Tranquilli: il clubbing non morirà mai. La voglia di stare insieme e di “liberarsi” fisicamente è parte dell’essere umano, proprio antropologicamente, così come lo è e lo sarà per una nicchia più o meno vasta di persone la voglia di combinare voglia di divertirsi e senso di sfida intellettuale: ecco, quest’ultima cosa è ciò che distingue il clubbing vero e proprio dal semplice andare-a-ballare più commerciale (pratica che ha la sua dignità, sia chiaro, ma appunto, è un altro sport).
Al tempo stesso però tranquilli tranquilli non bisogna essere: perché da troppo tempo il clubbing è diventato preoccupantemente spesso stagnante, prevedibile, predeterminato, ancorato su regole costruite ancora negli anni ’90 e nei primi 2000 (ehi, si tratta di venti o trenti anni fa) se non in qualche caso ancora prima. È normale che la “discoteca” funzioni sempre meno, ma è altrettanto normale che il “clubbing” così come lo abbiamo esperito e costruito nell’ultimo decennio dello scorso secolo tracimando poi nella “berlinesizzazione” spesso dozzinale e mal imitata o la “balearizzazione da tavolari” d’inizio di nuovo millennio non basti più. No, non basta più.
Bisogna guardare oltre. Anche perché appunto, un’anima del clubbing è la sfida intellettuale (…infatti la techno è sempre stata la musica del reimmaginarsi il futuro, guarda caso, che poi sia stata inghiottita dal consumerismo per mano dei ventenni e dei non-esperti è un discorso più vasto, che prima o poi affronteremo a parte). Non c’è nessuna sfida se non ci si rinnova, se non si rischia, se non si osa. Ecco: per tutti questi motivi siamo rimasti molto contenti quando Rosario Aprea, il fondatore del REC Club di Pozzuoli, ci ha contattato e ci ha dato appuntamento per una chiacchiera mentre eravamo entrambi al bellissimo Naturalis, un festival che abbiamo riscontrato di prima mano essere un gioiello assoluto, all’altezza e oltre delle nostre aspettative.
Chi si mette in testa di aprire un club in questi anni non ha la vita facile. Appunto perché le vecchie certezze non ci sono più; e poi la convinzione comune è che un certo tipo di formato sia morto, o comunque ferito ed irrimediabilmente agonizzante. Non crediamo sia così, come dicevamo attaccando a scrivere questo articolo: crediamo sia agonizzante pensare di usare le stesse regole del 2005, e pensare funzionino nel 2025. Quello sì. Il problema aggiuntivo poi è che l’Italia già è un paese che non semplifica la vita all’impresa, se poi l’impresa e giovane ed è in campo culturale non tradizionale, apriti cielo. Anche se pure in tal senso, vediamo dei primi segni di cambiamento: la nostra classe politica, soprattutto a livello locale, sta iniziando ad avere dei quarantenni e cinquantenni in ruoli chiave, persone che hanno in qualche modo esperito la affilatissima forza sociale ed intellettuale della club culture. E quindi ne capiscono l’importanza, il potenziale. Quell’importanza e quel potenziale che gli amministratori che vogliono limitare le nostre vite al lavora-dormi-lavora-dormi-lavoro nel silenzio emotivo ovattato e tombale non hanno capito, e mai capiranno – né loro né i loro elettori. Beh: peggio per loro.
Dopo una serie di iniziali difficoltà che hanno azzoppato la reale messa a regime, REC Club pare aver messo tutti i tasselli al proprio posto e vuole dispiegare il suo massimo potenziale. La differenza rispetto al modello del passato è che fin dall’inizio si parla di un luogo che sia “hub culturale”: con un’attenzione all’arte (spazi espositivi, mostre regolarmente in programma), con un’attenzione alla produzione (un Vinyl Recording Studio, o una location attrezzata per dare vita a shooting foto e video, o uno spazio dedicato a workshop e wellness varia), con la voglia di fare davvero quel “passo in più” di cui tanto c’è bisogno per (ri)dare senso al concetto di club culture. Ecco la programmazione dei primi mesi:
L’avrete constatato voi stessi: un’attenzione a trovare il giusto equilibrio tra radici e futuro, tra nomi e realtà ormai iconici e figure emergenti, realtà che si danno da fare per non accettare il declino sancito o da chi al clubbing non vuole bene, o da chi si sente spiazzato dall’idea che le cose cambino e le vecchie formule di successo non siano più così efficaci come un tempo. Così dev’essere: non siamo per il nuovo ad ogni costo dal punto di vista artistico ma siamo per il dialogo, e se celebri (nell’arte) l’iconicità del Berghain e (nella musica) la visione di Carl Craig troviamo altrettanto bello che si creino dei ponti fra scene nazionali emergenti ed attivissime (Outcast Torino) ma anche fra fiammeggianti punti di riferimento storici assoluti spazzati via troppo presto quando tutto sembrava facile e vincente ed “immediato” (Egyptian Lover); così come ci piace che anche degli artisti di casa nostra possano essere headliner (vedi il double bill Adiel e Idriss D).
Insomma: le premesse sono molto belle. Si parte il 20 settembre, gli obiettivi sono ambiziosi, la strada è tracciata, la voglia di riportare il clubbing ad essere una forza d’aggregazione viva, coraggiosa, sfidate e con una visione c’è tutta, per giunta in una terra di enorme tradizione e conoscenza clubbing come il napoletano. Poi come al solito ci vorrà fortuna, ci vorranno mille cose, ci vorrà la capacità di parlare al territorio e di giocare solido ma corretto con gli altri operatori della zona (…e altrettanto dovrebbero fare loro); però sì, ci fa molto piacere che la stagione 2025/26 del clubbing italiano annoveri fra le sue novità ciò che sta succedendo col REC Club e col suo approccio pulsante, coraggioso. Ci pare un gran bel segnale.