Avevamo accolto con favore l’edizione 2026 di Dissonanze, come vi raccontavamo qui, e ad una settimana dalla fine del festival vogliamo farvi capire come è andata in maniera un po’ speciale. Non col solito report, insomma. Ci va e vi va di lusso: due firme veramente d’eccezione, ciascuna nel suo campo, ci hanno proposto un contributo “diverso”: entrambi erano lì a Roma, all’Auditorium / Parco della Musica, e hanno voluto testimoniare tutto quanto a modo loro.
Prima abbiamo 10 foto (…più 1, perché Moodymann se ne merita due) scattate da Costantino Bedin, che oltre ad essere una delle persone più sorridenti e prese bene che potete incontrare ad un festival o ad una serata è anche e soprattutto un professionista eccezionale, fra i più bravi in assoluto nel fotografare e valorizzare un evento, facendone trasparire l’anima e l’essenza, con una confezione impeccabile ma mai fredda, laccata, “finta”. E infatti: scorrendo le foto, grazie anche alla selezione che Costantino ha fatto espressamente per noi, davvero “arriva” quello che è stato Dissonanze quest’anno.
Finite le foto, Alberto “Bebo” Guidetti, una delle voci più interessanti ed acute nell’osservare ed analizzare il music biz contemporaneo e farlo sia con profondità concettuale ma anche con felicità narrativa, dopo la bella intervista a Milano Paranoia ha voluto fare un altro regalo a Soundwall, con un racconto nato a Dissonanze – ruota in parte attorno all’esibizione di Octave One al festival romano – ma che in realtà è una esplorazione emotiva di cosa ancora possa significare clubbing oggi, di quali emozioni nel bene e nel male sia in grado smuovere. Ed è un promemoria importante, oggi che sempre si pensa – o ci vogliono far pensare – che il clubbing si possa vivere anche scrollando su Instagram o TikTok.
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Se mi chiedono di ballare la techno non so come fare
Circa al 71esimo minuto di “Santa Maradona”, i due protagonisti (Stefano Accorsi e Libero De Rienzo) discutono del fatto che per tutta la vita puoi muoverti come cazzo ti pare, ma se ballando sorpassi la linea immaginaria della spalla con le mani è finita: sei gay. Un discorso abbastanza delirante, in un film stupendo così ricco di cose da citare che lascia questa come una delle scene meno memorabili.
Epperò a me è sempre rimasta in mente. Non perché abbia il timore di sembrare omosessuale quando ballo, ma perché a chiunque sarà capitato di chiedersi come appare mentre si muove cercando di seguire il ritmo. Qual è la tua divisione di riferimento? Il kick? Il movimento dei tops? Il basso? L’arrivo degli stab? Quante altre sottosezioni posso nominare particolareggiando sempre di più?
Qualcuno starà pensando: a me non importa niente, come sento il ritmo io parto. Bravi, avete superato l’esame anti-vergogna, ma non sentitevi migliori degli altri, perché purtroppo per tutti e per fortuna di chiunque questa faccenda del ballare era, è e rimarrà sempre una faccenda collettiva prima ancora che privata. D’altronde il ritmo serviva agli eserciti per marciare compatti prima ancora che esistesse la radiotrasmittente per sincronizzare le truppe*, o l’idea di “esercito professionista”. Attenti quindi quando vi parte il piedino alla seconda battuta di “Jaguar” di Rolando: potrebbe essere un vostro avo coscritto che vi parla da qualche millennio addietro.
Alla fine, malgrado tutto, succede di muoversi. Non uso la parola ballare, ma comunque muoversi già indica che qualcosa sta succedendo fuori e dentro di noi: stiamo mollando l’ancoraggio terreno per accedere, più o meno esplicitamente, a un sistema più libero e dalle funzioni vagamente divinatorie. Come facevo a sapere che qui ci sarebbe stato un break, se non ho mai sentito prima questo brano? Non è nemmeno un djset, è un live. E già che sono qui – novello oracolo di Delfi grazie alla techno: il Bologna vincerà mai la Champions?
Non siamo qui a offrire risposte semplici a problemi trascurabili, tuttavia muoversi in mezzo a degli sconosciuti richiede una forma di fiducia che nella vita diurna non concediamo praticamente mai. Accettare cioè che qualcuno di cui non saprai il nome, né il mestiere, né l’opinione sul salario minimo, occupi per qualche ora lo stesso metro quadro di aria calda e sudata che occupi tu e che quel metro quadro diventi, per quelle ore, l’unica patria condivisa che vi resti. Nessuno ci ha spiegato le regole, eppure le conosciamo tutti: la spallata moderata è tollerata, il gomito nel fianco no; se ti volti e trovi due occhi già puntati sui tuoi, si annuisce e si torna ciascuno al proprio kick (o dove la testa fa mettere le orecchie); se qualcuno cade lo si tira su, sempre, anche se è un coglione. Sono le stesse regole non scritte di un branco che si abbevera allo stesso stagno mentre il leone dorme altrove. E qui torna il punto di prima: non sai come fare, ma sai che fare. È una competenza filogenetica, non didattica. Nessuno impara a stare in pista come si impara la tabellina del sette.
Poi, immancabile, arriva la sete. E la sete introduce il primo dei riti liturgici della serata: andare a prendere da bere. Che è un gesto molto meno banale di quanto sembri, perché comporta una piccola morte e una piccola resurrezione. La piccola morte è lasciare il tuo posto, il tuo punto esatto rispetto all’impianto, quel triangolo aureo che ti eri conquistato dopo venti minuti di micro-negoziati corporei, sapendo benissimo che al ritorno non ci sarà più: sarà stato inghiottito, riassorbito, come una ferita che si rimargina. La piccola resurrezione è la coda al bancone, che è forse l’unico luogo del club dove si torna umani e diurni, dove ci si guarda in faccia, si urla un ordine, si contratta col barista in una lingua fatta di indici alzati e transazioni elettroniche (anche loro). Il bicchiere di plastica che riporti indietro nella pista tenendolo alto sopra la testa come un calice, o come un neonato che salvi dalla piena, è la prova che sei andato nel mondo e sei tornato. Giovanni Apostolo scrive nel famoso dialogo con la Samaritana: “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno”, ma qui caro Giovanni, bastano anche solo i 10 minuti che può durare il drink per far sì che il tuo corpo ricominci daccapo la contabilità del ritmo.
C’è poi chi a un certo punto sente il bisogno di cercarsi qualcosa nelle tasche, impiegando un tempo irreale e costruendo fantasie e incubi sulla perdita e l’abbandono: la sigaretta è il secondo sacramento. Accendersi una sigaretta è la camera di decompressione della notte, il suo confessionale a cielo aperto. La musica arriva ovattata, filtrata dalla botta nicotinica e in quella distanza improvvisa si dicono cose che fuori da quella pausa di godimento sublime non si direbbero: ci si innamora per cinque minuti, si litiga, si fa pace, si scambiano accendini che non torneranno mai al legittimo proprietario**. Fuma anche chi ha smesso, anche chi non ha mai fumato, perché la sigaretta lì non è nicotina, è grammatica umana: serve a risignificare una frase dentro un discorso che altrimenti non avrebbe senso.
E c’è, per qualcuno, la parte che si nomina a mezza voce. Non serve fare l’inventario né fingere che non esista: una quota di quel corpo collettivo, in ogni pista del mondo e da sempre, cerca una scorciatoia chimica verso lo stesso posto dove gli altri arrivano a piedi. Non è questo il pezzo per farne l’apologia né la requisitoria e non sarò io a compilare listini o istruzioni. Mi interessa solo notare, da cronista, che il desiderio sotto è identico per tutti, sostanza o non sostanza: sciogliere per un po’ l’io ipertrofico che ci portiamo appresso tutto il giorno, quell’io che valuta, che si vergogna, che si chiede se sta superando con le mani la linea immaginaria della spalla. Il punto d’arrivo è lo stesso, cambiano solo i mezzi di trasporto. Guidate con prudenza.
Perché poi, sotto a tutto, quasi tutti stanno pensando a scopare. Non necessariamente con qualcuno di preciso, spesso con nessuno: è più una condizione atmosferica che un progetto. La pista da ballo è un dispositivo che alza di qualche grado la temperatura erotica della folla e poi non fa succedere quasi niente, ed è esattamente in quel quasi niente che sta il piacere. Si guarda, si viene guardati, ci si sfiora nel varco tra due corpi e ci si scusa senza scusarsi. Anche qui: non sappiamo come fare (nessuno lo ha mai saputo, la storia dell’umanità è la storia di gente che non sa come fare e malgrado tutto scopa lo stesso) ma sappiamo che fare, e cioè restare, insistere, offrire da bere, dire una frase idiota sperando che la musica la copra e che la controparte rida per educazione lasciando aperto un varco emotivo. È il grande equivoco su cui si regge tutto: crediamo di essere lì per l’incontro e invece siamo lì per l’attesa dell’incontro, che dura più a lungo, costa meno e non delude quasi mai.
Ed è qui che la faccenda si stringe e diventa la cosa che volevo dire fin dall’inizio. Perché in mezzo a tutto questo, al bere e al fumare e al desiderare e al non sapere, all’incontrarsi, succede a un certo punto una cosa strana: smetti di essere uno. Per qualche battuta, di solito verso il 28esimo minuto, c’è un sentimento che spinge oltre la linea di confine tra te e gli altri, una linea che si fa porosa. Ti muovi come si muove la persona alla tua destra, non perché la imiti, ma perché state entrambi obbedendo alla stessa istruzione arrivata dallo stesso impianto. Sei singolo e molteplice nello stesso istante: ancora tu, con il tuo mal di schiena e i tuoi debiti e la tua relazione tossica col Bologna Football Club, ma già parte di un animale più grande che respira a tempo. È la cosa più vicina alla trascendenza che a un adulto laico e disincantato sia dato di provare stando sobrio, o quasi. È religione senza dio, esercito senza guerra, coro senza spartito.
“All the way from Detroit, Michigan. Representing four brothers. – dice la voce di Kenny Dixon Jr. aka Moodymann che arriva dal PA dopo le due ore in consolle con Marcellus Pittman per un djset eccezionale, clamoroso – I would love to introduce to you, the world famous, Detroit legends. The only. The one and only: Octave One”. Ed è per tutto quanto detto sopra, che gli Octave One dal vivo a Dissonanze, sono stati per me l’oracolo che si manifesta. Perché Lenny e Lawrence Burden, quei due fratelli di Detroit chini sulle macchine come su un motore aperto, costruiscono la profezia davanti a te, adesso, una volta sola e mai più uguale. Disvelano il segreto senza darti la garanzia che si ripeterà, senza trasmetterti la sufficiente conoscenza per riprodurlo, ma trasmettono un atto fiduciario nei tuoi mezzi: puoi farlo. Cosa? Come? Puoi farlo, vai avanti.
Vedere un live degli Octave One significa assistere al singolo e al molteplice mentre nascono insieme, in tempo reale, sotto le tue scarpe, in mezzo al tuo petto, dentro la tua testa. Vieni individuato e con te chi sta accanto, e poi ancora un po’ più in la. L’ordine di comparsa degli elementi – umani o macchinici – non è significativo ma è lo spirito guida che guida la mano mentre alza il filtro un decimo di secondo dopo che tu, in pista, l’avevi già sentito arrivare (torniamo alla funzione divinatoria di cui sopra: come facevi a saperlo? Non lo sapevi. Lo sapevate). La pista intera fa la stessa cosa nello stesso istante, mille persone che non si conoscono e non si conosceranno mai per una manciata irripetibile di minuti abitano lo stesso corpo. Lì dentro non c’è più la linea immaginaria della spalla. Non c’è più il timore di come appari. Non c’è lavoro, mal di schiena, famiglia, struggimenti, il Bologna football Club e la sua ennesima stagione di sofferenze. Ci sei tu, ci sono gli altri, c’è la ritualità del ballo e due che scandiscono un tempo. Finalmente non serve sapere come fare, perché per una volta, sai perfettamente cosa fare.
* Non è una metafora. La marcia cadenzata sincronizza i corpi molto prima che qualcuno decida di ammazzarsi, ed è per questo che quasi ogni esercito prima di combattere balla, cioè marcia, cioè fa la stessa cosa nello stesso momento finché cento paure separate non diventano un animale solo.
** La fenomenologia dell’accendino da club meriterebbe un trattato a parte. Nessuno, in tutta la storia della vita notturna, ha mai posseduto un accendino: lo si ha soltanto in comodato temporaneo, in una catena di prestiti che risale all’origine dei tempi e non torna mai indietro. Tu ne presti uno, non lo rivedi; qualcuno te ne presta un altro, che a sua volta era stato prestato a lui e così via a ritroso fino a un ipotetico accendino zero, l’accendino primo mobile, acquistato una volta sola da qualcuno che nessuno ricorda e da allora in perenne circolazione, come una moneta che ha perso il conio ma non il valore. La prova sperimentale è alla portata di chiunque: controllate le vostre tasche a fine serata. O ne avete tre che non sono i vostri, o non ne avete nessuno. Il pareggio, statisticamente, non esiste. C’è però un’eccezione, tanto rara quanto miracolosa, ed è ritrovarsi a fine serata con un Clipper non proprio. Statisticamente irrilevante e proprio per questo incredibilmente prezioso: il Clipper altrui è il sacro graal del tabagismo, un oggetto che l’affidatario non ha rubato ma requisito, attorno al quale costruirà nei tempi successivi una piccola leggenda personale (dove l’ha preso, di chi era, la serata in cui è successo). Lo custodirà con una solerzia che non ha mai dedicato a niente, fino al giorno in cui lo perderà senza sapere come né dove, in una serata insolitamente tranquilla.