Giugno 2019, il mio primo Jazz:Re:Found. Lavoro come volontaria, per me un piccolo sogno, ma a fine festival non ho conosciuto praticamente nessuno dello staff. La ragazza del backstage, Morena, che già mi sembra infinitamente più matura e posata di me, e quel tipo che pare uscito da “Rain Dogs” di Tom Waits, Giamma, non ho ben capito di cosa si occupi.
Ma ehi, non dovremmo parlare di un altro festival? No rush. Poche settimane dopo arriva un messaggio di Denis Longhi, il Mago di Oz che ha dato vita al paese incantato di Jazz:Re:Found: “Vuoi venire con noi a We Out Here?”. Un noi che per me risuona di clan proibito, una destinazione mitologica dove ci aspetta il Motore Immobile che aziona tutto il nostro microcosmo. We Out Here è il nuovissimo festival di Gilles Peterson, colui che ha sancito la rinascita della coolness nel jazz e che ci aspetta come un pifferaio magico nel verde del Cambridgeshire.
Non ho conosciuto praticamente nessuno dello staff di Jazz:Re:Found ma inforco comunque il mio volo low cost, salgo su un treno che fende la campagna inglese e vengo accolta da quella che sarebbe diventata poi negli anni una delle mie seconde famiglie. Poco importa che l’amicizia del gruppo sia cementata da una vita, è impossibile non sentirsi a casa se c’è Gary Bartz che suona con i Maisha, Theo Parrish nel bosco, Mr. Scruff che saluta la notte con Burt Bacharach, ovviamente Nubya Garcia ma anche Hailu Mergia e l’immancabile, divino Shabaka.
Agosto 2019, per me che arrivo dalla provincia di quella provincia musicale che è l’Italia, We Out Here appare come un universo sterminato eppure, al tempo stesso, pervaso da traiettorie potentemente unificanti. Le scelte artistiche sono talmente connotate da essere globalmente riconosciute come una “scena” e così condivise da intercettare e connettere una community che è sì radicalmente britannica, ma che si irradia in e da tutto il mondo.
Flash forward. Agosto 2025, We Out Here è diventato grande. Enorme. Quattro giornate tutte sold out per 20.000 spettatori al giorno, una mappa tentacolare tra palchi, postazioni radio, aree chili e wellness, family corner, market e food truck che sfidano la fantasia. Non siamo più nel Cambridgshire ma nel Dorset, in un parco sterminato su cui troneggia in lontananza una villa – dalle cui stanza Gilles si bea dei suoi successi, mi piace fantasticare. L’area festival è decisamente più vasta, dal parcheggio standard si impiegano oltre 20 minuti per arrivare al palco principale attraversando una distesa infinita di tende.
(Il Main Stage di We Out Here)

In ogni momento della giornata, per quattro giorni, è un continuo brulicare di gente con picchi decisamente importanti il sabato. Tuttavia, la dimensione di intimità non si è persa. L’esperienza delle singole performance rimane intatta nella sua purezza, che sia in condivisione o in solitaria, e non è mai attraversata da un senso di sovraffollamento o dispersione, neanche quando mi ritrovo a vagare da un palco all’altro senza connessione internet – una benedizione – dopo aver perso le mie sodali.
Insieme a Teresa, partner in crime di molte avventure, condivido una posizione privilegiata e, accompagnando Coco Maria – che suona con ben tre set nel weekend – posso godere di una prospettiva in parte da insider. Ma non credo che sia questo a preservare il senso di appartenenza alla comunità di We Out Here. Certo, ci sono i branchi di goliardi vestiti da vichinghi, le ragazzine con il cappello da cowboy e i glitter sulle guance, i reduci abbondantemente negli anta ma ancora con l’acqua amara. Ma ancora una volta le coordinate artistiche sono così definite, pur nella diversità inevitabile in una dimensione di pubblico così ampia, che posso ritrovare sempre i miei simili. Puoi viverti We Out Here nella tua bolla, insomma, incrociando il popolo festivaliero inevitabilmente nella transumanza o quando decidi di uscire dalla tua – bellissima – zona di comfort.
(Un festival “comodo”; continua sotto)

Perché anche se forse mancano i nomi scintillanti – l’headliner Michael Kiwanuka è stato costretto ad annullare data e tour per motivi di salute – la line up è gustosissima. Fare una selezione è inevitabile e risponde all’intenzione di cui sopra: preservare l’esperienza cucendosi addosso un festival nel festival; contro l’ossessione performante o la bulimia di contenuti, il piacere di godersi un live o un set dall’inizio alla fine.
La menzione speciale va dritta al progetto Rotary Connection 222, tributo alla legacy di Charles Stepney che amplifica il già ottimo lavoro iniziato dalla International Anthem sul compositore chicagoano con l’album di registrazioni casalinghe “Step on Step”, una serie di documentari video in collaborazione con Wax Poetics e l’ensemble creato e condotto dal Junius Paul, che sul palco di We Out Here si presenta in versione potenziata: ci sono sempre Makaya McCraven alla batteria e le Stepney Sisters – le figlie di Charles, che non nascondono lacrime di gratitudine a inizio concerto – ma c’è anche Marquis Hill alla tromba, archi, arpa, pianoforte e l’ultima sopravvissuta della formazione originale dei Rotary Connection, Shirley Wahls, che sale accompagnata al braccio ma stende tutti con la voce ancora tonante. Qualche incastro ancora è da mettere a punto, l’insieme è ambizioso e complesso ma il motore ritmico della band – Paul e McCraven – è infallibile, archi e fiati elevano gli animi e l’emozione è condotta a livelli altissimi. A dimostrazione del fatto che, quando i grandi festival osano con produzioni originali, anche nel rischio la direzione è sempre quella giusta.
(…se poi vuoi farti una pausa refrigerante, puoi; continua sotto)

Ancora non si parla molto di Pa Salieu in Italia: forse perché il suo suono, tra grime e dancehall, è profondamente UK, forse perché le urgenze delle seconde generazioni sono materia masticata solo da pochi anni nel nostro Paese, ma la folla del main stage di We Out Here canta tutto il concerto a memoria, segue i movimenti dei danzatori nei costumi tradizionali del rito Kankurang – pratica iniziatica tuttora diffusa in Gambia e Senegal – e noi ci lasciamo trascinare dal vigore sfacciato di una performance energica e sensuale allo stesso tempo. Ci portiamo dietro quel sapore spostandoci al Lush Life – palco dedicato ai live di ricerca o in qualche modo più “di nicchia” – per i Fulu Miziki, collettivo congolese che, con espedienti tecnici apparentemente semplicissimi e una carica micidiale, trascina la folla in una danza collettiva afropunk. Del resto, sullo stesso stage nel pomeriggio avevamo ascoltato Nídia & Valentina, ovvero la “nostra” Valentina Magaletti nel suo progetto forse più primordiale nell’ispirazione, divertito e divertente nell’esecuzione, in un botta e risposta con la beatmaker, ruvida e precisa, efficacissimo tra flussi ipnotici e tappeti percussivi più istintivi.
(Uno spicchio del Lush Life; continua sotto)

Fluttuando tra i palchi, tuffandoci da una giornata all’altra, siamo nel cuore della festa con Joe Bataan, straordinariamente arzillo a dispetto dei suoi 83 anni: balla dietro la Nord Stage, conduce con piglio sicuro la band eccellente, ingaggia uno scambio di battute sagaci con la moglie ai cori. È come partire per un’ora di vacanza alle 4 del pomeriggio e, quando attaccano “Gypsy Woman”, la sensazione è di vivere un irripetibile appuntamento con la storia.
E ancora i live di James Mason, che ci accoglie al nostro arrivo con un solido soul; Arp Frique e il gospel-funky riveduto e corretto del sabato mattina; Leroy Burgess, teneramente sbruffone come te lo aspetti, capace di trasportarci su dancefloor immaginari in pieno giorno; Chip Wickham, figlio dell’era UK breakbeat e hip hop, che ora irradia il palco di spiritual jazz puro e cristallino.
“Rhythm Corner”: il nome dello stage principale dedicato al clubbing è già una promessa, ma purtroppo la struttura imponente, tra schermi e impianto, relega il dj in una posizione papale che annulla ogni empatia, soprattutto nei peak time, e lo stesso Carl Craig sembra non riuscire a entrare in relazione con la folla. Molto più coinvolgente l’atmosfera a The Bowl, una sorta di anfiteatro naturale nascosto tra gli alberi, in cui tutte le energie sembrano confluire verso il flusso della consolle, regalando una dimensione quasi da rituale sacro a ottimi set come per esempio quelli di Batu o Luke Una. O ancora lo stage Love Dancin’, dove si avvicendano la curatela di Collen ‘Cosmo’ Murphy, l’immancabile giornata Dingwalls e una serie di selectors che creano un clima molto più disteso e godibile anche per i festaioli meno selvaggi.
(Carl Craig domina – troppo? – la folla; continua sotto)

Qualcuno dice che We Out Here è cresciuto troppo, che il senso di appartenenza si sta perdendo ma, alla fine del weekend, io ne esco invece con la convinzione che la sua attualità, il suo radicamento nel presente sta proprio nella capacità di trovare un equilibrio tra le spinte di una fisiologica evoluzione, le istanze del business – perché no – e l’abilità divulgativa, che da sempre riconosciamo a Gilles Peterson, di intercettare le avanguardie di oggi e le stelle di domani, rendendole commestibili e servendole sul proverbiale piatto d’argento – l’esperienza del Festival – a un pubblico che si allarga ma che non perde attenzione e sensibilità.