Degli anni ’80 è restato fin troppo, con buona pace di Raf e dei suoi fan; e invece della Biennale Musica nel biennio del regno di Caterina Barbieri temiamo resterà, purtroppo, troppo poco, troppo poco rispetto a quello che avrebbe potuto essere.
Una sensazione strana.
Che va spiegata, articolata.
Partiamo da un presupposto: quasi sicuramente non ci saranno nell’immediato futuro altre Biennali con la direzione artistica sua. Lo ha detto lei a persone di fiducia e in qualche intervista, lo suggerisce anche il buon senso, ma in primis buon senso pro domo sua: perché la carriera di Caterina è stata palesemente rallentata da un compito che sembra bello, ben retribuito, pieno di soddisfazioni e spensierato, quello della direzione artistica, ma applicato su un contesto così prestigioso, imponente, articolato e limaccioso come quello della Biennale Musica diventa impresa titanica.
Che sia prestigioso, va da sé, è o dovrebbe essere chiaro a tutti; che sia imponente, basti pensare alla responsabilità di tenere alto il nome di Venezia, di sfruttare al meglio lo scenario che offre quella che è probabilmente la città più magica del mondo (e che alla Biennale Musica offre uno dei suoi scrigni più segreti ed affascinanti, il bacino dell’Arsenale); che sia articolato, è sufficiente guardare al numero di concerti ed installazioni che vanno messi in calendario, numero sostanziosissimo; che sia limaccioso, beh, lo è per mille motivi: per la somma dei tre aspetti precedenti, per il numero di persone che ti aspettano col fucile puntato tifando una tua inadeguatezza e dei tuoi passi falsi (perché tu Caterina Barbieri sei per molti una “usurpatrice”, visto che non arrivi dal mondo classico dell’accademia, della contemporanea), per il fatto che comunque qualsiasi cosa tu possa fare, ci sarà sempre qualcuno o qualcosa a ricordarti che la Biennale Musica è “…più grande di te”.
Al solito report di grandissimo pregio, sulla Biennale, arrivano dal Giornale della Musica, e il 2026 non fa eccezione: il “Bello, ma…” con cui è riassumibile la lunga ed accurata analisi di Stefano Nardelli è un concetto che abbiamo sentito da più parti, parlando con colleghi ed addetti ai lavori per mille ragioni contigui all’universo sonoro, etico ed estatico della Biennale Musica veneziana. Gente insomma che ne sa. È una critica corretta? C’è veramente una mancanza di un “indirizzo forte”, nella pluralità (stilistica, geografica, generazionale, attitudinale…) di proposte approntata in questi due anni dalla Barbieri? La risposta non è univoca.
In realtà pensiamo che l’indirizzo forte ci sia stato. Questo nasce dalla constatazione che il programma di queste ultime Biannali avrebbe potuto essere una sorta di versione potenziata e un po’ più per adulti di eventi come l’Unsound, il CTM, l’Atonal, la parte diurna del Sónar (…RIP?): se così è – e probabilmente lo è – vuol dire che comunque uno stacco riconoscibile rispetto ad altre Biennali Musica c’è stato. La critica però potrebbe diventare: quanto c’è di “forte” nel portare un altro modello già codificato? E quanto è fragile come alibi dire di aver comunque puntato forte sull’idea di “acqua” per la curatela dell’anno scorso, per dimostrare che si coglieva la peculiarità dell’essere a Venezia?
(Gigi Masin, nella trasposizione live di “Wind” al Teatro Piccolo Arsenale, foto di Andrea Avezzù, continua sotto)

In effetti, che Venezia sia una città contrassegnata dall’acqua è, perdonate il gioco di parole e concetti, un po’ una scoperta dell’acqua calda. Vero. Ma alcune idee di quest’anno – il coinvolgimento dell’istituto di detenzione femminile della Giudecca, il riconoscimento e lo spazio dato al venezianissimo Gigi Masin, uno che altrimenti l’ecosistema Biennale lo vedrebbe col binocolo mentre invece è stato riscoperto da anni dall’aristocrazia atonal-dekmanteliana – sono comunque molto site specific, così come è bella l’idea di trapiantare in uno degli spazi dell’Arsenale il simulacro del Nightingale Bar di Tokyo (la creatura di Masaru Hatanaka, un concetto di listening bar applicato a noise, ambient e multimedia) o il rito dei baloeiros brasiliani, o il dare il Leone d’Oro a un bizzarro irregolare come Keiji Haino. Così come è straniante da un lato ma perfettamente logico in un’ottica di Biennale caterinbarbieriana dall’altro vedere passare Alif Hilal (già Lyra Pramuk) dal Robot Festival bolognese alle Tese dell’Arsenale veneziane. Insomma: l’indirizzo non è mancato. Il marchio forte c’è, è stato apposto.
(Il Bar Nightingale di Tokyo rivive a Venezia, foto di Andrea Avezzù; continua sotto)

Tornando però alle case history Masin ed Hilal, il problema forse sta a monte.
Abbiamo avuto modo di assistere alla trasposizione dal vivo di Wind di Gigi Masin, ed è stata tanto gradevole quanto sottilmente deludente: in trio, sì, ma con molte parti preregistrate, qualche imperfezione, nessuna trovata particolare, nessun momento davvero tagliente o sorprendente – restiamo convinti che l’occasione di giocarsi un concerto nel salotto buono Biennale poteva essere giocata meglio. E per quanto riguarda Alif Hilal, se da un lato la sua esibizione in trio con Mohammad Reza Mortazevi ed Islam El-Ghazouly ha avuto momenti intensi e coinvolgenti, dall’altro ci sono stati degli attimi in cui le sue evoluzioni vocali al microfono erano, ad orecchie allenate e “biennaliche”, un po’ velleitarie. Ed usiamo un aggettivo cortese. Così come sempre un po’ velleitaria, sempre ripetiamo ad orecchie di un certo tipo, può apparire la bellezza di Wind di Masin: una bellezza spesso costruita su educati arpeggi in maggiore per “fare atmosfera”.
Perché poi succede che senti le partiture di Arvo Pärt trasposte vocalmente dai mostruosamente bravi Tallis Scholars nella Basilica di San Marco e sì, ti rendi conto che c’è una differenza. Una enorme differenza, nel trattare “minimalismo” e “atmosfera”, quando si ha un certo tipo di preparazione su partitura.
(È stato magico: The Tallis Scholars alla Basilica di San Marco, foto di Andrea Avezzù; continua sotto)

In generale, l’impressione è che il biennio Barbieri abbia avuto il pregio di imporre alla Biennale Musica un marchio, una direzione, una vibrazione, ma anche il difetto di non aver mai affondato il colpo con qualcosa di davvero memorabile, un progetto o un colpo di scena di cui parlare per anni, limitandosi invece a compilare buona pratiche e buone idee in giro per il (suo) mondo. Abbastanza per condannarla e criticarla? Secondo noi no, secondo noi ha fatto il suo, anche considerando che alla sua nomina aveva sempre fatto la musicista, non la curatrice di grandi eventi mondiali. Abbastanza però per dire che comunque si poteva fare di più, il segno poteva essere più personale e profondo, e magari lo sarebbe stato mettendo più e meglio in dialogo classico contemporaneo ed intellettual-atonal-unsoundiano? Ecco, quello forse sì.
Ma questa è una critica che non nasce da una inadeguatezza strutturale delle idee in sé di Caterina Barbieri come direzione artistica. Le idee sono buone (molto bello per dire anche il catalogo ufficiale, che le racconta e riassume), clamorose cadute di gusto e di stile e di contesti ci pare non ce ne siano state mai (fra quello che abbiamo visto e quello che ci è stato raccontato), il fatto poi che il pubblico abbia risposto presente e che anzi finalmente sia tornata una grande varietà anagrafica e di background fra chi paga per andare alla Biennale Musica è un risultato incontestabile e, soprattutto, prezioso, da far fruttare. E non è certo colpa di Caterina Barbieri se i momenti clubbing (ottime scelte Polygonia e Surgeon!), che continuano a sembrarci un grande potenziale inespresso per far brillare ancora di più internazionalmente il tutto, sono penalizzati dai soliti limiti dello spazio scelto in Forte Marghera, a Mestre: l’evento è sold out da settimane, dentro però la sala è mezza vuota, per limiti di capienza discretamente assurdi.
(Polygonia in azione, foto di Andrea Avezzù; continua sotto)

E ora? Ora, intanto, evitateci Beatrice Venezi, evitateci una “televisizzazione” della Biennale, come invece – parlando di altri ambiti – è accaduto al Torino Film Festival. Il problema nel caso della Venezi non è politico, sia chiaro: non è quello il punto. Il punto è che ci vuole qualcuno che in questi anni abbia avuto il coraggio, la cazzimma e un po’ la follia di provare a percorrere più mondi insieme in modo diagonale, alternandoci sintesi e cesure: quello classico e quello dell’elettronica, quello del jazz e quello sperimentazione radicale, quello della performance spettacolare e dell’indagine storico-letteraria. Qualcuno insomma che abbia avuto finora intellettualmente parlando una vita avventurosa ma scomoda.
Caterina Barbieri, che nel suo è una musicista di alto livello e in generale una persona molto curiosa ed intelligente, alla fine ha avuto nel suo iter artistico – pur con tutte le difficoltà che può avere chi fa musica oggi, per giunta non pop – un percorso di suo abbastanza “comodo”: perché ben tracciato, ben riconoscibile, ben codificato. Lo ha messo, questo percorso, come probabilmente meglio non poteva in questi suoi due anni di Biennale. Se non c’è stato quel tocco in più, quella sfida “ulteriore”, quel gesto folle e grandioso a mettere in dubbio le convenzioni ed a spiazzare tribù contrapposte, gliene si può dare la colpa fino ad un certo punto: perché di direzioni artistiche routinarie se ne possono avere anche fra chi vede solo Berio e Sciarrino o, peggio ancora, Bizet, Mendelssohn e Tchaikovsky. Le Biennali Musica del 2025 e del 2026 sono state buone Biennali. Non memorabili, ma buone, forse addirittura più di buone. Hanno avuto un’identità. Hanno attraversato ambiti e generazioni. Sono state vive. Sono state ben accolte dal pubblico (…meno dalla critica, ma chi se ne importa della critica oggi – e vale anche per queste righe?). Vi pare poco? Non lo è.
Eppure, l’impressione è che ora entrambe le sponde – quella classica, e quella intellettual-techno-elettronica – faranno a gara a mettere in ombra questi due anni, a farli risultare una parentesi non memorabile, non da tramandare. Ciascuna per sue proprie ragioni, sue proprie convenienze, sue proprie strategie. Il che va bene giusto se diventa un preludio a qualcosa di meglio, o ad una tensione verso un modo per arrivarci. Se sarà così, staremo a vedere. Abbiamo troppo imparato ad aspettarci il peggio – non nella musica, proprio nelle cose della vita; ogni tanto, tuttavia, il destino felicemente smentisce. Come nel caso – nota molto personale – delle ultime elezioni a Belgrado, quando è accaduto ciò che sembrava impossibile: e meno male.