolti e dei miei gusti, oggi. Ma penso sia normale. Non ascolto magari Travis Scott, ma i Clipse li ascolto eccome.
Però posso dire che mi incuriosisce, e un po’ mi fa anche sorridere, questa cosa per cui parli del rap come se fossi un’entità con cui sei in ottimi rapporti, sì, ma non qualcosa in cui sei immerso al 100%? Perché per me Willie Peyote nasce invece artisticamente come MC all’interno della scena hip hop underground italiana, è lì che ti metto, è lì che per me stanno le tue origini.
Ma infatti io di quella cosa ho fatto assolutamente parte. Io ad eventi come Under Fest ci sono andato eccome, ed era il posto per eccellenza dove passava tutto il rap underground italiano, quello più autentico. Una scena di cui mi sento fortunato ad averne fatto parte. Poi, se la gente oggi fa fatica a vedermi come rapper, che ti devo dire: come accennato prima, ci sono abituato. Non vado mai bene. Sono sempre o troppo, o troppo poco qualcosa. È il mio destino, evidentemente.
Un po’ ti pesa, questo destino?
Non lo so.
Mmmmmh.
No, davvero: non lo so. Nel senso – io questi problemi non me li pongo mica guardando le carriere e i percorsi altrui, se poi invece nei miei confronti c’è invece questo approccio, che dirti, me l’accollo. Non è che mi dia fastidio: più che altro dopo un po’ lo trovo noioso. Semplicemente, se sono ancora qui vuol dire che qualcosa da dire ce l’ho: dovrebbe bastare questo, no?
Non fa una grinza. Ecco, a proposito: quanto è difficile continuare ad esserci? Ovvero, quanto è difficile avere e rinnovare sempre l’ispirazione, essere sempre sul pezzo?
Ci sono dei periodi in cui effettivamente faccio fatica; e ci sono altri, come quello che sto vivendo ultimamente, in cui invece sto scrivendo tantissimo, di continuo. Sto proprio bene. L’ultima release, “Sulla riva del fiume”, in tal senso è stata fondamentale. Il team di studio durante la registrazione, alla fine, è andato a coincidere con le band che suona con me nei live: questo ci ha permesso di stringere il nostro rapporto come mai prima, di conoscerci meglio, di riallacciare una serie di rapporti, e di conseguenza tutto è venuto più spontaneo, più naturale. Perché vedi, il primo problema che mi pongo quando scrivo qualcosa è: quanto è vero quello che sento? Quanto credo in quello che sto dicendo? Quanto lo “sento”? La musica e la scrittura sono prima di tutto una questione di sensazioni. In questa ultima release abbiamo suonato tutti insieme, in presa diretta, nella stessa stanza, nella stessa sala di ripresa, come si faceva un tempo: e in questo modo ho sentito, come non mai, che i pezzi che avevo scritto una volta che si traducevano in musica assumevano una nuova forza, erano cioè qualcosa di vivo, di vissuto, ed è questa la cosa migliore che possa succedere. Tu puoi partire con un certo tipo di idea o suggestione, ma il vero obiettivo è arrivare sino in fondo ed avere un avuto uno scambio reciproco con chi suona con te e con chi hai di fronte perché si sono mosse delle emozioni. Quando vedo che i ragazzi della band sono contenti di suonare i miei pezzi, mi viene da dire che sì, forse proprio questi pezzi non sono possono essere così male. Anzi.
(“Sulla riva del fiume”; continua sotto)
Ma tu sei un band leader democratico, aperto alle opinioni di tutti, o l’ultima parola deve essere comunque la tua? Che ci starebbe, eh.
No: è sempre questione di confrontarsi. Io poi ho la fortuna di avere sul palco con me Daniel Bestonzo, che si prende la responsabilità di una bella fetta di controllo di quello che succede sul palco: gli arrangiamenti, ma anche le scalette… E visto che lui è bravissimo, sono contento se lui ha ancora più controllo di me, sulla band, sul live. Poi chiaro: è importante che la divisione dei compiti e della responsabilità sia chiara, che la filiera sia ben definita, ma una volta che ci si è accordati su quello io lascio grandissima libertà, non comando praticamente su nulla, al massimo la mia opinione può comunque avere un certo peso, quello sì, visto che è il mio il nome che finisce con l’essere esposto (…anche letteralmente, alle mie spalle, nella scenografia che stiamo portando in giro in questo tour). E guarda, proprio quello di Jazz:Re:Found sarà un concerto speciale: avremo degli ospiti particolari, avremo una sezione fiati, ci saranno incursioni varie, e ai ragazzi della band sarà lasciato ancora più spazio rispetto al solito, perché sappiamo che siamo in un contesto dove lo si può fare liberamente, e felicemente.
(Felice su un palco; continua sotto)

Ecco: ti vedi libero e felice su un palco anche fra venti, trent’anni?
Onestamente, non lo so. Probabilmente se non avessi quest’ansia di organizzare tutto – ma tipo che c’è una cena voglio essere io a chiamare il ristorante e voglio sapere esattamente in quanti siamo – forse durerei ancora di più di quello che durerà davvero (risate, ndi)… Ma ecco, parlando seriamente: non lo so. Non so dirtelo. Ma questo proprio perché non mi sono mai posto il problema, non perché non abbia una risposta. Una cosa però penso di poter sottolineare: non credo di avere una data di scadenza. Proprio il giorno del concerto a Jazz:Re:Found arriverò al mio quarantesimo compleanno: sono tanti? Pochi non sono, vero. Ma io sono anche uno che come artista non si è mai preoccupato di seguire le mode, e questo in qualche modo mi rende più libero, più giovane, meno suscettibile di essere visto come vecchio. Che poi: Fibra ormai ha cinquant’anni, e però sul palco sta spaccando come e più di prima: come la mettiamo? E di alcuni rapper americani, ne vogliamo parlare? E di Herbie Hancock, che di anni ne ha 85, ma che sta facendo proprio in questi giorni in Italia dei concerti strepitosi? Se smetterò sarà magari per altro, per problemi fisici, per chissà cosa. Ma non penso appunto di avere una data di scadenza addosso, per il tipo di cose che amo fare.
Una cosa che ami fare ancora adesso è andare in giro per concerti, per eventi: sei uno dei pochi artisti “affermati” che mi capita di vedere spesso in giro, proprio fra il pubblico.
Ma è semplice: io amo la musica. Io anche se sono in giro in vacanza, nel momento in cui passeggiando sul lungomare qualcuno sta suonando al piano bar, facile che mi fermo lì ad ascoltare… A me proprio piace sentire la gente che suona. Se poi ci sono pure in ballo artisti che stimo, sono contentissimo di andare ai loro concerti. Contentissimo. Mi è capitato molte volte di fermarmi un giorno in più, in tour, se nella data successiva suonava qualcuno che mi interessava, o qualcuno di cui ero amico… A Torino, dove abito, a Flower Festival ci sarò andato quest’anno cento volte (ride, ndi)! Mi piace la musica. Mi piace ascoltarla, mi piace vederla dal vivo: anche perché vedendola dal vivo c’è sempre la possibilità che possa raccogliere degli spunti e delle sensazioni che a casa, seduto sul divano, non raccoglierei mai. Può essere in club piccoli, può essere in posti grandi, può essere negli stadi; può essere qualcuno di conosciuto, può essere un emergente che magari manco io conosco bene; può essere pop, può non esserlo, può essere jazz, può essere quello che vuoi. L’importante è cercare concerti di artisti che sentano di avere qualcosa da dire. E questo può accadere in qualsiasi posto, in qualsiasi dimensione.
Dobbiamo stare attenti a non diventare schiavi solo del “grande evento”, sfondi una porta aperta. Ma, se mi posso permettere: questa è una cosa che va detta non solo agli spettatori, ma anche ai musicisti.
Assolutamente. Non dobbiamo essere schiavi di una continua corsa al rialzo. Non dobbiamo far passare il messaggio che va bene solo se sei in crescita, se sei sempre più grande. Oggi chi fa musica dovrebbe accettare, e considerare normale, il fatto che ci possano essere dei momenti nella propria carriera in cui si abbassano un po’ le pretese. Il processo di professionalizzazione che c’è nella scena musicale italiana è sacrosanto, sia chiaro, è un valore importante, ma se diventa troppo accelerato ed invasivo può portare più danni che vantaggi. Il problema è che l’industria che gira attorno ai live ha capito che i veri guadagni grossi li ha solo se sono grossi pure gli eventi, quindi non fa nulla per creare reale interesse attorno alle cose più piccole. Di conseguenza, poi il pubblico tende ad abbandonare gli eventi minori, e a considerare solo quelli percepiti come maggiori.
A te è mai capitato di aver accelerato troppo?
No.
No?
No. Anche perché nel momento in cui avrei potuto iniziare a farlo, è arrivata la pandemia: quindi non ho fatto in tempo a vedere come sarebbe andata davvero, se avessi cavalcato un certo tipo di accelerazione. Per il resto, ogni tanto al massimo posso avere il dubbio opposto: quello di aver accelerato troppo poco. Se proprio, l’unico errore di tracotanza che al massimo posso aver avuto nella mia carriera è stato quello di aver considerato poco i contesti in cui mi muovevo, pensare cioè “Vabbé, le cose attorno a me stanno cambiando, ma tanto io posso continuare a fare il cazzo che voglio, anche perché chi mi ha seguito fin dall’inizio mi capirà a prescindere”. E invece poi scopri che molti di quelli che ti seguivano già da prima lo facevano non tanto per te, ma perché in quel determinato periodo storico certe cose funzionavano a prescindere.
Stiamo parlando della prima fase della crescita dell’indie in Italia, no? Che per te è stato un bell’ascensore.
Già. In Italia c’è stata una grande crescita in tal senso, e poi però questa crescita, come fisiologico, è stata una bolla che ad un certo punto è esplosa: da lì ognuno si è ritrovato da solo a capire che direzione prendere, e questo magari stando già in un ambito che era diventato pop, che era diverso da quello di partenza, non facile quindi capire subito come orientarsi. Ma non ha senso lamentarsene: è una parabola che ha toccato tutti i generi musicali che hanno avuto un minimo di presa sulle persone. È successo al rock, è successo perfino al jazz, sta succedendo anche al rap… Tocca tutti, davvero. Non ha senso sorprendersene, ha senso invece rendersene conto: e capire quello che si vuole davvero.