Se non l’avete visto, vedetelo: perché “Atlantide” di Yuri Ancarani è un film davvero eccezionale. Lo recuperate ancora in giro, ad esempio gratis su RaiPlay nel momento in cui stiamo scrivendo queste righe, e pur avendo ormai quattro anni alle spalle – è uscito infatti nel 2021 – è cesellato in un modo tale che non ha la minima paura dello scorrere del tempo. Talmente forte e talmente potente a livello di immagini ed immaginario che, ne siamo sicuri, continuerà a colpire anche fra vent’anni. Merito di Venezia come setting unico al mondo, ovviamente; merito del protagonista Daniele Barison, del suo piglio laconico e del suo volto tagliente; merito di tutte le persone che appaiono nel film, e lo fanno con una naturalezza totale; merito soprattutto di Yuri Ancarani, che accettando la sfida di fare un film (quasi) senza trama ha lavorato in maniera maniacale per offrire un corpus visivamente ed emotivamente fortissimo. Riuscendoci in modo meraviglioso.
Questa forza tra l’altro nasce anche molto dalle musiche, dalla colonna sonora del film, colonna sonora di cui in effetti si parlò molto anche durante l’uscita ufficiale del lungometraggio stesso, vista la presenza non solo di Lorenzo Senni e Francesco Fantini (già con Ancarani in “The Challange”) ma anche di Sick Luke, in un momento in cui l’hype attorno al producer romano era – giustamente – ai massimi. Una colonna sonora affilatissima, semplicemente perfetta. La cosa strana è che fino a un mese fa non era possibile recuperarla sulle piattaforme di streaming: ora finalmente questa bizzarria ha trovato rimedio, e per noi è stata la scusa per fare una lunga chiacchierata proprio con Ancarani. Tra anticipazioni ghiotte ed osservazioni molto incisive ed intelligenti, l’oretta passata assieme a registratore aperto ha donato veramente ma veramente molto. Quindi eccovi prima un antipasto di “Atlantide”, col trailer ufficiale, e poi sotto una lunga, densa intervista.
È un grande piacere, Yuri, poter fare finalmente una chiacchierata con te. “Atlantide” mi ha stregato. Ma è da “The Challenge” che sei nei radar: in primis per motivi musicali, come puoi immaginare.
Guarda, vedi cosa c’è attorno a me? Hai visto quanti cd? Non sono in realtà tantissimi, conoscerai gente che ne ha di più, ma è una vita che li compro. La musica è sempre stata importantissima per me. Ho iniziato coi cd, vado avanti coi cd: continuo a comprarli. E continuo ad ascoltarli tantissimo.
Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Della gran musica dei primissimi anni ’90: 1990, 1991, 1992…
Anni buoni.
Io sono convinto di una cosa: i passaggi da un decennio all’altro sono quasi sempre dei momenti eccezionali per la musica. Quindi sì, ora mi sto concentrando sul passaggio agli anni ’90; poi quando mi stuferò, probabilmente inizierò ad ascoltare i dischi del 2000, del 2001, non oltre. Sono bastati un paio d’anni nel nuovo millennio per distruggere tutto il nostro ottimismo. Però le primissime cose che sono uscite, nel 2000, erano permeate davvero di un incredibile spirito ottimista.
Torniamo ai tuoi ascolti del passaggio agli anni ’90: solo elettronica, o…?
Di sicuro sto ascoltando tantissima IDM. Le prime uscite della Warp, ad esempio: loro hanno un catalogo strepitoso, ed esplorarlo mi interessa tantissimo per il mio prossimo progetto.
…che sarà?
Non l’ho ancora detto a nessuno.
Meglio. Sono tutt’orecchi.
Sto lavorando a un film sul mio territorio, la Romagna. Ed è incentrato proprio sui primi anni ’90, che anche lì, anche da quelle parti sono stati uno snodo molto importante. Ecco perché sto ascoltando le robe Warp di quel periodo: ti sembrerà incredibile, ma quella IDM lì sta benissimo con il liscio.
Sul serio?
Sul serio. Sto facendo un progetto simile a quello che è stato “Atlantide”, sì, ma con ancora più coraggio… Perché diciamo la verità: “Atlantide” l’ho fatto con la paura che sotto sotto non funzionasse, che non venisse capito. Invece ora so che posso permettermi di darci proprio dentro, seguendo le mie intuizioni. Quindi sì: il mio prossimo film metterà insieme liscio e IDM. Questo lo puoi scrivere. Altre cose, no.
A proposito di romagnoli e di IDM: coinvolgerai di nuovo Lorenzo Senni, come fatto prima per “The Challenge” e poi per “Atlantide”?
Non credo. Penso che lavorerò solo d’archivio.
Domanda: tu nei primi anni ’90 che persona eri? Cosa stavi facendo? A che punto eri della tua formazione come artista e come persona?
Negli anni ’90 ero il protagonista di questo mio futuro film. Ero non proprio un maranza, perché in realtà fin da piccolo avevo capito che mi sarei salvato grazie allo studio ed alla cultura, ma ero di sicuro un ragazzo di periferia, con dei miti anche molto… come dire… alla “non me ne frega un cazzo”. E con alcuni riferimenti che erano simili a quelli che ci sono in “Atlantide” – ad esempio il mito della velocità. In “Atlantide” ci sono i barchini elaborati, in Romagna elaboravamo i motori delle macchine. In quegli anni, i miei amici erano persone molto semplici, molto normali: idraulici, muratori, elettricisti. E con loro facevamo le classiche cose come andare al Cocoricò, o andare al Classic. Capisci? Io ad andare a ballare ci andavo coi miei amici muratori…
(Yuri Ancarani, ritratto da Leonardo Scotti; continua sotto)

Guarda, l’ho scritto più volte che una delle cose più belle del clubbing è proprio essere un grande imbuto sociale, una grande “livella” che mette tutti sullo stesso piano. Andavamo a ballare, ed era una esperienza talmente interessante ed eccitante che non ci passava neanche per la testa di chiederci chi fosse chi e chi facesse cosa, e semmai quando ci capitava di scoprirlo ci piaceva proprio il fatto che fossero persone anche molto diverse da noi, in teoria, ma sui dancefloor ci sentivamo fratelli ed una sensazione molto forte.
Di questo dobbiamo ringraziare la cultura queer. È stata lei ad insegnarci ad essere così curiosi, così accoglienti, così vivi, a noi che di nostro eravamo persone normali, per nulla sofisticate… Poi è un processo che si è fermato un po’ a metà: un giorno un amico mi ha confessato “Andavo sempre al Cocoricò perché mi facevano entrare gratis, sai, piacevo a uno”. E io: “L’hai mai raccontato ai tuoi figli?”. “Certo che no, non lo devono sapere”, la risposta. “Ma te sei fuori! Perché non dovrebbero saperlo?”, gli ho detto.
Senti, facendo questo film sulla Romagna anni ’90 non è che stai andando alla ricerca di quello che ad un certo punto hai smesso di essere?
Uh, che domanda. (pausa, ndi) Io dalla provincia sono scappato, e non ho mai rimpianto questa cosa. Mai. Me ne sono andato a Milano, e ho subito trovato una comunità di persone che era molto più vicina a me, alle mie attitudini, a come vedevo il mondo… Non che queste persone in Romagna non ci fossero, pensa ad esempio a tutta la fantastica scena di teatro d’avanguardia che è nata da quelle parti negli anni ’90, ma erano tutte più o meno mie coetanee. Mi mancavano le persone più grandi, da cui imparare. Ecco cosa mi mancava. E a Milano le ho trovate. Però poi come spesso accade quando cresci e ti guardi ad un certo punto indietro vedi invece all’improvviso tanta bellezza, bellezza che all’epoca non avevi colto davvero, che non avevi capito al cento per cento, che non ti eri reso conto di quanto fosse unica, spettacolare… Certo, oltre alla bellezza c’era anche il caos, ma è normale. Che poi, io ho fatto tutto da sanissimo, da sobrio, senza bere, senza fare uso di sostanze.
Sì?
Era un modo per salvaguardarsi, di fronte a tanta intensità.
Bella questa cosa. Guardandosi sempre dietro ma un po’ meno ad ampio raggio, che effetto ti fa ora dover tornare così tanto su “Atlantide”, visto che con la scusa che finalmente è uscita sulle piattaforme di streaming la colonna sonora ora ti tocca di nuovo parlarne, raccontarlo, analizzarlo?
“Atlantide” è un qualcosa che si avvicina il più possibile all’idea di cult, perché quello dei cult è l’unico cinema che mi sia mai realmente interessato. Che poi, questa poteva essere la mia ambizione, ma non era scritto da nessuna parte che si realizzasse. Quando il film esce, prende una vita tutta sua. Tu puoi anche esserne l’autore ma questa vita la puoi solo accompagnare, non influenzarla. Una cosa è certa: la lentezza di un film come “Atlantide”, una lentezza che va contro tutte le regole non solo del mercato ma proprio della nostra vita attuale, è stata una scelta veramente sana, perché gli ha permesso di essere subito un’opera che ha come obiettivo quello di durare nel tempo. È un film complesso, “Atlantide”.
Complesso, ma per me bellissimo: ti trasporta davvero in un’altra dimensione. E ti viene voglia di riguardarlo, in effetti, che è la caratteristica dei cult.
Ed è un film che non si capisce come possa stare in piedi. Io stesso ancora oggi non lo capisco bene. Ha un suo strano equilibrio: è storto, ma funziona. Sta in piedi. È criticabile sotto tantissimi punti di vista, te lo dico io per primo che ne sono l’autore, ma il fatto che comunque stia in piedi – e penso sia così – è un piccolo miracolo. Il suo un equilibrio che nasce dal caos: il caos di generazioni a confronto, delle idee di musica che avevano gli autori che sono stati coinvolti, delle ambizioni che si potevano avere da un lungometraggio di questo tipo… Ma prendi appunto la musica: c’è un abisso tra Sick Luke e le idee che poteva avere quello che è il mio sound designer di fiducia, Mirco Mencacci, che ha sessant’anni; e poi in mezzo c’era pure Lorenzo Senni con Francesco Fantini. Per Mirco le idee di Sick Luke erano davvero strane, per dire, ma ognuno ha potuto lavorare al massimo della libertà nel proprio campo. Poi ero io a trovare una sintesi. Anche perché ero l’unico ad avere in testa la visione intera. “Atlantide” è stato montato a pezzi, musicalmente.
Cioè?
Sick Luke oggi è ormai un padre di famiglia, ma all’epoca era molto, molto giovane. E quando gli ho parlato del progetto, mi disse “No guarda, troppo, io non ce la faccio”. Invece non solo ce l’ha fatta, ma è stato straordinario. La cosa decisiva è stato quando ho capito di dovermi calare nella sua mentalità di allora, quella di un ragazzo di vent’anni, abituato a un certo tipo di formato, di velocità: perché se gli avessi dato tutto il film, un’ora e mezzo di girato, dicendogli “Bene, ora lavoraci sopra” lui probabilmente non avrebbe nemmeno iniziato. Avrebbe rifiutato e basta. Invece ho deciso subito di dargli tipo quattro minuti alla volta, non di più, “Ecco, qui fai questo”, “Bene, qui fai quello”, e lui era di una velocità imbarazzante. La volta che gli ho detto “Ok, ora dobbiamo lavorare al tema su Daniele”, il protagonista, lui mi fa: “Io sono Daniele. Ma, in realtà tutti siamo Daniele”. Da lì si è messo a lavorare, e in soli quindici minuti ha tirato fuori qualcosa di perfetto, semplicemente perfetto. Mirco Mencacci ha un altro approccio, più tradizionale: si è trovato meglio ad esempio con le idee di Lorenzo Senni sull’uso dell’orchestra. Ma proprio questi contrasti sono stati una forza di “Atlantide”.
(La copertina ufficiale della OST di “Atlantide”; continua sotto)

Tu quanto hai dovuto forzare la mano, per imporre la tua visione? Perché una cosa bellissima del film è che sembra tutto “organico”, naturale, ma da quello che mi stai raccontando mi viene da persone che “guidare” tutte queste energie e questi approcci non uguali tra loro abbia richiesto un intervento discretamente deciso da parte tua. D’altro canto, però, un intervento troppo deciso poteva appunto spezzare questa naturalezza, “organicità”…
Sai, quando lavori a Roma stai spessissimo in luoghi dove si è fatta la storia del cinema e, come dire?, anche le mura parlano.
Vero!
Mura che ad esempio mi raccontavano delle litigate furibonde tra Sergio Leone ed Ennio Morricone (sorride, ndi)… Quindi sì: per arrivare ad un equilibrio finale, probabilmente è decisiva l’intuizione del regista – e il fatto che lui la imponga. E occhio: deve appunto essere un’intuizione, non una cosa calcolata. Devi seguire senza paura l’intuizione, non il calcolo. Sick Luke, che all’epoca era giovanissimo, avrà pensato che non avrebbe avuto niente da perdere a seguirla, questa intuizione; altri autori magari meno giovani e più affermati cercano invece di difendere la loro identità artistica, e lì lavorare diventa magari un po’ più complicato. Ma ci sta. Appunto: hanno litigato Sergio Leone ed Ennio Morricone, ma pensa cosa hanno tirato fuori, quanto alla fine abbiano fatto la storia del cinema… Anche un Tarantino probabilmente doveva litigare con Morricone, per avere una grande colonna sonora. Ma, tornando ad “Atlantide”…
…sì?
Davvero credo non ci sia stato niente di logico e di calcolato, in quel film. Solo sensazioni, solo intuizioni. E per quanto riguarda la colonna sonora, alla fine abbiamo lavorato soprattutto a Roma e a Torino – due luoghi completamente diversi. Il momento decisivo è quando ci siamo incontrati tutti assieme per il mixaggio. Un momento che chi non è del settore probabilmente manco conosce, non sapendo quinti quanto sia invece importante. Ma lì, la faccia di Daniele Barison – l’attore protagonista di “Atlantide” – ha messo tutti d’accordo.
Vero, ha una faccia incredibile. Intensissima.
Già. Una faccia che trasmette tutta la sofferenza interiore da adolescenti – quella che abbiamo vissuto tutti noi, che stavamo lavorando al film ed alla sua colonna sonora. Quella sofferenza che ti arriva dalla consapevolezza che vivi in un mondo di ingiustizie, sì, ma non sai bene spiegarti il perché, non hai chiaro quale possa essere la reazione giusta da avere. Tenti di esprimere la tua unicità, ma non sai come farlo; e il mondo attorno a te fa di tutto per non permettertelo. Quello dell’adolescenza è un momento di grandissima sofferenza, tra l’altro una sofferenza che viene costantemente sminuita a livello sociale: “Ma dai, erano bei tempi, eri giovane, eri bello, ti divertivi…”. Col cazzo! Io sto molto, molto meglio adesso.
Sottoscrivo al cento per cento.
E comunque, proprio concentrandoci sul personaggio, su Daniele, abbiamo capito come gestire al meglio il materiale musicale che avevamo a disposizione fra tutti – trovando così perfettamente la quadra. E in generale credo che se il film è nel suo piccolo diventato un film di culto, è proprio perché parla di qualcosa attraverso cui siamo passati tutti e in cui tutti ci riconosciamo, ma che viene solitamente negato dalla narrazione sociale.
(Daniele Barison; continua sotto)

A proposito di narrazione sociale: una di quelle più recenti, è il fatto che “non si va più in discoteca”, che il clubbing così come l’abbiamo conosciuto negli ultimi decenni si stia estinguendo.
Mmmmh.
Sta accadendo davvero, secondo te? Te lo chiedo perché tu in teoria sei fuori dai giochi, sei un osservatore esterno: su Soundwall di solito finiscono dj, producer, promoter, tu ti occupi di cinema ed arte visuale… Ma so che puoi darmi una risposta incisiva. Lo parlano le scelte musicali che fai per le tue opere, a partire proprio da “Atlantide”, che è pieno di momenti danceflooriani, per quanto metafisici.
Scomparirà il clubbing? Mi sembrerebbe strano. Sembrerebbe strano, a noi che siamo cresciuti con l’idea che andare a ballare ogni settimana sia un’esperienza intensa, fondamenale… Vedi, io arrivo da una regione dove il ballo è qualcosa di profondamente radicato nella cultura delle persone: in Romagna, esattamente come in Sud America per dire, si balla fino all’ultimo giorno della tua vita. Davvero: fino all’ultimo. Anche se sei anziano, continui ad andare a ballare, non ti passa per la testa di smettere. E se i miei genitori ballano ancora oggi il liscio, io quando sarò anziano continuerò a ballare la techno: logico, no? È così. Questo però è la Romagna: quando mi sono trasferito a Milano, che in fondo è a sole due ore e mezza di macchina di distanza, ho trovato una situazione completamente diversa.
Cioè?
Certo, nelle grandi città come Milano il clubbing c’è, continua ad esserci, perché le grandi città sono agglomerati di tantissime persone e quindi qualcuno che ha l’abitudine di andare a ballare lo trovi sempre. Però è successa una cosa strana, che mi lascia perplesso: l’andare a ballare è diventata una cosa maledettamente seria. Troppo seria. Così seria che pare quasi sia maleducato divertirsi. Davvero vogliamo questo? Per me il clubbing fin dall’inizio è stato altro: per me il clubbing era mia madre che quando ero piccolissimo usciva di casa vestita in maniera assurda. La queerness io l’ho imparato da lei e dai miei zii, dalle loro giacche a paillettes per andare a ballare in balera. Mi pare che tutto questo nel clubbing odierno si sia un po’ perso, per essere rimpiazzato da una componente più che altro di sfogo, però ecco, proprio in questo sfogo comunque c’è un costante rimando a doveri, a costrizioni sociali.
Ballare sembra diventato quasi un atto in cui devi misurare la tua capacità di performance. Quasi come fosse un indicatore economico.
Già. Chiudiamola qui, però, sennò a parlare così sembriamo due vecchi babbioni (risate, ndi)… Che poi, credo che a Riccione la gente si diverta ancora. No?
Tu però vivi a Milano.
Diciamo che mi divido tra Milano e Ravenna. A Ravenna ho una casa-studio dove ho tutto il mio archivio, e dove ci sono anche tutti i miei dischi: è qui che passo il mio tempo quando devo fare ricerca. Ma la maggior parte dell’anno sto a Milano, sì. Mi piace Milano. Ha un’energia particolare. È una città che reagisce con grande prontezza al cambiamento. E il nostro, è un periodo storico dove i cambiamenti sono continui. Stando a Milano, faccio parte quindi di questa energia anche io – e l’idea mi piace molto. Ma non per questo dimentico quanto possa essere importanza e preziosa l’unicità della vita-di-provincia in Italia.
Senti, vorrei chiudere con una domanda banale e, allo stesso tempo, potenzialmente cattiva: ma onestamente, il materiale della colonna sonora di “Atlantide” regge anche se non accompagnato dalle immagini?
Io di musica non ci capisco niente…
…dai, su.
…però mi pare che in questa colonna sonora ci siano dei capolavori assoluti, come ad esempio l’intro, che si chiama proprio “Intro”: una cosa che Sick Luke ha fatto e completato in 15 minuti, ma mi pare davvero una traccia pazzesca. Anche “Venezia discoteca” è incredibile, anche qui di Sick Luke, per farla ha utilizzato delle cose che aveva in archivio – lui aveva appena finito di lavorare al suo primo disco, era in questa fase che per un musicista è molto strana in cui tu il disco l’hai finito ma in realtà devi aspettare che esca, per il mondo questo disco non esiste ancora. Ad ogni modo, io gli ho detto “Ok la trap, ma io nel film voglio anche la techno” e lui ha tirato fuori queste cose davvero forti. Anche “Granchio fuma” e “Fuga finanza” sono strepitose, per dire. Poi c’è tutto il contributo di Lorenzo Senni e Francesco Fantini, un contributo orchestrale, in un filone loro che avevo già utilizzato per “The Challange”, e mi piaceva l’idea di dare continuità: devo dire che hanno dato vita ad un vero e proprio viaggio sonoro che, in qualche maniera, ha qualcosa a che fare con la dimensione psichedelica alla Pink Floyd. In generale, si sente davvero l’impegno sincero che tutti ci hanno messo lavorando alla colonna sonora di “Atlantide”, tutti. Un impegno così forte da dare vita a qualcosa che, secondo me, può davvero andare oltre alle immagini.