Nella grande – e, sia chiaro, sostanzialmente meritoria – corsa a fare le cose sempre meglio nel mondo dei festival in Italia, il rischio è quello di dare sempre più spazio alle cose più “flashy” e col miglior rapporto costo-beneficio: quelle cioè coi nomi famosi-ma-da-intenditori (che insomma ti fanno fare bella figura come qualità, ma hanno riscontro al botteghino), quelle con gli indirizzi musicali che hanno la stessa regola (C2C è da anni maestro, in questo, e ha tanti wannabe imitatori: nomi inclini a musica “difficile” ma con per vari motivi già un hype a spingerli, così salvi capra aka incassi e cavoli aka profilo), quello con la comunicazione fatta bene – e oggi fare bene la comunicazione significa avere un media team on site che riprende e sputa in tempo quasi reale immagini bellissime ed ispirazionali/aspirazionali su Instagram.
Tutto questo ha un nome, ed una caratteristica: fare le cose bene. Indubbiamente. Ma tutto questo può anche avere una conseguenza: la gentrificazione del mondo dei festival.
Ah, detto con trasparenza, ricordiamoci di una cosa: la gentrificazione, esattamente come il traffico, siamo noi. Sì: siamo noi. Ogni volta che ci lamentiamo che un festival è diventato un po’ fighetto e non più un ruspante best-kept-secret è perché siamo noi ad aver volito line up più “belle”, servizi food e beverage migliori, toilette un po’ più decenti, servizi accessori – vedi l’esplosione dello yoga mattutino, o dei momenti di mindfulness – che possano offrire una esperienza più completa, sana ed avvolgente. Cosa c’è di male in tutto questo? Di per sé, nulla, se non si esagera. Ripetiamo: è voler fare le cose bene, è voler fare le cose sempre meglio.
…anche perché sei obbligato a fare le cose per bene, a farle sempre meglio. Visto che in Italia diamo quasi per scontato che gli aiuti delle istituzioni siano dal punto di vista concreto (leggi: soldi) quasi risibili, ammesso e non concesso arrivino, e pure i privati, insomma, vanno ormai solo dai soliti noti, lì dove si fanno i numeri e ci sono le certezze, le vie già battute e strabattute, e anche in quel caso le loro risorse e i loro soldi non bastano per tutti, tutt’altro. E quindi, animo: devi darti da fare!, secondo le leggi di mercato. Che tu faccia pop paraculo o che tu faccia sperimentazione illuminata – o che tu faccia entrambe le cose (…e non c’è nulla di male a fare entrambe le cose, tanto più che ora che i confini fra mainstream ed underground sono porosi come mai in passato).
Tutto questo rischia di trasformarsi in una ruota di criceto. Oltre ad aver già insufflato dinamiche da estrazione di valore tipiche del mainstream anche nei mondi di per sé (in teoria) più alternativi, atipici e sperimentali.
(Noi alla ricerca del festival più nuovo, più figo, più bello; continua sotto)
Manco ce ne rendiamo conto, spesso. Ma è così. E chi vi scrive lo sa bene, visto che – per doveri professionali – è a stretto contatto con molti organizzatori di festival, i festival “nostri” per attitudine ed indirizzo musicale, e sa quanto stia diventando tutto sempre più una corsa al massacro, una impietosa corsa al massacro.
La musica, in questo modo, non respira. La musica deve performare: piacere, piacere al pubblico ed alla critica, performare al botteghino, soddisfare l’artista che la fa (e le sue richieste nei rider tecnici e di ospitalità) così come il suo entourage allargato, piacere pure alle istituzioni politiche del territorio (attirare insomma un pubblico bello da vedere e/o spendente).
È stato bellissimo mettere sotto i propri radar TO LISTEN TO, festival torinese alla sua quinta edizione svoltosi quest’anno tra il 21 settembre e il 4 ottobre, esattamente perché non è niente di tutto questo. Proprio niente di tutto questo.
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Il claim dell’evento fornisce subito le traiettorie: Festival dell’ascolto sperimentale. Ci piace molto come claim, e per un motivo ben preciso: perché richiama ad una responsabilità del pubblico, non più solo dell’organizzatore e degli artisti. Non è solo la musica che è – o pretende di essere – sperimentale: no, anche da parte di chi ascolta deve venir fatto uno step in più, deve esserci una disponibilità a mettersi in gioco, ad alzare (o modificare) il livello di ascolto.
Troviamo tutto questo molto bello.
Così come troviamo bello che l’impulso per questo festival nasce da un Conservatorio, nello specifico dal Conservatorio di Torino (che a sua volta stringe alleanze su questo o quell’act con altri conservatori o con parti di esso, come nel caso di uno dei concerti a cui abbiamo potuto assistere, e ora ci arriviamo). Troviamo infatti che i conservatori in Italia siano un bastione fondamentale ed irrinunciabile per un approccio serio, dedicato ed amorevole nei confronti della musica; e, al tempo stesso, ancora un gigantesco potenziale inesplorato. Il rischio infatti dei conservatori è quello dell’arroccamento: essere visti solo come il rifugio di chi vuole “conservare” (nomen omen?), di chi insomma pencola in tutte le traiettorie temporali della musica classica, dal pre-barocco alla sperimentazione novecentesca. Beh: no. Il Conservatorio può e deve essere semplicemente una scuola dove ti puoi dedicare alla musica ed alla musica tutta, col tempo di dedicarti alla musica difficile (non solo e non tanto nell’essere fatta, perché anche fare bene il pop è difficilissimo, quanto nell’essere ascoltata). Quindi in un Conservatorio possono e devono entrare anche jazz ed elettronica, per dire. Chi dice e pensa che questo rappresenti un imbarbarimento e un cedere alle fallaci lusinghe del presente e della banalità del male, in realtà odia abbastanza la musica. La usa come coperta di Linus, tenendola in ostaggio.
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Saremo anche stati fortunati, ma a TO LISTEN TO siamo incappati in una serata con una coppia di concerti che ha dimostrato esattamente il contrario. Da un lato un concerto di “restituzione pubblica” del lavoro in un workshop (dalle importanti valenze sociali ed inclusive, vista la collaborazione con VEDOLTRE), col CLG Ensemble e Dario Bruna che hanno saputo con grande gusto e misura mettere insieme gli stilemi della classica contemporanea più espressiva con ritmiche spesso e volentieri affogate nella rifrazione del breakbeat e della drum’n’bass. Una cosa che se la fai male o in modo grossolano sembra un Rondò Veneziano 2.0, se la fai bene – ed accidenti se è stata fatta bene, con criterio – ti fa capire quanto ci siano ancora tantissimi confini inesplorati: nella classica contemporanea quando si tratta di interagire coi ritmi, nella musica ritmica quando si tratta di interagire con la ricchezza e sofisticazione timbrica della classica contemporanea, qualcosa a cui difficilmente un plug in ti potrà mai avvicinare).
Altrettanto bello ciò che abbiamo visto dopo, sempre nella stessa sera. Il Bologna Improvisation Group, fondato da Francesco Giomi nell’ambito della Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio di Bologna, ha portato in scena composizioni sue e di Albert Mayr giocando in maniera mirabile col concetto di improvvisazione, di classica contemporanea, di elettronica analogica e, sottilmente, anche di post rock “colto”, tanto che in certi momenti potevi pensare che ciò che ti stava accadendo davanti poteva essere un disco incredibilmente coraggioso nel catalogo della 4AD o dei Tortoise che incorporavano in prima fila talenti femminili. Infatti nell’assetto del Bologna Improvisation Group per questo evento a TO LISTEN TO hanno spiccato Caterina Dufi (magari l’avete intercettata col nome d’arte Vipera, anche) e Ludovica Manzo (super brava, e già più che attenzionata da noi per il bellissimo progetto O-Janà). Più urticante la prima, più insieme soave e mefistofelica la seconda, hanno interagito benissimo con Maru Barucco (live electronics), Milena Punzi (violoncello) ed ovviamente Francesco Giomi (pianoforte e live electronics).
Due concerti, questi, che magari suonavano un po’ barbari – perché troppo ammiccanti a musiche non classiche, non accademiche – ai custodi della sacralità del Conservatorio inteso come accademia; ma l’ascolto difficile è anche uscire da queste gabbie. L’ascolto difficile non è solo spingere gli appassionati di pop, rock, jazz tradizionale ad affrontare la sprimentazione classica novecentesca, è anche spingere la sperimentazione più paludata e rigorosa ad affrontare schegge di pop, rock e jazz.
Saremo stati fortunati, ma abbiamo proprio beccato al serata in cui tutto ciò è stato declinato in maniera strepitosa. Aprendoci nuovi orizzonti d’ascolto, di godimento, di percezione sensoriale ed attitudinale.
L’ascolto difficile non è solo spingere gli appassionati di pop, rock, jazz tradizionale ad affrontare la sprimentazione classica novecentesca, è anche spingere la sperimentazione più paludata e rigorosa ad affrontare schegge di pop, rock e jazz
Aggiungiamo: TO LISTEN TO è gratuito, si sforza anche di creare momenti multidisciplinari, collaborare con eccellenze cittadine (C2C, le OGR…), ha un media partner importante come Rai Radio Tre.
Insomma: ci sono gli elementi per elevare davvero sia chi produce musica (e la insegna), che chi l’ascolta. Un modello di festival che troviamo non solo e non tanto virtuoso, quanto necessario. Perché dobbiamo ricordarci che è un attimo salire sulla ruota del criceto, non solo se ti occupi di pop, anche se ti occupi di quelle traiettorie musicali che tanto appartengono a queste pagine (e, che sia chiaro, tanto amiamo).
Segnatevi nei vostri appunti: TO LISTEN TO merita. È un festival sfidante, sì, non semplice, vero, ma necessario. Relegarlo solo a piccolo momento di uscita pubblica del lavoro del Conservatorio di Torino o di specialistico consesso per limitati addetti ai lavori, sarebbe un errore. Anzi, peggio: sarebbe uno spreco. Sarebbe potenziale inespresso, inesplorato.