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Best of 2018: Albums

Che anno è stato musicalmente il 2018? È possibile dare una risposta sensata a questa domanda? La risposta è no, il 2018 è stato un anno esploso in mille direzioni come una pallina lasciata rimbalzare in una stanza vuota.
C’è il passato che ritorna e che si veste di novità, e ci sono scampoli di un futuro possibile forse ancora più confuso di questo ma sempre più eccitante.
La verità è che di dischi belli ne sono usciti tanti e quella che trovate qui sotto è una classifica realizzata mettendo insieme le lista di gran parte della redazione di Soundwall, andando poi a scegliere i più votati.

I primi a restare colpiti e stupiti dai risultati siamo stati noi stessi, ma forse anche per questo siamo orgogliosi del quadro di varietà e diversità che siamo riusciti a rappresentare.
Mettetevi comodi. E buon ascolto.

 

1. Nu Guinea “Nuova Napoli”

One nation under one “ue ue”. I Nu Guinea non hanno inventato nulla, non sono neanche stati i primi a cimentarsi con un determinato tipo di revival del Napoli Sound, ma è indubbio che lo abbiano fatto in grande stile e con un disco riuscito sotto ogni punto di vista. Ascoltare “Nuova Napoli” è come assistere a un immaginario festival del funk partenopeo riveduto e corretto in una chiave buona anche per la pista. Può sembrare paradossale trovarlo ai vertici di una classifica dei dischi del 2018, ma non è così. La scena napoletana si è ripresa un primato nazionale che per troppo tempo era sembrato smarrito e i Nu Guinea hanno rimesso il Vesuvio al centro del villaggio. EC

2. Oneohtrix Point Never “Age Of” 

Non c’è storia, “Age Of” ci ha convinti fin da subito e non è un caso che arrivi dritto nella lista dei migliori album di questo 2018. L’ultima fatica di Daniel Lopatin è un disco che racconta in maniera limpida il presente musicale, dove la sperimentazione elettronica incontra la melodia pop e, nondimeno, alza l’asticella per tutto ciò che può essere considerato “Digital Folklore” ovvero un pre-modernismo che viene, per così dire, ricreato/simulato digitalmente in musica attraverso le macchine elettroniche. Sembra una roba complicata – e infatti lo è – ma il risultato finale risulta eccezionalmente accessibile. Un capolavoro. MN

3. Low “Double Negative” 

Invecchiare come sono invecchiati Low, con ancora la voglia e il coraggio di rimettere tutto in discussione, non è una cosa che capita tanto spesso. Anzi: forse non succede quasi mai.
“Double Negative” è il loro quattordicesimo disco, uno dei migliori della loro carriera. Un album avventuroso, difficile ma al tempo stesso avvolgente, avant, ma con sentimento. Un capolavoro vero. EC

4. Sophie “Oil of Every Pearl’s Un-insides”

Per il primo album di un’artista e produttrice già all’apice dell’hype la definizione di “crocevia” era forse addirittura riduttiva, eppure Sophie ha rispettato e per certi versi addirittura superato le aspettative, facendo quello che sa fare meglio: melodie di una catchiness sconfinata, che ti entrano in testa e non ti lasciano più, ma con un’estetica spiazzante, familiare e aliena al tempo stesso, disturbante e confortante. Ci ha messo la faccia, nel suo primo album, ci ha messo la cassa dritta e i momenti più intimisti, ma soprattutto ci ha messo un sacco di cose che a distanza di mesi continuano a stupirci quando lo ascoltiamo, e che probabilmente lo faranno ancora molto a lungo. MT

5. Yves Tumor “Safe in the Hands of Love”

C’è una teoria stramba secondo cui Yves Tumor in realtà sia solo una faccia. Un corpo. Un performer dietro cui si nascondono tanti produttori diversi. Questo spiegherebbe la sua capacità innata di passare dal noise,  al pop, all’industrial, all’ambient, a tutto quello che vi pare a voi, senza apparente soluzione di continuità.
In realtà “Safe in the Hands of Love” è un disco che spiega al 100% la contemporaneità e si alimenta della stessa schizofrenia che abbiamo anche noi che la musica la ascoltiamo e basta. Un piccolo saggio sul pop (inteso in modo molto largo) del 2018. EC

6. A.A.L. (Against All Logic) “2012-2017”

Nicolas Jaar stupisce ancora e in questo 2018 che sta volgendo al termine è tornato rispolverando un vecchio moniker – quello più club oriented – per una nuova attitudine musicale. Contro ogni logica il musicista statunitense-cileno mette per un attimo da parte ogni intento politico e riunisce undici tracce (house) che come un prisma riflettono una pletora di umori e sensazioni, citando attraverso l’arte del campionamento la musica soul, la saudade latina e finanche il funk. Buona danza! MN

7. Sons Of Kemet “Your Queen Is A Reptile”

Rock, afrobeat, funk, spinte caraibiche, trip-hop, ritmi tribali, dub, reggae, tutti al seguito dei
dettami del jazz. “Your Queen Is A Reptile” parla una lingua piena e articolata, fatta di suoni e linguaggi che catturano l’attenzione già dai primi secondi dell’album (uscito per la Impulse). Ma oltre la musica c’è molto di più: ci sono argomentazioni sociali e politiche che nelle canzoni dell’album crescono, prendono forma e acquistano posizione. Questo è un grandissimo album! LV

8. Capibara “Omnia”

Diciassette tracce, sample in italiano presi da film e videogiochi non proprio alla portata di tutti e una tensione di fondo palpabile: se c’è una cosa che si può dire con certezza assoluta di Capibara, è che non sia uno paraculo, uno che cerca a tutti i costi il favore del pubblico. “Omnia” è un disco ruvido, con cui si fa fatica a entrare in contatto immediatamente, perché è sbilenco quando ti aspetteresti che fosse dritto e zarro quando pensi “ok adesso va in una direzione più tranquilla”: se però gli presti attenzione e hai la pazienza di seguirlo, Capibara ti porta con sé in un mondo tutto suo, che riesce davvero a dipingere alla perfezione. Non è da tutti riuscire a dire così tante cose in un solo album, per quanto vasto. MT

9. Cosmo “Cosmotronic”

Non c’è alcun dubbio sul fatto che Cosmo sia stato uno dei protagonisti indiscussi di questo 2018. Una fortuna, quella di “Cosmotronic”, che non è fatta solo di sound ammiccanti e testi empatici, ma anche di voglia di osare, di show ben studiati e di un frontman che sa il fatto suo e sa come far divertire i propri fan. Una buona boccata di aria fresca, accompagnata da un successo plateale, quella portata dall’artista di Ivrea, e che avrà l’ennesima riprova al Forum di Assago il prossimo 2 febbraio. FB

10. Skee Mask “Compro”

Skee Mask con “Compro” si è rivelato deus ex-machina della generazione millennial: l’album pubblicato per Ilian Tape cristallizza in un momentum gli ascolti e le tendenze musicali di un’intera generazione restituendo un lavoro di grande spessore. Il ragazzo di Monaco sembra aver perso i timori reverenziali degli inizi, ha tolto maschere e cappello e si prepara ad un futuro iridescente. AM

11. Young Fathers “Cocoa Sugar”

Una collezione di stili, una moltitudine di definizioni: nu soul, elettronica, punk e gospel si avvolgono
attorno ad un rap di impostazione anglosassone e costruiscono l’opera forse più pop del trio scozzese. I
temi vanno dalla religione alla politica agli stati dell’io. Non c’è traccia di artifici patinati, tutto confluisce liberamente in un’opera melodica e orecchiabile. GM

12. Marie Davidson “Working Class Woman”

Nel 2018 di Marie Davidson ci sono stati un album con gli Essaie Pas e un album da solista, “Working
Class Woman” appunto. Miscela di minimal techno, industrial e italo-disco straordinariamente
brillante nel farsi attraversare da spoken word ironici e colti, tra psicologia, psicomagia e vita spesa
in tour, di club in club. Musica elettronica per pensatori. ER

13. Ross From Friends “Family Portrait”

Capostipite del fenomeno hypey della lo-fi house insieme a Dj Seinfeld e Dj Boring, Ross From Friends a metà di quest’anno ha pubblicato “Family Portrait” con cui è stato capace, molto più di Seinfeld nel 2017, di liberarsi dalla saturazione digitale del fenomeno consegnandoci un album ben congegnato su cui Brainfeeder ha voluto, a ben vedere, scommettere. AM

14. Kamaal WIlliams “The Return”

Tolto il batterista Yussef Dayes sembrava che il progetto Yussef Kamaal fosse bello che finito.
Invece la genialità di Kamaal Williams aka Henry Wu, o al contrario, sta nell’avere continuato a traghettare il progetto jazz/funk su territori più stabili, più quadrati, e con questo album dimostra di non avere perso un decigrammo di sostanza. Anzi! Kamaal Williams ad oggi è uno degli
alfieri della nuova e frizzante scena UK jazz e “The Return” il suo album migliore. LV

15. Anderson .Paak “Oxnard”

Non è facile fare un disco che sia attualissimo, fresco e al passo coi tempi ma che abbia anche più di un momento di quelli che li senti e pensi “future classic”, quelle tracce che sentite ora o tra qualche anno sai che saranno comunque valide: eppure, quando hai il talento di Anderson .Paak riesci a far sembrare facili anche le imprese più ostiche.
Non è un caso, infatti, che i feat., di altissimo profilo, siano in gran parte personaggi che hanno già superato la prova del tempo, come Q-Tip, Dre e Snoop Dogg, o che pur essendo di una generazione più recente sappiamo già che ce li ricorderemo a lungo, come Kendrick Lamar. Per quanto riguarda il contenuto, poi, è “solo” il solito Anderson .Paak: funk, soul e tanto, tanto, tanto groove come solo un batterista sa fare: flow impeccabile, beats lussuriosi e un disco che abbiamo letteralmente consumato nel corso dell’anno. MT

16. Julia Holter “Aviary”

Quella cosa sempre più difficile da trovare, in musica: l’ambizione. Non quella sconclusionata alla Kanye dell’ultimo periodo per intenderci, che poi partorisce dei dischi significativi a metà e delle dichiarazioni al mondo stupide per intero, ma quella di partorire un disco colto, grandioso, dove il pop è sinfonico e sperimentale, astratto a malinconico, colto e lacerante. A costo di farsi male. “Aviary” volta alto, altissimo. DI

17. Tirzah “Devotion”

Aiutata dall’amica geniale Mica Levi (Micachu And The Shapes), Tirzah è arrivata finalmente
all’esordio dopo una lunga gavetta nei circuiti dubstep e post-grime di South London. “Devotion” è
un incantesimo a cuore aperto di British R&B, tanto intimista quanto metropolitano. Less is more,
sommando soul, pop e trip hop, sample, strumenti e voce di seta. ER

18. James Shinra “Vital Heat”

Di James Shinra si sanno pochissime cose: la prima è che in realtà si chiama James Clarke. La seconda è che arriva, testuale, da “qualche parte nel Regno Unito”. Quello che è certo e che ha pubblicato giusto poco più di una manciata di EP e con “Vital Heat” arriva finalmente a dare alle stampe il suo primo album sotto il sigillo di garanzia Analogic Force, marchio di casa a Madrid e che ha basato le sue fortune proprio sul recupero e il rinnovamento di certe sonorità figlie degli anni ’90. Shinra appare, infatti, abilissimo nel far convivere certe suggestioni IDM con le ritmiche tipiche della drum’n’bass, uno spiccato piglio acid e un gusto non comune per la melodia. EC

19. Tenderlonious & The 22a Arkestra “The Shakedown”

Per capire l’importanza di questo album di debutto vi serve sapere che è stato registrato agli Abbey Road Studios insieme a Yussef Dayes e a un’altra mezza dozzina di musicisti in una sola sessione di cinque ore. Perché Tenderlonious non è un nome per niente nuovo nella scena jazz londinese, è attivo da tanti anni come produttore e flautista, e la maestosa bellezza,
potente, raffinata e di classe, che pervade i cinquantacinque minuti dell’album è tutta merito suo. LV

20. Colle Der Fomento “Adversus”

Il disco più atteso dai vecchi appassionati di hip hop italiano, quelli per intenderci che restano legati col cuore agli anni ’90 o al massimo ai primi 2000. Ma “Adversus”, che alla fine è arrivato quando quasi si erano perse le speranze, è tutto tranne che un disco revival: le basi, in primis grazie a Craim, sono affilatissime e i Colle al microfono riescono ad evolvere e migliorare senza perdere nulla della propria identità. E inseguire inutilmente il passo, o il futuro. Mica facile. DI

21. Tierra Whack “Whack World”

Quindici tracce per quindici minuti diffusi in un unico video di YouTube composto da quindici video di un minuto l’uno. La black music accelerazionista (ehm) di Tierra Whack rappresenta una delle novità più interessanti del 2018. Un disco importante, il pop “giusto” per la generazione che ha fatto del deficit dell’attenzione una scelta di vita. EC

22. Soap&Skin “From Gas To Solid / You Are My Friend”

Dalle tenebre che l’hanno sempre avvolta, a nove anni dal debutto-capolavoro neo-gotico “Lovetune For Vaccum”, Anja Plaschg lascia filtrare la luce aprendosi al mondo, all’empatia.
Songwriting e sperimentazione, pianoforte, archi, elettronica e fiati jazzy. Ballad ancestrali-moderne, in equilibrio precario tra delicatezza e pathos, per un talento unico. ER

23. Tomat Petrella “Kepler”

Questo disco è un gioiello. Questo disco è molto più della somma delle singole parti. Gianluca Petrella e Davide Tomat trovano un interplay assolutamente perfetto, dove si perdono, esplorano, riemergono, osano, vincono, fino a creare un disco dalla complessità magmatica che rimanda perfino agli Autechre – e senza mai finire in vicoli ciechi. Bravissimi. DI

24. The Exaltics “Des Heise Experiment 2”

Se già con “Solar One Music” The Exaltics si era dimostrato micidiale, il risultato raggiunto con “Des Heise Experiment” è addirittura stupefacente. L’album si presenta strabiliante a partire dal packaging: un cofanetto di metallo contenente 3 vinili 10″ di colore verde acido, un CD e un fumetto. Ma non è solo il packaging a farne un album di spessore: la stimolazione udutiva delle sperimentazioni dark techno/electro si sposa alla perfezione con le immagini del fumetto in un acuto esempio di sinestesia. Il contributo di Gerald Donald è ovviamente, l’highlight di un disco composto da tredici tracce dal sapore cinematico, electro e ambient in collissione. Un esperimento riuscito, lontano dalla musica da club. GS

25. What So Not “Not All the Beautiful Things”

What So Not con questo album ha convinto su tutta la linea grazie all’alternanza ben calibrata di sonorità nuove e più datate, accompagnate da collaborazioni con nomi conosciuti e altri meno. Le atmosfere magiche e il suo sguardo verso mondi sonori possibili sono ciò che fanno di quest’album uno dei punti fondamentali di quest’anno, almeno per gli appassionati del mondo EDM. FB