Best of the year to come: 2019

CORINALDO

Cosa ci portiamo dietro dal 2018? Il primo pensiero va a Corinaldo, ai tragici fatti della Lanterna Azzurra. Va anche alle mille parole che sono state spese – secondo noi anche pesantemente a casaccio – subito dopo questo gravissimo fatto. Ecco: la paura è che il 2019 porterà, almeno all’inizio, ancora più isterica demonizzazione e morboso attaccamenti alle leggi nell’industria dell’intrattenimento musicale contemporanea, anche quelle più miopi ed assurde. Perché in Italia va così: dopo un fatto increscioso o tragico, si reagisce nel modo più ottuso possibile. Inasprendo, vessando, mettendo tolleranze zero: come se questo servisse a rimettere a posto cose che no, non si possono rimettere a posto.

Ci vorrebbe il buon senso. Non solo la legge, che quella comunque ci vuole, ma anche il buon senso. E il buon senso, tra le altre cose, imporrebbe di ripensare completamente il quadro legislativo italiano per quanto riguarda pubblici spettacoli ed agibilità delle venue: non lo diciamo (solo) noi, lo dicono tutti quelli che operano nel mondo dell’intrattenimento notturno, e girano magari pure un po’ l’Europa. In un paese normale e sensato, nel paese cioè che vorremmo, dopo i fatti di Corinaldo si creerebbe subito un tavolo di confronto tra autorità ed addetti al settore (…tutti gli addetti: la pubblica sicurezza e i promoter, esperti e sociologi, direttori di produzione), e si cercherebbe una soluzione condivisa per migliorare la situazione. Con-di-vi-sa. Ma l’Italia è anche il paese dove uno dei network televisivi più importanti subito dopo i drammatici fatti della Lanterna Azzurra chiama a concionare come esperto Dj Aniceto (…già a libro paga di governi precedenti come fantomatico “esperto del mondo della notte”: io di astrofisica ne so di più, e sono anche meno in malafede). Dove vogliamo andare, così?

Intanto andiamo che uno dei club più sicuri d’Italia e meglio organizzati d’Italia, il Serendipity di Foligno, è stato chiuso d’autorità per delle irregolarità non sostanziali ma formali. Chiuso proprio ora, a Capodanno. Quando era stato organizzato per il 31 un bel summit a tre tra loro, Tangram (che sta facendo un lavoro importantissimo nel valorizzare gli italiani e la dimensione live nel clubbing) e il Fat Fat Fat (fra i nostri più amati, ma lo sapete).

Non vorremmo fosse solo il primo caso di una lunga serie. Sarebbe la reazione più stupida, immatura ed infantile da parte delle autorità competenti – e anche da parte dell’opinione pubblica, se continua a non capire che le leggi in Italia sul pubblico spettacolo vanno ripensate, e ripensate non significa inasprite.

Se poi ci dite che la vita delle persone non va messa in pericolo, l’elenco di elementi che mettono sì in pericolo la vita delle persone ma sono perfettamente legali (dal tabacco all’alcool fino al traffico nelle strade: 3400 morti in un anno per quest’ultimo, quasi dieci al giorno) sarebbe, beh, curiosamente lungo. Nella crociata contro le discoteche, i club, i concerti, il divertimento notturno c’è in realtà un retrogusto moralista e retrogrado che, più che retrogusto, è un miasma mefitico. La vita non è certo solo far baldoria di notte con Loco Dice o andare ai concerti di Sfera Ebbasta, ci sono miliardi di cose più importanti; ma questa insistenza nazionale del guardare con censura e scandalo tutto ciò che rientra nei gusti dei trentenni, ventenni, teenager è una delle tante manifestazioni della sclerosi e del momentaneo declino di una nazione, che si fa sempre più vecchia e non si accorge di agire sempre più da vecchia poco lucida spaventata e rancorosa, ripiegata su se stessa. Sappiatelo.

A voi piace? A voi va bene? A noi, no.

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LA CRISI

Poi. Proseguiamo. Ah, a proposito di “declino di una nazione” va detto che il senso di crisi e declino è qualcosa che è molto appiccicato anche proprio al clubbing negli ultimi anni, ed è qualcosa di cui effettivamente molto si parla tra gli addetti al settore. Vero: i club chiudono. Vero: non siamo più negli anni d’oro in cui il divertimento notturno era un terreno inesplorato e/o una gallina dalle uova d’oro, dove tante persone si sono arricchite divertendosi – e senza nemmeno fare troppa fatica. Per anni è stato così. Non nascondiamocelo.

Beh, sapete che c’è? Siamo contenti che questo declino sia arrivato. Siamo contenti della crisi. E’ arrivato il momento di iniziare un nuovo capitolo. Molti lo hanno già iniziato, dal basso, rimboccandosi le maniche. Anche perché il declino non tocca chi è sempre stato povero, alternativo e fuori da ogni connessione o pratica redditizia; ma tocca in primis chi in questi anni ha vissuto di rendita, chi ha fatto poco o nulla per innovare, chi ha pensato che bastava chiamare sempre i soliti nomi stranieri “di qualità” (nel frattempo sempre più cari, per colpa di quelle sanguisughe degli agenti internazionali, a cui gli agenti italiani devono solo obbedire…) per fare il compito e portare a casa la pagnotta.

No. Un periodo storico è finito.

Un periodo in cui è stato fondamentale, anzi, FONDAMENTALE (il caps ci vuole) la presenza degli ospiti stranieri “di qualità”, ok? Per svecchiare il nostro panorama delle discoteche più “localaro”, per (ri)sintonizzarci con l’Europa, per farci sentire parte di un network globale e non la stanca provincia dell’impero. Ora però ci siamo. Tutto questo, non è più (così) necessario. Ora, lo dicevamo l’anno scorso e vediamo che sempre più segnali vanno in questa direzione, è il momento di valorizzare i talenti di casa propria. I resident. I dj/producer italiani che spaccano. Quelli che non si sono mai venduti alle mode, quelli che quando andava la minimal non facevano la minimal, quando faceva figo dire di fare techno-dub non scrivevano nelle loro bio di fare techno-dub, quelli che quando ha preso a regnare il Berghain non suonavano techno berghainiana; e anche quelli che se suonano oggi alla Theo Parrish o alla Dekmantel non lo fanno da cinque minuti o da un paio d’anni, ma da una vita intera – perché questo è il loro gusto, lo è sempre stato, non sono dei wagon jumper. Così come si può trovare un mare di qualità in chi suona in altre maniere: techno anche berghainosa, house anche “facile”, minimal rigorosa, quellochevolete. Basta non essere schiavi delle mode del momento. Basta questo.

Perché ora che il mondo della moda vera, vedi ad esempio chez Circoloco, sta azzannando la carne fresca del clubbing (perché fa figo, è divertente, è affascinante…) e ne succhia il sangue, ve ne siete accorti?, ora più che mai dobbiamo stare attenti a non farci risucchiare da meccanismi che in sé non hanno nulla di male – moda ed alta moda sono mondi affascinanti e creativi – ma che non c’entrano nulla con la musica. Che è un tipo di creatività completamente diversa. O almeno, dovrebbe esserlo.

 

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“modernism”

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Ad ogni modo: vediamo tanti piccoli segnali di rinascita “dal basso”, di dj di casa nostra che iniziano a girare lo Stivale raccattando date magari poco pagate (centinaia di euro, invece delle migliaia e migliaia dei guest stranieri) ma intanto le raccattano. Abbiamo costruito in questi anni in Italia – e con Giant Steps qui a Soundwall lo abbiamo testimoniato, quando abbiamo iniziato la rubrica sembrava un azzardo – un bacino di talento ed abilità di un livello che dieci anni fa ci sognavamo. Le eccellenze c’erano anche dieci, venti, venticinque anni fa; ma oggi abbiamo un livello medio che è su-per, questa è la differenza. Sfruttiamolo. Impariamo a sfruttarlo. Impariamo ad amarlo. Il 2019 potrebbe essere davvero l’anno giusto. Invece di essere solo un altro anno dove ci si lamenta ancora di una crisi che c’è sì, ma riguarda un modo ormai inattuale o comunque logorato di concepire il clubbing dalle nostre parti.

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LA FINE DELLA COMPETIZIONE

E comunque, 2019, già che ci sei: vorremmo un’altra cosa. Sì, lo sappiamo, lo abbiamo appena detto: la torta si è fatta molto più povera. Girano meno soldi. Non è più come un tempo, che se eri un minimo sveglio e sgamato per te il clubbing non era solo un divertimento ma anche un affare. Quello che potresti portarci, 2019, è un anno di incattivite, sempre più incattivite guerre fra poveri.

Ma per una volta, a noi piace vedere il bicchiere mezzo pieno. Ed abbiamo questa idea: proprio per il fatto che girino meno soldi, la gente potrebbe iniziare ad essere meno competitiva e molto più collaborativa. Perché sì, mettitela via: sarà più difficile fare una soldi facili e veloci con la musica, con le serate. Sarà più difficile viverne. Almeno per un po’. Il momento giusto per scoprire quel simpatico ma molto sottovalutato adagio per cui “L’unione fa la forza”. L’unione. La collaborazione. Lo scambio di idee e di risorse. Senza troppi interessi economici in mezzo, queste sono cose che – credeteci – vengono molto più facili, spontanee, disinteressate ed immediate.

Il che, attenzione!, non significa nuovo pauperismo. Non significa nemmeno che bisogna fare le cose gratis. Nossignore. Ma se un tempo 100 euro erano un pulviscolo, oggi in tempi meno opulenti possono fare la differenza un po’ per chiunque: sia nel darli che nel riceverli. E allora, impariamo a dare poco, ma a darlo a tutti, invece di dare 2000, 5000, 10.000, 25.000, 50.000 euro al “solito” guest straniero e gli altri ciccia (…anche perché nel frattempo a fine serata scopri che ci sei andato sotto, con un guest che un tempo ti aveva fatto straguadagnare… perché un tempo costava la metà, per non dire un decimo).

Ecco, caro 2019.

Potresti portarci un sacco di problemi. Potresti portare a un sacco di complicazioni. Potresti portare a giri di vite, a chiusure dolorose, a stasi e pessimismo. Sei molto più povero e dimesso di anni precedenti, all’apparenza.

…eppure, abbiamo l’impressione che sarai un buon anno. Che potresti davvero essere un buon anno. Semplice, essenziale, alla buona, un po’ simpaticamente straccione – ma con un sacco di belle idee ed entusiasmo sinceri, appassionati, non fashionisti.

Prosit, come direbbe Sven!

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Ps. Infatti è anche un po’ colpa vostra, e lo diciamo sorridendo, se l’articolo più letto del 2018 per Soundwall sono due righe agili e scherzose sul buttadentro berghainiano rimbalzato, invece dei tantissimi longform approfonditi che vi abbiamo offerto quest’anno (e che comunque hanno raccolto molta attenzione: grazie!). Poi la gente arriva a dire “Eh, sempre con gli articoli acchiappaclick“; peccato che chi si affretta a dire cose del genere oltre a non saper contare e aver bisogno di un abaco, poi si fa pure stranamente di nebbia quando c’è da commentare una intervista fatta bene, una recensione acuta, un approfondimento coi controcazzi.

Sapete che c’è? Sven ci sta più simpatico di voi. “Not tonight. Not on this website“.

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