Persi dentro Tidal. Ventiquattrore nella piattaforma di streaming delle superstar

 
Scrivo questo articolo più o meno mentre provo Tidal per la prima volta.
Per testarlo ho scelto un disco che conosco molto bene e che possiedo in tutti formati, un disco di cui ho seguito la lavorazione passo dopo passo e che ascolto da prima che fosse mixato e masterizzato. Non vi dirò il titolo dell’album, non è importante, ma vi spiegherò per bene il perché l’ho scelto: non sono proprio quello che si potrebbe definire un comune audiofilo, ma come tutti, col tempo, ho cominciato a conoscere per bene gli apparecchi che utilizzo per ascoltare la musica. So come devono suonare gli album che ascolto dal computer e quelli che ascolto in cuffia, quelli che sento dalle casse e quelli che ascolto in macchina. So come suonano i miei vinili, i miei CD e anche il mio abbonamento a Spotify (dal computer, dalle casse, dalle cuffie e anche questo pure in macchina).
Per queste ragioni ho scelto proprio un disco di cui ho già provato ogni ascolto possibile, per poi fare la stessa cosa proprio con Tidal. Ok, Tidal non lo proverò in macchina, però ci siamo capiti. Credo.
Se siete arrivati fino qui e ancora non sapete di cosa stiamo parlando probabilmente avete vissuto le ultime quaranta ore in una grotta e vi siete persi quella sorta di sbarco in Normandia che è stato messo in scena da un supergruppo di superstar (una roba che neanche il Pentapartito: da Madonna a Kanye West passando per gli Arcade Fire, Jack White e i Daft Punk) capitanato da Jay Z, che ha comprato questo nuovo servizio di streaming hi-fi (cioè che utilizza file in formato FLAC-Lossless) e l’ha lanciato con una superconferenza stampa-evento.

https://youtu.be/egShCjfvi9s

Domanda: “Cos’è quindi Tidal?”
Risposta: “Tidal è uno Spotify che suona meglio.”
Ha le stesse funzioni di Spotify (puoi creare playlist, scoprire quelle degli altri, ascoltare la musica sia online che offline, etc…), qualche contenuto editoriale in più – tra cui quelli forniti da The Talkhouse, il sito creato da Michael Azerrad in cui i musicisti recensiscono i dischi degli altri musicisti – che permette di affiancare all’esperienza dell’ascolto anche quella della lettura. A differenza di Spotify, però, Tidal non prevede una versione free e costa all’utente esattamente il doppio (dieci dollari nella versione light e venti in quella full).
Il senso, per nulla velato, è: paghi tutto, paghi di più per avere un prodotto di qualità migliore.
Un vero e proprio supporto alternativo (lo streaming “legale” ha davvero cambiato il mercato della musica nell’ultimo paio di anni) a quelli che sono i supporti classici.

Il modo in cui fruiamo la musica è importante e spesso finisce per influire anche sul nostro gusto e sulle nostre abitudini. Con gli anni ci siamo abituati ad ascolti precari che hanno sempre privilegiato la velocità rispetto alla qualità. È più importante che la musica si scarichi in meno di un secondo, che si carichi evitando i buffer, e che riempia sempre meno spazio negli hard disk, non che suoni bene. La storia della musica è sempre andata di pari passo con la storia delle tecnologie che ne hanno scandito i periodi. Basta prendere alcuni successi di questi ultimi mesi – ne dico due composti dalla stessa persona, non a caso uno degli owner di Tidal – “Only One” di Kanye West (con Paul McCartney) e “Four Five Seconds” di Rihanna scritta proprio da Kanye West e di nuovo con il feat. di McCartney.
Due brani che sembrano essere stati prodotti appositamente per suonare bene dalle casse del Mac: poche frequenze basse, voce in faccia e arrangiamento minimale che più minimale non si può.
Di base si tratta di roba pensata per non disturbare. Un sottofondo di ottima qualità ideato essenzialmente per non dare fastidio a quelli che la musica sono abituati ad ascoltarla male.
Tidal, quindi, così come Pono (il lettore FLAC inventato da Neil Young con una decina di anni di ritardo) dovrebbe arrivare in soccorso di tutti gli altri, cioè di quelli che utilizzano i loro personal device per ascoltare la musica ma che non vogliono rinunciare alla qualità dell’audio.
Gente che può permettersi di spendere e di scegliere; prodotti perfetti per un pubblico d’élite e inutili per tutti gli altri. Perché quello che Tidal offre, in questo momento, non vale il prezzo che Tidal chiede.
Per poterlo provare gratuitamente ho dovuto registrarmi con PayPal, accettando quindi il rischio che fra una settimana il mio periodo di trial venga trasformato in un abbonamento che al momento non ho voglia di sottoscrivere. E non ne ho voglia proprio perché Tidal non soddisfa la mia natura di appassionato di musica che ancora è abituato a comprare i dischi e per cui la domanda non vale quanto l’offerta.
Mi spiego meglio: io ho un abbonamento Spotify che uso essenzialmente per togliermi delle curiosità, ascoltare dischi che poi decido se comprare o meno (cosa che faccio sempre se quei dischi mi piacciono), evitare di scaricarli sia legalmente che illegalmente e portarmi dietro tutta la musica che voglio senza occupare spazio e memoria sul supporto che ho scelto di utilizzare.
Uso quindi Spotify per ascoltare musica dal mio Mac, sia da quello portatile che da quello che utilizzo collegato con delle casse stereo, e in cuffia quando vado a spasso o sul tram che dalla Casilina arriva a Stazione Termini, al cui capolinea c’è un negozio di dischi in cui spesso finisco ad acquistare le cose che stavo sentendo fino al momento prima.
Sono un caso limite, me ne rendo conto, ma sono anche uno che per la musica è abituato a spendere e lo farebbe volentieri anche con Tidal se il servizio fosse davvero migliore. E non lo è.
Cioè: lo è, ma non così tanto. Esempio: sto ascoltando un pezzo dal portatile e suona come quando per sbaglio apri un file con VLC con l’audio settato al massimo del volume.
Di base non si capisce un cazzo. Le casse del mio MacBook Pro del 2011 fanno a cazzotti col FLAC di Tidal, in un incontro in cui sembrano destinati a perdere entrambi.
Il risultato cambia se mi metto le cuffie e cambia ancora di più se attacco le casse, e OK, tutto suona benissimo, ma a quel punto preferisco comunque risparmiarmi quei diciannove euro al mese per destinarli all’ennesimo vinile. Ovviamente quello che vale per me non vale per tutti, me ne rendo conto, e c’entra molto il rapporto che avete con la musica che ascoltate (e anche l’età, non lo nego).
Quello di Tidal, però, sarebbe un modello virtuoso per un’altra, forse ben più importante, ragione: sembra essere stato pensato dagli artisti per gli artisti e dovrebbe risolvere definitivamente quella che è la contraddizione più evidente legata ai servizi di streaming legale.

La risposta alla domande delle domande: chi ci guadagna?

Già, chi ci guadagna? Da quando il modello Spotify è emerso con prepotenza sul mercato, la questione è più o meno sempre stata all’ordine del giorno. Lo streaming ha risolto un sacco di problemi, diminuito il download illegale e per certi versi reso obsoleto iTunes, ma paga ancora relativamente. Se non ricordo male, “Get Lucky” – il singolone-one-one dei Daft Punk – è stato per un periodo piuttosto lungo il brano più ascoltato sulle piattaforme di streaming, raggiungendo i dieci milioni di ascolti in un tempo davvero breve. Quei dieci milioni di ascolti si sono tramutati in royalties che hanno fruttato alle casse dei due Daft Punk più o meno il prezzo di due villette bifamiliari in provincia di Pescara. Che non è poi così male, ma dove sono finiti tutti gli altri soldi? Nelle casse di Spotify e Deezer, in primis, e poi in quelle della Columbia.
Come sempre, quando una nuova idea irrompe con prepotenza sulla scena, ci si lascia trasportare dagli eventi per poi correre a metterci una pezza. L’eterno rapporto semi-conflittuale tra Internet e l’industria discografica è scandito continuamente da faccende di questo tipo: le regole vengono sempre decise a posteriori. Spotify già vendeva abbonamenti al pubblico che ancora non era chiaro come venissero ricompensati etichette e musicisti. È stato raggiunto un accordo che prevede cifre davvero esigue, ma che ovviamente funziona per accumulo.
Ci guadagnano le major, quindi, grazie a un catalogo di centinaia di migliaia di titoli spalmati tra i decenni, e ci rimettono tutti gli altri. Ci rimettono gli artisti, certo, ma anche le label indipendenti.
Che le cose fossero destinate a cambiare da qui a breve era chiaro: a lasciare perplessi è il come. Di base a una lobby, quella dell’industria, si contrappone un’altra lobby. Quella delle superstar. A vederli tutti insieme, l’altro giorno, era impossibile non notare qualcosa di sinistro e inquietante. Di colpo siamo stati catapultati indietro di quasi vent’anni, ai tempi delle conferenze stampa di presentazione del Planet Hollywood.
Ancora non è chiaro se Tidal abbia come obiettivo primario quello di cambiare in meglio le nostre vite da ascoltatori di musica o se sia solo l’ennesima occasione per fare business. Capiamoci, non c’è niente di sbagliato nel cercare di guadagnare, ma qualcosa non torna. Tidal potrebbe drogare il mercato, creare una concorrenza sleale (basterebbe che tutti i musicisti seduti dietro un tavolo l’altro giorno facessero uscire i loro nuovi album in esclusiva solo sulla loro piattaforma), e comunque non risolverebbe ancora il problema che dice di volere risolvere. Perché sì, sulla carta è bello, anzi bellissimo, che venga messo a punto un sistema dove gli artisti non sono solo utenti passivi, ma soci fondatori, dall’altra a leggere certi articoli – sembra solo l’ennesima struttura piramidale dove, ancora una volta, a rimetterci sono sempre i più deboli, i meno visibili. Quelli che non hanno scritto neanche una “Get Lucky” ma che messi tutti insieme occupano comunque una fetta considerevole di mercato.

Copio paro paro un passaggio abbastanza illuminante:

“Tidal’s founding mothers and fathers get the highest number of shares in the company. The next round of “members” get a smaller number of shares. The third round gets a smaller number still. Read this again: “We want to keep it going. We want to make this thing successful and then create another round and another round.” So at a certain point, new members will get a microfraction of the equity held by the founding members — even though many (if not all) of those founding members are ALREADY EVEN TODAY past their respective commercial peaks, while the new lower-equity members would be delivering vital music.”

Siamo davvero sicuri che sia questa la soluzione?
Io non credo.
Se va bene, Tidal potrebbe diventare una sorta di Netflix della musica (lo stesso obiettivo di Beats by Dre, per intenderci): conquistare il pubblico adulto, inculcare di nuovo nella testa della gente che è giusto e sacrosanto pagare un prezzo per avere in cambio non solo un prodotto di qualità migliore, ma anche contenuti creati appositamente per essere ospitati dalla piattaforma (il seguito di “Watch The Throne”? Un documentario sul tour di Madonna, un singolo di Taylor Swift prodotto da Kanye West?). L’equivalente per note e beat di “House of Cards” o “Orange is the New Black”.
C’è un problema però: se da un lato siamo abituati ad ascoltare la musica male, al punto che quello dell’MP3 è diventato ormai uno standard sonoro a cui il nostro orecchio è perfettamente allenato, dall’altro non accetteremmo mai di guardare fino alla fine un film che non si vede bene.
Siamo disposti a pagare per avere un abbonamento Netflix anche per evitarci la fatica di dovere andare a cercare Torrent che ingombrano e che spesso non danno alcuna soddisfazione.
La vera sfida sarà far capire alla generazione dei ventenni di adesso, quella dei figli di Napster, che gratis non sempre è sinonimo di bello.
Non ci riusciranno.