Genova ho cominciato a scoprirla ancora prima di visitarla. Pezzetti delle sue strade erano nei testi degli Ex-Otago e i suoi profumi notturni vibravano nelle note dei Port-Royal.
È una città non per chiunque, non si fa amare per la sua bellezza. Odora di ammorbidente e pesce, ha squarci di bellezza e degrado, è ricca di rumori e di silenzi. Vive nascosta nei vicoli che custodiscono storie cantate e raccontate da voci e chitarre che hanno scritto la storia della musica italiana.
Alcuni che mi leggeranno storceranno il naso, ma fin dal primo momento in cui sono andata a Genova, mi sono innamorata di un amore irruento, totalizzante. Ho sentito il desiderio di viverla, questa città, di esserne parte. Di sentirla cantare e suonare ogni giorno. Di perdermi tra i suoi panni stesi tra le persiane verdi e nei suoi palazzi che celano una bellezza disarmante.
E in queste immagini che sono così tattili non appena chiudo gli occhi, ora posso sentire risuonare un coro, che fa: “Rosa, que linda eres”.
Una frase che arriva da lontano, dalla Cuba del 1927, e parla di mondi altri, che Francesco Bacci, Lowtopic, ha campionato nel brano Rosa, all’interno del suo nuovo disco Chiaro, presentato in anteprima all’edizione primaverile di Cargo Market a Genova e che ha come data ufficiale di lancio il 12 giugno 2026.

Lowtopic a Genova ha le sue radici, e non solo questa città la vive, ma insieme ad Alberto Ansaldo e Roberto Ranghieri organizza eventi con l’obiettivo di portare cultura e rinnovare contesti e luoghi genovesi che altrimenti resterebbero silenziosi e senza anima.
E il percorso musicale di Francesco Bacci racchiude tutte le ispirazioni cittadine: viene dal punk, ha suonato con gli Ex-Otago e ora si dedica alla produzione di musica elettronica, che porta live insieme ad Emilio Pozzolini, già precedentemente parte dei Port-Royal.
Chiaro è il suo terzo disco, dove Lowtopic si spoglia del suo moniker e porta in musica le riflessioni di Francesco come persona prima di tutto. Riflessioni che già aveva condiviso con noi in una bella intervista di nemmeno troppo tempo fa.
“Sono in grado di parlare un linguaggio chiaro, di essere consapevole ma anche leggero? Sono abbastanza bravo per essere un musicista? Sono abbastanza bravo per essere padre di due figli?”
Non ci sono risposte in questo disco, non ci sono pezzi piacioni o hit facili. Ci sono domande, dubbi, resoconti, ma anche persone, sentimenti, famiglia, casa, frammenti di vita vissuta. C’è tutto un cuore pulsante, rielaborato in un’estetica che spazia dalla uk garage a Four Tet e Bicep.
Rosa è una canzone chiave nella lettura di questo disco, e Bacci stesso la spiega come il tentativo di tendere le emozioni per trovare un senso nel continuare a creare musica artigianale, mettendo in discussione ogni nota, beat e suono per raggiungerle.
Così come Rosa, anche Cirandeiro parte da lontano e racconta la bellezza dell’abbandonarsi al ballo come forma di connessione, con se stessi, prima che con gli altri. È un approccio diverso alla dimensione del dancefloor a cui spesso un pubblico generalista è abituato: non si va per ballare esclusivamente sul beat giusto, sul drop fatto per fischiare e alzare le braccia. È quella dimensione intima che ti mette in contatto con un livello più alto, è fatta di momenti estatici che si incastrano nei pensieri, quelli dove nascondersi e lasciarsi abbandonare alla contemplazione, proprio come i vicoli di Genova.

È proprio questo che si ritrova nel suo live al Cargo Market: un’esperienza collettiva, dove le radici diventano labili e il viaggio si fa intenso. I visual di 010 Films portano sul palco sguardi, vite che arrivano da Cuba, Mongolia, Kirghizistan, Papua e Siberia, catturate dall’obiettivo di Giovanni Giusto. E quindi, sebbene con il corpo siamo in una spianata da cui si vede tutta la contraddizione edilizia genovese, ci troviamo insieme a cavallo con falconieri, a pugili che si allenano, a donne, uomini che hanno una storia completamente diversa dalla nostra, ma che incarnano immaginari che possiamo solo sognare.
La track Bacci ci riporta improvvisamente dove siamo, nel dialetto parlato tra gli odori portuali di Genova bagnati di salsedine, e tutto cambia prospettiva, ancora una volta.
Per quanto siamo singole entità, ci troviamo a empatizzare con vite sconosciute dall’altra parte del mondo, accomunati da suoni, canti, cori di cui non conosciamo l’origine e forse nemmeno il senso, le distanze fisiche e temporali si annullano, le lingue si sciolgono e diventano strumento per riconnettersi con l’umanità tutta. Ognuno è libero di vivere questa esperienza secondo il proprio sentire, l’essere presenti è quello che conta.

Genova non è una città facilmente accessibile a chiunque. Non è sfacciata, non si presenta con ridondanti job description o con il giusto outfit. È fin troppo densa di parole, emozioni, storie e vite, e ha bisogno di empatia per essere scoperta fino in fondo. Il progetto di Lowtopic non è fatto esclusivamente per ballare: ha bisogno di essere sentito in ogni sua sfumatura, per poter essere compreso in modo chiaro. Ci vuole sensibilità, per andare oltre, e quando si tolgono le sovrastrutture, tutto diventa più semplice. Più chiaro.
“In realtà non c’è niente di speciale in quello che faccio, ma forse c’è qualcosa di speciale nella musica quando riesce a raggiungere i pensieri delle persone.”

E non è questo, forse, il senso più alto del fare musica?