“Faccio After”? E chi se ne importa

Allora. Facile che vi sia già capitata davanti, la faccenda di cui sopra, e ve la siate guardata, finendo fra quei 600.000 play di YouTube in dieci giorni, una cifrina non propriamente da poco. Se così invece non è guardatevelo pure adesso, ‘sto video, così capite di cosa stiamo parlando. Fatto? Bene. Fateci indovinare: la prima reazione sarà probabilmente quella di schifo. La seconda reazione a spanne potrebbe essere: “Fate il loro gioco, non dovete parlarne, ‘sta gente offende la club culture e il buon senso – e voi stronzi che gli date pure attenzione ed esposizione!”.

E invece gliela vogliamo dare sì, l’esposizione. Guardatevela tutti, ‘sta cosa, ‘sto video. Perché ci fa del bene. Ci fa capire che dobbiamo stare attenti: ed è un messaggio che va sia ai forti appassionati di club culture che ai forti appassionati di hip hop, sia a chi è innamorato di entrambe le cose (ad esempio, il sottoscritto). Il Pagante, questo forse è meglio chiarirlo, è un progetto serio a metà, nato per fare un po’ di ironia su tutta una serie di luoghi comuni più o meno diffusi tra i “ggiovani”, soprattutto quelli di orbita milanese – anche se ormai certe tipologie riguardano tutta Italia, partono da Milano e si diffondono a macchia d’olio (ci sarebbe da capire perché da Milano hanno diffusione virale su scala nazionale soprattutto le stronzate e non le cose serie, ma questo ci farebbe troppo allargare il discorso).

Ad ogni modo: Il Pagante nasce come progetto che ironizza-su-qualcosa. La loro è la classica ironia contemporanea: quella furba, attentissima a restare in superficie, fondamentalmente innocua, che non si compromette, che fa finta di schierarsi ma in realtà non si schiera. Al confronto Immanuel Casto è Che Guevara, o Karl Marx. E vabbé, pazienza. Non gliene si può fare nemmeno troppo una colpa: ognuno è libero di fare quello che vuole. Non vogliamo prendercela con loro. Che magari, oh sì, ci accuserebbero anche di “non aver capito lo scherzo, la presa in giro”.

…l’abbiamo capita benissimo, invece. E proprio questo ci preoccupa. Certi modi di dire e anche certi modi di pensare contenuti in questo fantastico pezzo hanno, eccome!, un fondamento reale nei discorsi delle persone, lì in giro. Non negatelo. Non neghiamocelo. Ci caschiamo anche noi, ci cascano anche i nostri migliori amici, con questa “mistica da after” che diventa un po’ una burla e un po’ invece una cosa che si fa, si dice e si pratica veramente. Lo si fa magari apparentemente per scherzo, ma lo si fa: si dicono certe cose, si pensano certe cose, si va agli after con quel piglio lì, tutti acchittati con quei cazzo di occhiali da sole addosso. Dite di no. Se questo pezzo de Il Pagante sta funzionando – e sta funzionando – è segno che si basa su qualcosa che accade realmente. Siamo noi, coi nostri comportamenti, che gli diamo gli appigli per questi cinque minuti di felice stupidera. Poi ok, probabilmente nessuno di voi che sta leggendo finisce e incoraggia situazioni paro paro a quelle riprese nel video, però ecco, ci siamo capiti. Con un po’ di sincerità, ci siamo capiti.

La domanda è: perché andare ad un after? Perché ti deve scendere? Ok. Ma se per fartela scendere devi andare ad un after, è segno che non ti sei divertito abbastanza (o ti sei fatto troppo, e male). Oppure, vai ad un after perché sei diventato bulimico del divertimento (o supposto tale): un’ingordigia per cui quello che hai non ti basta mai, ci deve essere più figa, più manzi, più musica, più drink, più questo, più quello, perché se non c’è tutto ciò allora, ecco, “non è abbastanza”. Un consumismo delle emozioni, insomma, che è quanto di più lontano dalle origini sia della club culture che della cultura hip hop: robe nate per portare stile, cultura ed emozioni lì dove non ce n’erano, o dove facevano fatica a prosperare.

Sì: la bulimica etica ed estetica dell’abbondanza, rappresentata simbolicamente e non dal “Faccio After”, Il Pagante la rappresenta perfettamente. Ne rappresenta il lato più stupido, più popolare, oggi diffusissimo, e lo fa assai bene. Un tempo “fare after” era una cosa per niente glamour, riservata ai più coraggiosi ed avventurosi, gente che voleva provare l’estremo, che era talmente calata nelle pratiche dell’elettronica da volerne assaporare gli spigoli più taglienti ed anticonvenzionali: lì dove le leggi di spazio e tempo e ragionevolezza si sovvertono, ma si sovvertono giocando pesante, giocando esplicitamente contro il sistema, senza rete.

Oggi questo significato s’è perso, non c’è nulla di antisistema negli after, almeno in certi tipi di after: Il Pagante ce lo canta, rapper di grido ci mettono l’imprimatur sopra, perché la faccia attuale del rap – tutta protesa all’edonismo e verso un’ironia autoassolutoria che non distingue più fra realtà e presa in giro – è perfettamente funzionale alla filosofia di un after che diventa solo un pretesto per avere, lo ripetiamo, più figa, più manzi, più drink, più droga. Di più di più di più. Un tempo gli mc disprezzavano la musica dance: perché la musica dance era legata alle discoteche e le discoteche erano legate all’edonismo superficiale, non alla cultura (infatti cacciavano tutti i b-boy, o se li accoglievano li accoglievano solo come scimmie ammaestrate da esibire per venti minuti). Altri tempi. Era sbagliata poi la chiusura preconcetta in Italia della scena hip hop verso l’elettronica che è durata anni; ma ora che questa chiusura è superata non è che per forza dobbiamo cadere nell’eccesso opposto, con tonnellate di mc che rappano sulla cassa in quattro e su vocoderismi che manco stessimo all’Ultra trecentosessantacinque giorni all’anno.

Insomma: grazie, Il Pagante. Ci fate vedere quanto stiamo rischiando di diventare brutti e stupidi, vacui e ridicoli, se non ci diamo una piccola botta di coscienza. Non lo fate apposta, non era e non è mica questa in realtà la vostra intenzione: la vostra intenzione è trovare un modo per fare soldi, con un prodotto commerciale che fa finta di prendere in giro un contesto e un concetto in cui in realtà siete dentro coi due piedi. Vabbé, amen. Pensiamo a noi. Non invidiamo, non infamiamo, non perdiamo tempo con voi. Pensiamo piuttosto ad allontanarci così tanto dal vostro mondo, da non essere più nemmeno per sbaglio interessanti come oggetto di una parodia. Gli after sono una cosa seria, in origine. Facciamoli tornare tali. Non un bocconcino di carne da dare in pasto al primo Pagante che passa, insomma.

Anche perché occhio: questo Pagante, nato come burla fra amici, si è trovato in mano le armi grosse (a livello di budget produttivo, di portata distributiva) che derivano dall’essere stati messi sotto contratto da una major. Che una major oggi contrattualizzi qualsiasi cosa diventi rilevante a livello di views su YouTube e popolarità locale – quella de Il Pagante a lungo è stata solo milanese – è un’altra faccenda su cui riflettere. Anche se questa riflessione si potrebbe liquidare in una mossa sola: le major vanno lì dove le porta il soldo. Le major fanno il loro, Il Pagante fa il suo. Noi, se siamo furbi e se abbiamo un po’ di coscienza, abbiamo tutti i motivi e i modi per sfilarci dal loro gioco.