Pain to Power è stato un disco che ha segnato il mio ingresso nel 2026. Un anno cominciato all’insegna di un susseguirsi delirante di notizie sempre peggiori, che rendono questo disco ancora più imprescindibile: i Maruja parlano apertamente di genocidio, di complicità, di individualismo sfrenato che è il vero nemico da combattere. È un disco sociale, più che politico: un invito forte a ritrovarsi a credere in qualcosa di più di se stesse.

Vedere un concerto dei Maruja, come ad esempio quello di qualche giorno fa nella milanese Santeria, è un’esperienza totalizzante, fatta di picchi di potenza ed emozione, stage diving e walls of death. Quando ti sembra di assistere a un concerto noise, diventa metal, quando lo senti jazz diventa rap, fino ad assestarsi su momenti estatici che sorridono al post rock.
In mezzo si parla dell’importanza della famiglia e delle amicizie, si protesta, si grida e si piange, ci si abbraccia e, dove non arriva la nostra voce, ci pensa il sax di Joe Carroll.

E mentre vengo ipnotizzata dal suono del sassofono, così armonioso e dissonante, sensuale e rude, mi ritrovo a vagare con la mente e a ripensare alle piazze piene lo scorso ottobre, quando scendevamo per cantare, marciare, gridare e ballare. E di quando abbiamo seguito trepidanti in diretta un gruppo di barche guidate da civili tentare un’impresa, simbolica e storica allo stesso tempo, e abbiamo trattenuto il fiato mentre venivano intercettate e arrestate, il tutto in nome di qualcosa che si chiama umanità.
E in quelle piazze, in quelle strade, in tutti quei momenti, le persone hanno condiviso le urla, la frustrazione, la delusione, ma anche la gioia, i canti, i balli.
I Maruja sono il perfetto esempio di quello che abbiamo sperimentato e provato sulla nostra pelle, solo, in un contesto differente. Ci insegnano che si può ballare la rabbia e urlare l’amore.

Che si può fare musica che, nel proprio piccolo, cerca di fare la propria parte, mentre tutto intorno il mondo crolla e gli altri ti dicono che è tutto inutile.
E qui Harry Wilkinson dice una cosa fondamentale: noi abbiamo un enorme potere, che sta tutto nella nostra testa: possiamo, e dobbiamo, continuare a crederci.
“We may sound angry, but our message is one of love and peace”
Perché se le notizie dal mondo sono sempre più tristi e sconfortanti, quello che ci rimane è la speranza.
E soprattutto la solidarietà.
Mentre la sto scrivendo, mi rendo conto di usare sempre meno questa parola, che sta sbiadendo non solo nel nostro vocabolario, ma nelle nostre vite. Stiamo perdendo tutti quei valori che ci fanno sentire società, che ci accomunano in una collettività.

Durante il concerto Wilkinson chiede alle persone di abbracciare chi hanno di fianco, e anche di guardare l’altro, magari sconosciuto. Chiede che le persone si vedano e si riconoscano, le une con le altre.
E forse il gesto più potente che ci chiedono i Maruja, a fine concerto, è proprio quello di rimanere con il pugno alzato in segno di solidarietà. Da soli, ma insieme. In silenzio.
E con quel pugno alzato sono ritornata a sentirmi in quelle piazze, in quelle manifestazioni, insieme a tutte quelle persone, e mi sono sentita parte di qualcosa che va oltre il semplice live.
“We may sound angry, but our message is one of love and peace”. E qui sta il punto: si può essere arrabbiati, ed essere felici, si può sperare in un futuro migliore, mentre urliamo la nostra disperazione.
Solo, e questa è la lezione dei Maruja, non dobbiamo dimenticarcelo.