Lo dicevamo senza timidezze: l’apertura di un club di questi tempi è una notizia rara, molto più spesso si tratta semmai di annunciare la chiusura di posti storici (con inevitabile coda di post nostalgici, commoventi ma poco utili per cambiare il corso delle cose). Però ogni tanto c’è chi si rimbocca le maniche e soprattutto dà fondo a coraggio ed idee: REC, club nato nel comprensorio napoletano, ci era sembrato un bellissimo segnale. Avrete notato che in queste pagine si sono diradate le notizie su serate, appuntamenti, party, eccetera: molti usano ancora questo sistema per monetizzare, cosa che ci sta, è giusto ingegnarsi per estrarre valore dal proprio lavoro e dal proprio tempo, però per ora qua vogliamo seguire la strada opposta: non rifiutiamo eventualmente degli accordi (che peraltro col REC manco ci sono stati, manco li abbiamo voluti), ma prima di tutto la regola è parlare solo di quello che ci colpisce veramente, una scelta 100% redazionale insomma, non basata su accordi di marketing presenti o futuri che “scavalcano” i contenuti.
Qui vogliamo esagerare: una cosa che si fa ancora meno è tornare sul “E allora, come sono andate le cose? Come stanno andando?“, perché dopo che hai il fatto il “compito” (o “compitino”…) dell’articolo di lancio passi ad altro, tipo, passate le feste – e l’accordo di promo! – gabbato lo santo. Ma visto che il REC è stato un gesto di coraggio ed anticiclico, che davvero ha provato ad investire nell’idea di clubbing anche mettendoci idee non usuali e non convenzionali (leggi: non collaudate e stra-usate), abbiamo voluto un anno più tardi tornare da loro e chiedere: e insomma? Come è andata in questo primo anno?
Rosario Aprea, un po’ il primo motore aristotelico attorno a questo progetto comunque ben strutturato (non è insomma un “uomo solo al comando”), ha accettato volentieri di rispondere alle nostre domande. Crediamo sia davvero una lettura interessante. Sono poche le persone che hanno il coraggio di aprire un club oggi, e di farlo pure con idee forti: sentirne l’esperienza è oro. Alla vigilia del secondo appuntamento di questa nuova stagione (domani 26 settembre, con Dyed Soundorom, Carlo Giorgetto e il buon Idriss D che è addirittura fresco del suo esordio come scrittore, dopo l’inaugurazione di sabato scorso con Carl Craig) ci siamo scambiati con lui un po’ di battute. E, sinceramente, la visione che ne traspare – anche nel suo realismo, nella sua consapevolezza che non tutto è bello&facile – ci piace.
REC, lo raccontavamo un anno fa, nasce come progetto molto ambizioso, in una fase in cui aprire un nuovo club pare una follia: siete pentiti?
Pentiti? No. Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma aspettare il momento perfetto avrebbe significato non aprire mai. E non credo affatto che aprire un club sia una follia. Anzi, penso che sia arrivato il momento di invertire questa narrazione: se continuiamo a parlare dei club solo come di un settore in crisi, come possiamo aspettarci che qualcuno investa e apra nuovi spazi? Le difficoltà ci sono, e sarebbe ingenuo negarle. Ma raccontarle come una ragione per non provarci rischia di diventare una profezia che si avvera da sola. Bisogna cambiare mentalità.
Come si potrebbe riassumere il bilancio della scorsa annata? È andato tutto secondo i vostri piani, o ci sono stati picchi maggiori o difficoltà impreviste?
Personalmente sono molto felice. Lo sarei stato anche solo per aver visto REC aprire, dopo tutte le peripezie che abbiamo attraversato per arrivarci. Parlare di bilanci, però, è ancora presto. REC è un progetto a medio e lungo termine, e forse la cosa più difficile in questa fase è proprio resistere alla tentazione di giudicarlo dopo una sola stagione. Naturalmente i conti devono tornare: è una responsabilità concreta. Ma se ogni scelta viene misurata solo sul risultato immediato, un progetto rischia di perdere la propria direzione prima ancora di aver trovato la sua forma. L’apertura è un momento delicato. È qui che bisogna proteggere l’idea iniziale, restare coerenti anche quando sarebbe più facile inseguire ciò che funziona nell’immediato, e ascoltare quello che la prima stagione ci ha insegnato. Gli spunti positivi sono tanti, e ci permettono già di migliorare. Per un bilancio vero, invece, dobbiamo darci il tempo di crescere.
(Il dancefloor del REC; continua sotto)

Come siete stati accolti dal pubblico? C’è qualcosa che vi ha sorpreso?
Conosco molto bene questa città e la mia sensazione è che REC non sia stato ancora capito fino in fondo. Ma va bene così. Anzi, mi avrebbe quasi stranito il contrario: un progetto come questo non si spiega con una serata o con un nome in cartellone. Bisogna viverlo nel tempo. Non cercavamo una partenza in cui tutti dicessero subito di aver capito REC. Preferisco vedere le persone avvicinarsi, tornare e costruire un rapporto con il club un passo alla volta. Una crescita più lenta e costante può diventare molto più solida. Per me, il fatto che ci sia ancora qualcosa da scoprire è anche un segnale che siamo sulla strada giusta.
Guardando alla scorsa stagione, cos’è che vi ha lasciato più contenti e orgogliosi?
Già essere riusciti ad aprire REC, dopo tutto quello che è successo per arrivarci, mi rende personalmente molto orgoglioso. Ma lo sono altrettanto per essere riusciti a mantenere una linea precisa fin dalla prima stagione. Abbiamo scelto di non dare spazio a certe dinamiche che, secondo me, negli anni hanno logorato la scena, soprattutto in questa città. Non era la strada più comoda, ma sarebbe stato assurdo aprire un club nuovo per riprodurre gli stessi meccanismi di sempre. Abbiamo preferito dare spazio a realtà giovani, ad artisti e progetti che qui spesso non trovavano spazio. Per me questo conta almeno quanto aver aperto le porte.
(Il REC non è il “solito club”, ma uno spazio modulabile per più contesti, idee, atmosfere; continua sotto)

Cosa vi piacerebbe migliorare o introdurre quest’anno?
Oggi REC esprime forse il 30–40% del suo potenziale. Vogliamo far crescere il progetto aprendo nuovi spazi, sviluppando l’area vinili con uno shop e una macchina per incidere dischi, e rendendo il club vivibile anche di giorno, con workshop, bar e cucina. Mi piacerebbe che le persone entrassero a REC anche senza una serata in programma e trovassero un motivo per fermarsi. C’è poi un aspetto meno semplice da affrontare: il nostro rapporto con la città. Ho avuto spesso la sensazione che REC sia stato visto più come una minaccia che come una nuova possibilità, sia da alcuni addetti ai lavori sia da una parte della community. Sarebbe troppo facile dare la colpa soltanto agli altri: sicuramente anche noi abbiamo commesso degli errori nel modo in cui ci siamo posti. Quest’anno voglio lavorare anche su questo, senza rinunciare alla nostra identità. Mi piacerebbe che aprire un nuovo spazio in città smettesse di essere vissuto come una sottrazione per qualcuno.
Qual è stata la serata più bella della scorsa stagione? Non per forza la più popolata o prestigiosa: quella che vi ha lasciato di più, come emozioni.
È difficile sceglierne una sola, ma quella di Verraco mi è rimasta particolarmente impressa. La musica è stata superba. E già portare una proposta del genere in una città che negli ultimi anni si è orientata verso altri suoni e verso nomi più facili da vendere era una scommessa. A rendere speciale quella serata, però, è stato anche il modo in cui è nata. L’abbiamo costruita insieme a un gruppo di ragazzi alla prima esperienza come promoter. Non avevano una formula pronta: avevano voglia di fare una cosa in cui credevano, e per me questo contava più di tutto. È cresciuta in maniera naturale ed è riuscita. Persino alla fine, quando ci siamo trovati a dividere gli utili, ho ritrovato una genuinità che mi ha riportato indietro nel tempo. Mi ha ricordato quanto bene farebbe alla scena tornare a fare le cose anche con quello spirito.